Quando le band che hanno avuto un grandissimo successo si sciolgono, possono accadere molte cose. Ci sono casi in cui uno o anche due ex componenti del gruppo hanno avuto un grande successo da soliti: pensate a Lou Reed e John Cale dei Velvet Underground. Ci sono anche casi in cui nessuno, però, riesce a sopravvivere al mito della band, e cade nel dimenticatoio. Quando i Beatles si sciolsero, nel 1970, nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto ai quattro ragazzi di Liverpool.

John Lennon, con la sua carica carismatica e con al fianco un personaggio come Yoko Ono, probabilmente non avrebbe avuto problemi a rimanere sulla breccia. Ringo Starr si sarebbe dovuto con ogni probabilità rassegnare a un ruolo secondario. George Harrison avrebbe forse avuto più occasioni, non più schiacciato da altre presenze ingombranti. Ma Paul? Che ne sarebbe stato del ragazzo dalla faccia pulita, di quello che scriveva le ballate più dolci del gruppo? Di quello che le leggende metropolitane davano per morto e sostituito da un sosia?


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I fan non dovettero aspettare molto per avere una risposta alle loro domande. Il primo album da solista di Paul, intitolato semplicemente McCartney, uscì addirittura prima dell’ultimo dei Beatles, Let It Be, il 17 aprile del 1970. Da lì prese il via la sua nuova carriera, che lo vide per un certo periodo unirsi a una band – i Wings – e poi proseguire da solo, cercando anche vie originali e meno commerciali. Ma quali sono i brani più importanti della sua produzione post-Beatles? Ecco le nostre scelte.

 

Maybe I’m Amazed

da McCartney, 1970

McCartney era un album fatto sostanzialmente in casa. Paul suonava tutti gli strumenti, mentre per i cori aveva cooptato la moglie Linda. I brani, d’altro canto, erano tutti stati scritti per i Beatles, ma per un motivo o per l’altro erano rimasti fuori dalle registrazioni del gruppo. Forse anche per questa “artigianalità”, che nell’ottica di Paul era però simbolo di sincerità, la critica non accolse benissimo la registrazione. Il rimprovero più comune era quello di aver presentato sì una manciata di pezzi all’altezza, ma di aver riempito l’album anche di brani mediocri.

Il pubblico non fu dello stesso avviso, tanto che il disco raggiunse la posizione numero 1 negli Stati Uniti e la 2 in Gran Bretagna. Varie, d’altronde, erano le canzoni destinate a rimanere nel repertorio di Paul. La quarta era Every Night, una breve gemma. La sesta traccia era Junk, già proposta più volte per i dischi dei Beatles. Ma il capolavoro arrivò quasi in chiusura, alla dodicesima posizione. Si trattava di Maybe I’m Amazed, una canzone scritta per Linda McCartney negli ultimi mesi della separazione dai Beatles, che si ricollegava agli altri pezzi romantici già incisi negli anni precedenti e forse arrivava anche a superarli.

 

Uncle Albert / Admiral Halsey

da Ram, 1971

Lo scioglimento dei Beatles non fu un affare indolore per nessuno. I fan piansero per mesi lacrime amare, ma anche i componenti del gruppo per qualche tempo mostrarono un certo disappunto. La tensione tra Paul e John, in particolare, emerse anche in diverse loro registrazioni. Quando, nel 1971, McCartney diede alle stampe il suo secondo album solista, molti (tra cui lo stesso Lennon) vi videro infatti dei riferimenti alla storia del gruppo. Ram mostrava in copertina Paul che teneva un montone per le corna, presto parodiato da Lennon che in alcune foto di Imagine teneva per le orecchie un maiale. Sul retro dell’album c’erano poi due scarafaggi (beetle, in inglese) in accoppiamento. Ma poi anche in Too Many People c’erano dei chiari riferimenti all’ex compagno e a Yoko Ono.

