Il calcio rappresenta una parte importante della vita di molti italiani. Se ne leggono le notizie sui giornali, se ne seguono le partite alla TV. Ci esaltiamo e ci abbattiamo, litighiamo coi nostri colleghi e amici, facciamo scommesse e coviamo speranze. E lo facciamo da decenni, perché il calcio, nel bene e nel male, è una delle facce più rappresentative di noi e dell’Italia.

È inevitabile quindi che, nel corso degli anni, alcuni cantautori abbiano cercato di musicare questa nostra passione. Di coglierne gli aspetti più poetici o intensi, e di metterli su un pentagramma. In realtà, però, le canzoni sul calcio sono meno di quelle che uno si aspetterebbe. Forse perché non è facile rimanere distaccati e allo stesso tempo riuscire a cogliere la magia e l’emozione di quei momenti.

Dalla Gran Bretagna all’Italia

Se ci può consolare, questa difficoltà non è solo italiana. Anche in Gran Bretagna, la patria sia del calcio che della musica pop, i brani significativi dedicati al football sono abbastanza pochi. Molto più spesso, le tifoserie adattano pezzi d’amore o comunque di altro argomento trasformandoli negli inni delle loro squadre (come nel caso di You’ll Never Walk Alone, di Blue Moon o di altre ancora). Certo, qualcuno ci ha provato a scrivere pezzi sul calcio giocato, ma gli esiti non sono sempre all’altezza delle aspettative.

A scandagliare bene gli archivi, però, in Italia qualcosa di valido lo si trova. Sono pezzi che magari fanno del calcio una metafora della vita, o che ne celebrano il clima di festa. Brani scritti perlopiù da cantautori, gente che non si sente affatto a disagio nel cercare la poesia nelle piccole cose quotidiane. Eccoli, dunque, con una citazione dei loro versi più significativi e qualche nota sulla loro storia.

 

Francesco De Gregori – La leva calcistica della classe ’68

Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore

Titanic, il disco di Francesco De Gregori che contiene La leva calcistica della classe '68La più bella canzone che in Italia sia mai stata scritta sul gioco del calcio è probabilmente La leva calcistica della classe ’68 di Francesco De Gregori. Non a caso, la si usa ogni volta in cui si vuole raccontare questo sport, al di là del tifo e dei soldi. Il piccolo Nino che non deve aver paura di tirare un calcio di rigore è il simbolo di tutti i giocatori che indossano le scarpe coi tacchetti e si mettono a correre dietro ad un pallone. Di tutte le speranze e le paure che ci inseguono sull’erba.

La canzone fu scritta nel 1980, e infatti racconta di un ragazzo di 12 anni, nato nel 1968. Fu inserita nell’ottavo album del cantautore romano, Titanic, dove in realtà rappresenta un momento di svago da quello che per altri versi sembrerebbe un concept album. Il tema centrale di quel disco è infatti la storia del transatlantico affondato nel 1912. Un transatlantico che diventa la metafora della deriva verso cui la società moderna sembra andare, fiduciosa verso il futuro ma proprio per questo incapace di prevedere la propria rovina.


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La storia di Nino, invece, proprio per questo può ben stare all’interno di quel disco. Perché se gli adulti vanno incontro alla rovina, c’è però una nuova generazione – nata non a caso nel 1968 – che si prepara ad affrontare le sfide della vita. E magari, se saprà capire quali sono i «particolari» con cui «si giudica un giocatore», saprà guidarci verso un futuro migliore.

Nino capì fin dal primo momento,
l’allenatore sembrava contento
e allora mise il cuore dentro alle scarpe
e corse più veloce del vento.
Prese un pallone che sembrava stregato,
accanto al piede rimaneva incollato,
entrò nell’area, tirò senza guardare
ed il portiere lo fece passare.

Ma Nino, non aver paura di tirare un calcio di rigore,
non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore,
un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

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Ligabue – Una vita da mediano

Il ruolo del faticatore

La copertina del singolo di Una vita da mediano, significativa canzone sul calcio di LigabueSe il piccolo Nino di De Gregori rappresentava i ragazzi della nuova generazione che devono andare oltre i fallimenti dei loro padri, il mediano di Ligabue rappresenta invece gli uomini adulti che fanno la loro parte senza farsi troppo notare. Fortemente autobiografica, la canzone fu inserita dal cantante emiliano nel suo album Miss Mondo.

Il disco, uscito nel 1999, era il primo di inediti dopo l’inatteso successo di Buon compleanno Elvis, quattro anni prima. In mezzo c’era stato il doppio live Su e giù da un palco. E poi il film Radiofreccia, che aveva impegnato Ligabue per vari mesi. Miss Mondo era quindi il primo vero esame musicale dopo il boom. E Una vita da mediano ne divenne – paradossalmente – il simbolo. Perché era strano che un cantante che era riuscito a sfondare e addirittura a realizzare un film acclamato dalla critica se ne uscisse definendosi, subito, il contrario di un fuoriclasse.

Una vita da mediano,
a recuperar palloni,
nato senza i piedi buoni,
lavorare sui polmoni.
Una vita da mediano,
con dei compiti precisi,
a coprire certe zone,
a giocare generosi
lì,
sempre lì,
lì nel mezzo.
Finché ce n’hai stai lì.

Il mediano è quello che Ligabue riteneva di essere, sia sul campo da pallone che in ambito musicale. Uno che fatica, che recupera palloni, che fa il “lavoro sporco” ma che non ha il piglio del fuoriclasse, non ha il guizzo e forse neppure la capacità di incassare gli applausi come fa invece un numero 10. Eppure è uno che vince «casomai i Mondiali». Come Lele Oriali. E come Ligabue stesso, che dopo tanta gavetta era riuscito a sfondare.

