Ogni paese ha la sua epoca felice, la sua età dell’oro. Un’epoca in cui non solo la nazione è stata grande dal punto di vista politico ed economico, ma in cui i cittadini sembrano riconoscere la loro identità. La Germania da secoli rimpiange il suo medioevo, l’Italia il suo Rinascimento, la Spagna e l’Olanda i rispettivi Secoli d’oro, la Francia il suo Illuminismo: ognuno, insomma, nostalgicamente ha un’epoca passata a cui appellarsi, in cui riporre i propri sogni e al confronto della quale dare linfa alle proprie delusioni e rivendicazioni; un’epoca che quasi mai è guardata con gli occhi obiettivi dello storico, dimenticando in maniera plateale gli aspetti più controversi del periodo di riferimento ed esaltandone, in maniera edulcorata, i pregi. Il Rinascimento non fu solo l’epoca in cui fiorirono le arti, ma anche quella del trionfo dell’Inquisizione; il Medioevo non segnò solo la rinascita delle città, ma anche la straordinaria incidenza di pestilenze e guerre; l’Illuminismo produsse grande filosofia, ma anche omicidi politici e dittature.

Ognuno, quindi, quando si fa prendere dalla nostalgia vede quel che vuol vedere e ricorda quello che gli fa più comodo ricordare. Ed è così anche per gli Stati Uniti, dove nell’ultimo trentennio i toni nostalgici hanno assunto varie forme, ma si sono quasi tutti focalizzati su un’epoca ben precisa: gli anni ’50. Grease, Ritorno al futuro, Happy Days e innumerevoli altri prodotti popolari hanno infatti fornito agli americani (e agli appassionati di tutto il mondo) il ritratto di un’America felice ed ingenua, in cui i problemi potevano essere affrontati con ottimismo e in cui la vita sembrava sorridere a chi aveva appena vinto la Seconda guerra mondiale e si approntava a guidare il mondo (almeno, per il momento, quello occidentale).

Ma fu realmente così? Gli anni Cinquanta furono davvero quest’oasi di pace e speranza, in Occidente come nel resto del pianeta? A guardare la storia sembrerebbe di no: la guerra fredda tra USA e URSS era al suo massimo e, nonostante qualche misura distensiva, sarebbe culminata di lì a poco nella corsa allo spazio e nella crisi missilistica di Cuba; nonostante un periodo di pace in Europa, in tutto il mondo si respiravano segnali di inquietudine, focolai di rivolta, tensioni. Però è anche vero che alcuni segnali positivi c’erano: soprattutto per un certo periodo la Russia sembrò un nemico un po’ meno mortale di prima, prese avvio la decolonizzazione in maniera a volte perfino pacifica e incruenta, la ricostruzione dopo la tragedia della guerra sembrava procedere svelta ed efficace, l’economia italiana migliorava a vista d’occhio.

Insomma, fu un decennio di luci ed ombre, come sempre nella storia, soprattutto se lo si considera a livello globale; ma per chiarirci meglio le idee, ricostruiamo insieme i cinque eventi fondamentali della storia degli anni ’50.

 

La Guerra di Corea

Il primo scontro tra USA e Cina

Il 38° parallelo che divideva la Corea del Nord da quella del Sud
Il 38° parallelo che divideva la Corea del Nord da quella del Sud

Il decennio si aprì subito con un evento che, per quanto limitato geograficamente, ben lasciava intendere quale sarebbe stato l’andamento negli anni successivi. Al termine della Seconda guerra mondiale la Corea, che prima era possedimento giapponese, si trovò divisa in due: nella parte settentrionale, fino al 38° parallelo, erano penetrati i sovietici, mentre nella parte meridionale gli americani.

Alla Conferenza del Cairo del 1943 si era deciso che lì sarebbe dovuto sorgere un nuovo stato unitario neutrale, ma i piani furono presto disattesi: al nord nacque un governo comunista filosovietico con capitale Pyongyang, al sud un governo nazionalista filoamericano con capitale Seul. La rivoluzione cinese, nel ’49, e l’appoggio sia a livello di addestramento che di mezzi sia dei russi che dei cinesi diede al nord la spinta per tentare una riunificazione nazionale: il 25 giugno 1950, senza un’iniziale dichiarazione di guerra, le truppe della Corea del Nord invasero infatti quella del Sud, avanzando rapidamente, occupando quasi subito Seul e arrivando in poche settimane quasi alla completa conquista del paese.