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Il brano più importante di un disco che, al di là delle polemiche, era in realtà abbastanza debole era Uncle Albert / Admiral Halsey. Dal punto di vista commerciale, quello fu il primo numero 1 di McCartney nella classifica dei singoli dopo la rottura dei Beatles. Dal punto di vista compositivo, si trattava di una canzone inconsueta, piena di strani effetti sonori e con una melodia appena accennata, ma di buona presa. Attribuita a Paul e Linda assieme, la registrazione vedeva però la moglie di McCartney comparire solo nei cori.

 

Live and Let Die

da Live and Let Die, colonna sonora di Agente 007 – Vivi e lascia morire, 1973

I primi anni della carriera solista di McCartney furono segnati da buoni successi di vendite, ma anche da molte critiche. La stampa specializzata non gli perdonava di non riuscire più a proporsi ai livelli della produzione precedente e bocciava a ripetizione tutti i suoi dischi. Anche gli ex compagni, e non solo Lennon, non erano stati teneri coi suoi lavori, definendoli “pop & roll” e commerciali. L’idea sembrava essere che, una volta esaurito lo slancio dei Beatles, McCartney sarebbe presto sceso nella mediocrità.

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In realtà così non avvenne. Paul mise da parte l’idea di continuare a registrare album solo assieme alla moglie Linda e si creò una nuova band, i Wings, con cui per qualche anno ricominciò a sfornare dischi di ottimo livello. Se Wild Life, il loro primo album, deluse gli osservatori, Red Rose Speedway ottenne invece buone recensioni e Band on the Run fu invece un trionfo. In mezzo tra questi album uscì anche Live and Let Die, brano composto per la colonna sonora del nuovo film di 007 Vivi e lascia morire. Scritta da Paul e Linda e arrangiata dal “quinto Beatle” George Martin, la canzone fu un successo clamoroso, forse il più importante sia di Paul che dei Wings.

 

Band on the Run

da Band on the Run, 1973

La buona vena compositiva venne cavalcata da McCartney con l’uscita, pochi mesi dopo, di Band on the Run, probabilmente il miglior lavoro del gruppo. Da quel disco furono estratti tre singoli, Jet, Mrs. Vandebilt e Band on the Run. Proprio quest’ultima canzone è ancora oggi la più famosa del disco, tanto da essere stata cantata negli anni successivi da artisti del calibro dei Foo Fighters e di Tori Amos.

Anche qui in qualche modo si sente l’influenza dei Beatles, anche se in quel 1973 i rapporti tra i quattro ex componenti stavano lentamente migliorando. McCartney ha più volte dichiarato, infatti, che l’ispirazione del brano gli venne da una vecchia frase di George Harrison. Durante un incontro d’affari che i Beatles dovevano di frequente tenere alla Apple Records, il chitarrista aveva infatti detto agli altri tre una frase ironica: «Se solo riuscissimo a scappare…». Da lì l’idea di una band in fuga, che ben si combinava anche con alcune esperienze recenti di McCartney. Il cantante era stato infatti sorpreso dalla polizia con della marijuana, mentre i nastri delle prime registrazioni dell’album erano stati rubati ai produttori. E così, nacque una canzone su un gruppo ingiustamente accusato che cerca di evadere.

 

Let Me Roll It

da Band on the Run, 1973

Sempre all’interno di Band on the Run figurava anche Let Me Roll It. La canzone all’inizio non fu molto considerata dall’entourage di McCartney, visto che fu fatta uscire come B-side di Jet. Nel tempo, però, guadagnò consensi, trovando un proprio posto anche nelle esibizioni dal vivo. In particolare, molti critici notarono che sembrava una canzone scritta “alla maniera di John”, per via sia del riff di chitarra, sia per l’effetto eco nella parte cantata.

McCartney, che in altre occasioni ha confessato i riferimenti e le frecciatine rivolte all’ex compagno, però ha negato che ci fosse volontarietà nella citazione, anche se ha ammesso che in effetti qualche vicinanza con lo stile di Lennon c’è. La canzone è stata inclusa in vari dischi live e poi incisa anche da molti artisti, come Mandy Moore, Fiona Apple, Richie Sambora e altri.

 

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