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Gianna Nannini e Edoardo Bennato – Un’estate italiana

L’inno di Italia ’90

Un'estate italiana, inno ufficiale dei Campionati del Mondo di calcio del 1990Molto spesso, musica e calcio si incontrano negli inni più o meno ufficiali delle varie squadre. Abbiamo citato, in apertura, alcuni celebri canti inglesi, ma anche in Italia non siamo da meno. Alcune volte si usano brani tradizionali, altre volte pezzi pop. Solo in certi casi si tratta di canzoni scritte appositamente per la squadra.

Ad esempio, il Napoli da qualche anno usa O’ surdato ‘nnammurato. La Sampdoria invece si è affidata a una vecchia canzone di Rino Gaetano, Ma il cielo è sempre più blu. L’Inter è passata da Amala a C’è solo l’Inter di Elio e le Storie Tese. E poi la Roma con le canzoni di Venditti, da Roma Roma Roma a Grazie Roma, il Milan, la Juve, decine di altre squadre.


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Oltre alle società sportive, anche le grandi manifestazioni hanno i loro inni. Sicuramente conoscete quello della Champions League e ricordate quelli dei recenti Mondiali, cantati a volte da star come Shakira. Ma, se avete una certa età, non potete aver dimenticato anche l’inno di Italia ’90, il Mondiale che si svolse nel nostro paese ormai quasi trent’anni fa. La canzone si intitolava Un’estate italiana, ma è nota anche come Notti magiche. Fu scritta da Giorgio Moroder per la musica e da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato per il testo. E furono proprio loro due a cantarla.

Notti magiche
inseguendo un gol,
sotto il cielo
di un’estate italiana.

E negli occhi tuoi
voglia di vincere.
Un’estate,
un’avventura in più.

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Roberto Vecchioni – Luci a San Siro

Un amore nella nebbia di Milano

Una raccolta di successi di Roberto Vecchioni intitolata Luci a San SiroNon sempre per cantare di calcio bisogna mettere in versi la rincorsa verso un pallone, il tiro in porta o il calcio di rigore. A volte basta rievocare l’atmosfera di uno stadio, senza mai citare azioni e calciatori. È quello che avviene, ad esempio, in Luci a San Siro, una delle più belle canzoni di Roberto Vecchioni. Il cui titolo potrebbe riferirsi a qualsiasi scorcio dell’omonimo quartiere milanese, ma che, per via di alcuni particolari (l’erba, appunto le luci), tutti hanno sempre identificato con lo stadio del Milan e dell’Inter.

In realtà il testo rievoca la nebbia milanese, ma si occupa di tutt’altro. È il racconto delle pressioni subite dal giovane cantautore da parte dei suoi impresari discografici, che gli chiedono di parlare di cose “più alla moda” nelle sue canzoni, come «di donne da buoncostume» (ma nella prima versione era «di sesso, prostituzione»). E del fatto che allora lui ricorda il suo amore giovanile, con cui, a bordo di una Seicento, andava a giocare nella nebbia di San Siro.

Milano mia, portami via, fa tanto freddo,
ho schifo e non ne posso più.
Facciamo un cambio, prenditi pure
quel po’ di soldi, quel po’ di celebrità,
ma dammi indietro la mia Seicento,
i miei vent’anni e una ragazza che tu sai.
Milano, scusa, stavo scherzando,
luci a San Siro non ne accenderanno più.

La canzone fu pubblicata nel 1971 all’interno dell’album Parabola. Era, quello, il primo disco di un Vecchioni all’epoca non ancora trentenne, anche se il cantautore già da tempo lavorava nell’industria discografica scrivendo i testi per molte canzoni eseguite da altri. Registrato con pochi mezzi e in fretta e furia, era un disco ancora molto acerbo nelle musiche e negli arrangiamenti, ma in cui spiccava qualche brano che avrebbe permesso a Vecchioni di mettersi in mostra. Tra cui appunto Luci a San Siro, il suo primo classico.

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Rita Pavone – La partita di pallone

Un’adolescente in vetta alle classifiche

Lo spartito di La partita di pallone, cantata da Cocky Mazzetti e Rita PavoneChiudiamo con un pezzo un po’ più vecchio e sicuramente più disimpegnato, che però ben fotografa l’amore degli italiani per il calcio. Si tratta di La partita di pallone, scritto da Carlo Rossi per le parole ed Edoardo Vianello per la musica. Il brano era stato pensato per Cocky Mazzetti, cantante milanese in quel momento all’apice della carriera. Ma a portarla veramente al successo fu Rita Pavone, un’adolescente pescata praticamente dal nulla.

Classe 1945, in quegli anni la cantante torinese era sconosciuta ai più. Fu scoperta, nel 1962, al Festival degli sconosciuti di Ariccia da Teddy Reno, che subito la fece esordire in TV. Le comparsate al programma Alta pressione convinsero i discografici a farle incidere dei brani, il primo dei quali fu proprio La partita di pallone. E a sorpresa la canzone, cantata in modo spericolato, balzò in testa alle classifiche.

Perché, perché
la domenica mi lasci sempre sola
per andare a vedere la partita
di pallone?
Perché, perché
una volta non ci porti anche me?

Da lì la carriera della Pavone sarebbe letteralmente decollata. Nel giro di poche settimane arrivarono Sul cucuzzolo, Come te non c’è nessuno, Il ballo del mattone e Datemi un martello, tutte successi clamorosi. Nel 1964, infine, divenne anche una celebrità televisiva con Il giornalino di Gian Burrasca, serie introdotta dalla canzone Viva la pappa col pomodoro.

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