Nel frattempo, però, si era riunito il Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, complice l’assenza dell’Unione Sovietica per protesta riguardo al mancato riconoscimento della Cina comunista, fu ordinato l’attacco contro la Corea del Nord, che gli Stati Uniti si occuparono subito di organizzare: a fine settembre, comandata dal generale MacArthur, partì la controffensiva occidentale (oltre a quelle americane c’erano truppe britanniche, canadesi, australiane, turche, olandesi, filippine, thailandesi, belghe e perfino etiopi, oltre a quelle di altre nazionalità), che in pochi giorni raggiunse di nuovo il 38° parallelo e poi sconfinò, penetrando facilmente in Corea del Nord. Con l’esercito allo sbando, il dittatore Kim Il-sung chiese aiuto sia all’URSS che alla Cina: Stalin, che gli aveva sconsigliato fin da subito l’invasione e che mal digeriva l’ingerenza di Mao in tutta la questione, glielo negò più volte, mentre la Cina intervenne con un inatteso quantitativo di uomini, pur di non avere gli americani al confine.

Con l’intervento cinese, le truppe di MacArthur retrocessero fino alle vecchie posizioni prebelliche e il conflitto si stabilizzò fino al 1953, quando, dopo 2 milioni di morti, si firmò la pace che riportava la situazione sostanzialmente a quella della primavera 1950. La guerra fu importante, dal punto di vista storico, per almeno due fattori: da un lato, la divisione del mondo in due blocchi si rivelava instabile e perennemente a rischio di rovesciamenti, da parte dell’uno o dell’altro fronte; dall’altro, la Cina di Mao si presentava sullo scacchiere internazionale come un nuovo importante attore, di certo comunista ma non necessariamente allineato alla politica dell’Unione Sovietica.

 

Il maccartismo

Il “pericolo rosso” e la paranoia degli americani

Joseph McCarthy, personaggio fondamentale della storia degli anni '50
Joseph McCarthy, personaggio fondamentale della storia degli anni ’50

Il confronto tra Stati Uniti e blocco comunista non era limitato, però, alle sole guerre locali. Più o meno nello stesso periodo della Guerra di Corea, e più precisamente tra il 1950 e il 1954, in America scoppiò una vera e propria paranoia anticomunista che prese comunemente il nome di maccartismo, dal nome del senatore Joseph McCarthy.

Ma andiamo con ordine: alleati durante la Seconda guerra mondiale, già alla resa del Giappone tra Stati Uniti e Unione Sovietica iniziò a calare il gelo; gli americani, d’altronde, avevano usato la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki per far vedere ai russi di averla a disposizione, ma già nel 1949 i sovietici avevano fatto dei test atomici con lo stesso scopo uguale e contrario. La rivoluzione cinese, d’altronde, aveva reso la situazione rovente e nel 1950 la scoperta di alcune spie sovietiche in territorio americano (i coniugi Julius ed Ethel Rosenberg su tutti, accusati di aver passato notizie riservate sulla bomba atomica e di conseguenza giustiziati sulla sedia elettrica) fece il resto: la paranoia di infiltrazioni comuniste in tutti i livelli dell’amministrazione pubblica ma anche del mondo dello spettacolo prese il sopravvento.

A cavalcare l’onda furono soprattutto il direttore dell’FBI di allora, il famigerato J. Edgar Hoover, e il senatore repubblicano McCarthy, che diresse una vera e propria caccia alle streghe tramite una serie di audizioni sia nei confronti di dipendenti del Dipartimento di Stato che di attori, sceneggiatori e produttori di Hollywood, audizioni volte a stanare i presunti collaborazionisti dei sovietici. Pur senza il supporto di prove, McCarthy incoraggiò molte delle persone interrogate a fare il nome di altre persone che secondo loro potevano avere simpatie comuniste, creando un effetto a catena basato sulla delazione – spesso interessata – e la persecuzione solo sulla base del “sentito dire”.

Alcuni dei soggetti che finirono nel mirino di McCarthy persero il lavoro o subirono processi sommari, altri caddero nell’oblio o furono costretti ad emigrare (è il caso, tra gli altri, di Charlie Chaplin); tra i molti sospettati di attività antiamericane e quindi controllati dall’FBI figurarono anche personalità del calibro di Albert Einstein, J. Robert Oppenheimer, Bertolt Brecht, Luis Bunuel, Orson Welles, Dashiell Hammett, Arthur Miller (che denunciò l’assurdità della situazione nella sua pièce Il crogiuolo) e Dorothy Parker. La fulminante carriera di McCarthy si concluse nel 1954, grazie soprattutto a una serie di servizi televisivi del giornalista della CBS Ed Murrow – ritratto da George Clooney in Good Night, and Good Luck – che mostravano l’inconsistenza delle accuse del senatore; McCarthy, ormai distrutto nella reputazione, morì tre anni dopo per epatite dovuta all’alcolismo.

 

La crisi di Suez

Nasser contro Francia e Gran Bretagna

La prima pagina de La Stampa che annunciava l'intervento anglo-francese in Egitto
La prima pagina de La Stampa che annunciava l’intervento anglo-francese in Egitto

Dopo aver parlato di Stati Uniti ed Asia spostiamoci tra l’Africa e il Medio Oriente: il primo era un continente che negli anni Cinquanta divenne protagonista di una “primavera araba” ante-litteram, con l’indipendenza guadagnata da molti paesi nei confronti dei colonialisti europei; la seconda era una zona che proprio in quegli anni cominciava a diventare realmente “calda”, status che avrebbe conservato ancora per decenni e che permane purtroppo tutt’oggi.

Le cause di quella che divenne la crisi di Suez erano molte: da un lato, lo stato di Israele si era recentemente formato, creando malumore all’interno del fronte islamico e dando origine ai primi scontri armati (la guerra arabo-israeliana del ’48, alla quale nei decenni successivi sarebbero seguite la crisi di Suez di cui parleremo ora, la Guerra dei sei giorni del 1967 e la Guerra dello Yom Kippur del 1973, in cui sempre nel fronte arabo era presente anche l’Egitto); dall’altro, nel 1954 con un colpo di stato era salito al potere proprio in Egitto il colonnello Nasser, fautore di una politica fortemente nazionalista; infine, la ragion d’essere del canale di Suez – su territorio egiziano ma controllato da una compagnia anglo-francese – si era mutata incredibilmente nel giro di pochi mesi, visto che l’India era diventata indipendente nel 1947 e quindi il canale non serviva più a far comunicare la Gran Bretagna con la sua principale colonia, ma contemporaneamente la scoperta del petrolio in Arabia Saudita e nei paesi vicini rendeva di colpo il canale preziosissimo per far arrivare il greggio in Europa e in Inghilterra.

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Date queste premesse, il conflitto era inevitabile: nel luglio 1956 Nasser annunciò la nazionalizzazione del canale, provocando la reazione di Francia e Gran Bretagna, che si accordarono con Israele perché lo stato ebraico attaccasse l’Egitto, dando così ai due alleati europei la scusa per intervenire a pacificare la situazione e rovesciare il governo egiziano. Sebbene Gran Bretagna e Francia riuscirono nell’obiettivo di occupare il canale, la situazione internazionale tramutò il loro intervento in un fallimento: l’Egitto, che negli anni si era strategicamente avvicinato ai paesi comunisti, chiese l’intervento dell’URSS, che minacciò di entrare nel conflitto e perfino, tra le righe, l’utilizzo dell’atomica.

A questo punto gli Stati Uniti richiamarono all’ordine gli alleati e imposero il ritiro delle truppe anglo-francesi, mentre l’ONU, su invito del ministro degli esteri canadese Pearson (premio Nobel per la pace l’anno dopo), creò la sua Forza d’emergenza ed intervenne per mantenere la pace tra i contendenti. La crisi fu una vittoria per Nasser, che divenne la guida di tutto il movimento panarabo, ma segnò anche il definitivo tramonto della potenza britannica (che si trovò costretta a “chiedere il permesso” a Washington per ogni successiva iniziativa) e la nascita di un significativo gelo tra la Francia e gli Stati Uniti che sarebbe durato per decenni.

 

La denuncia di Chruscev e i fatti d’Ungheria

Quando la Russia mandò i carri armati a Budapest

Rivoltosi ungheresi dopo aver abbattuto la statua di Stalin a Budapest
Rivoltosi ungheresi dopo aver abbattuto la statua di Stalin a Budapest

Il 1956 fu sicuramente l’anno più importante di tutto il decennio. Oltre alla crisi di Suez, di cui abbiamo appena parlato, si verificarono infatti due eventi fondamentali all’interno del blocco sovietico che cambiarono completamente il ruolo della Russia all’interno dello scacchiere mondiale ma anche la percezione del comunismo in Occidente.

A febbraio si svolse a Mosca il XX Congresso del PCUS, il Partito Comunista Sovietico; da tre anni era segretario Nikita Chruscev (o Krusciov, come lo si è traslitterato per molto tempo), ucraino che aveva preso il potere dopo la morte di Stalin, imponendo uno stile ben diverso rispetto a quello del suo celebre predecessore: proprio durante quel congresso, infatti, Chruscev presentò un rapporto segreto – in parte reso noto nelle settimane successive – in cui denunciava i crimini dello stalinismo, come le purghe effettuate dopo il 1934, il culto della personalità e gli errori compiuti durante la Seconda guerra mondiale, tacendo però su altri crimini come le uccisioni di Trockij e di Bucharin, oltre alla collettivizzazione forzata delle terre.

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In un clima del genere, che sembrava garantire più apertura e disponibilità al dialogo, nell’ottobre del 1956 una manifestazione di studenti ungheresi si tramutò in breve (anche a causa della polizia comunista che sparò sulla folla) in un più ampio movimento di protesta contro la dittatura “staliniana” di Matyas Rakosi – tra l’altro appena “fatto dimettere” dai russi – e l’ingerenza sovietica in Ungheria: il Partito Comunista locale concesse ai dimostranti molte delle loro richieste, mettendo al governo Imre Nagy (un ex ministro considerato un “moderato”) e aprendo all’eventualità di libere elezioni, ma nel giro di poche settimane il PCUS decise di intervenire, mandando a Budapest 200mila uomini e 4mila carri armati dell’Armata Rossa, con uno spiegamento di forze imponente (Hitler, per attaccare l’Unione Sovietica quindici anni prima, ne aveva usati meno). Nagy denunciò l’aggressione alla radio e si rifugiò nell’ambasciata jugoslava, ma, per un accordo tra Tito e Chruscev, sarebbe stato quasi subito tradito e consegnato ai russi, che lo avrebbero poi giustiziato nel 1958.

La rivolta ungherese fu sedata nel sangue e le libertà revocate in toto. L’obiettivo di Chruscev, d’altronde, era da un lato quello di tacitare l’opposizione interna al suo partito, che gli rimproverava una linea troppo morbida, e dall’altro di impedire un “effetto domino” visto che altri paesi dell’est (Polonia e Germania Est in primis) sembravano sull’orlo di seguire l’esempio ungherese; l’obiettivo fu per il momento raggiunto, ma in Occidente l’intervento sovietico destò grande stupore nel fronte comunista, tanto che anche molti intellettuali italiani di sinistra criticarono Mosca e si allontanarono dal partito: tra questi Alberto Asor Rosa, Enzo Siciliano, Lucio Colletti, Elio Petri, Antonio Giolitti, Natalino Sapegno, Italo Calvino, Elio Vittorini.

 

La Rivoluzione cubana

Fidel Castro e Che Guevara nuovi modelli rivoluzionari

Fidel Castro e Ernesto Che Guevara
Fidel Castro e Ernesto Che Guevara

Sempre legato all’equilibrio USA-URSS, che in quegli anni sembrava poter segnare sempre di più gli equilibri del mondo, fu anche la principale rivoluzione portata a termine negli anni ’50, quella cubana. Sull’isola che si trova di fronte alla Florida, infatti, dal 1952 era al potere Fulgencio Batista, già dittatore prima e presidente democraticamente eletto poi tra il 1933 e il 1944, ma che di fatto aveva adesso ripreso il potere con un colpo di Stato appoggiato dagli americani.

La sua politica, legata a Washington ma anche alle ingerenze della mafia e a una diffusa corruzione, gli alienarono rapidamente gli strati più umili della popolazione e portarono un gruppo di esuli in Messico guidato da Fidel Castro a tentare lo sbarco sull’isola nel novembre 1956: di 82 che erano, solo 12 sopravvissero all’attacco dell’esercito, ma tra questi vi erano Castro, l’argentino Ernesto Che Guevara e perfino un italiano, l’ex partigiano Gino Donè Paro, uomini che seppero rapidamente rinfoltire i loro organici con molti cubani che incontravano lungo la loro risalita verso la capitale.

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Gli scontri continuarono per un paio d’anni, finché i rivoluzionari non ottennero alcune vittorie decisive che spinsero Batista a scappare nella Repubblica Dominicana e Castro a prendere L’Avana nel gennaio 1959; fu instaurato un regime socialista, nazionalizzando le industrie e anche le proprietà straniere (soprattutto statunitensi), cosa che portò al tentativo nel 1961 di invasione americana nella Baia dei Porci e ad un avvicinamento di Castro all’URSS che sarebbe culminato con l’installazione sul suolo cubano di missili puntati contro le città americane, missili che a loro volta avrebbero provocato la conseguente crisi USA-URSS dell’ottobre 1962.

Ma la rivoluzione cubana esaltò almeno all’inizio le aspettative della sinistra in tutto il mondo, delusa dal comportamento dei sovietici in Ungheria e bisognosa di nuovi modelli: Che Guevara, in particolare, divenne un idolo giovanile e un simbolo della rivolta degli umili contro l’imperialismo americano, ospitato e immortalato in giro per il mondo a parlare con intellettuali come Jean-Paul Sartre e a farsi fotografare col sigaro in bocca, prima di partire per una nuova rivoluzione da qualche parte in Sud America.

 

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