Cinque famose foto delle Olimpiadi

Una suggestiva immagine dalle Olimpiadi di Londra 2012

Tra poche settimane prenderanno il via le Olimpiadi Invernali di Sochi, in Russia. E già fioccano spot televisivi volti a ricordarci quanto queste manifestazioni siano emblematiche, attese, memorabili, senza contare tutte le implicazioni politiche di eventi come questo.

D’altro canto, da molti anni ormai siamo abituati a seguire le gare con dirette infinite, a vederne celebrati per mesi i momenti più emblematici e così a fissare nella memoria volti e scene. Ma quali sono, nella lunga storia dei Giochi (soprattutto quelli estivi, più seguiti), le immagini più famose? Quali sono le più celebri foto delle Olimpiadi? Abbiamo provato a mettere in piedi una selezione. Eccola.

 

L’impresa di Dorando Pietri

Il maratoneta italiano a Londra 1908

Dorando Pietri taglia il traguardo della maratonaSe il barone De Coubertin fosse vivo oggi, una delle cose che odierebbe di più sarebbe la scomparsa dell’originale spirito olimpico. Secondo la sua idea, le Olimpiadi dovevano infatti essere riservate a dilettanti che, animati da una grande forza di volontà e da qualità atletiche non superlative, combattessero a viso aperto per conquistare una medaglia. Non aveva in mente, insomma, né gli sponsor che permettono oggi a molti atleti di sopravvivere, né il doping.

Una delle più grandi incarnazioni di questi ideali è stato Dorando Pietri. Il maratoneta italiano segnò infatti nel 1908 l’impresa più celebre delle prime edizioni delle Olimpiadi. Figlio di un contadino e a sua volta umile garzone di una pasticceria, Pietri aveva cominciato a correre quasi per caso nel 1904, riscuotendo subito importanti successi anche in campo internazionale. Alle Olimpiadi intermedie del 1906, ad esempio, era stato a lungo in testa alla maratona, ma si era poi dovuto ritirare per un problema intestinale. Così nel 1908 a Londra era tra i favoriti.

Rimasto all’inizio nelle retrovie, aveva poi rimontato posizioni nella seconda parte della gara, superando il leader della corsa – il sudafricano Charles Hefferon – al 39° chilometro. Era però una giornata di luglio insolitamente calda per il clima britannico e Pietri aveva speso molte energie. Entrò nello stadio con grande vantaggio sugli inseguitori, ma prima sbagliò strada, e poi, a duecento metri dal traguardo, crollò a terra. Tra l’altro – per sua grande sfortuna – in quell’occasione per la prima volta il percorso della maratona era stato allungato dai 42 chilometri usati fino ad allora agli oggi canonici 42 chilometri e 195 metri. Senza quella modifica, Pietri avrebbe vinto senza troppi problemi. Lo stadio intero lo acclamava ma lui non ce la faceva più.

Fu soccorso dai medici e dai giudici di gara, che lo aiutarono a rialzarsi, ma poco dopo cadde di nuovo. Fu sorretto, in pratica, fino all’arrivo, impiegando quasi dieci minuti a percorrere quegli ultimi metri. Comunque tagliò per primo il traguardo, precedendo l’americano Johnny Hayes e svenendo subito dopo. Gli Stati Uniti presentarono reclamo e Pietri fu estromesso dall’arrivo. La sua storia, però, raccontata il giorno dopo addirittura da sir Arthur Conan Doyle – il creatore di Sherlock Holmes – sulle pagine del Daily Mail, commosse il mondo intero. La stessa regina Alessandra volle premiarlo con una speciale coppa d’argento dorato. Il Daily Mail, dal canto suo, indisse una sottoscrizione per raccogliere denaro a favore di Pietri.

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Dopo le Olimpiadi, grazie alla fama ottenuta, il corridore italiano passò al professionismo. Si esibì in una serie di gare in giro per il mondo, spesso in sfide a due con Hayes, il vincitore della maratona olimpica. A 26 anni, incassato un patrimonio per l’epoca molto consistente, si ritirò, aprendo prima un albergo, che però fallì, e poi un’autorimessa.

 

Jesse Owens sbaraglia Hitler

Lo smacco all’ideale ariano a Berlino 1936

Jesse Owens a Berlino '36Da ormai molto tempo le Olimpiadi non sono più solo un fatto sportivo. Sono un’impresa economica che coinvolge un intero Stato e può segnarne la rinascita o la crisi, sono un momento sempre più perfetto di intrattenimento, sono state – e a volte sono ancora – una forma di propaganda e di confronto politico.

L’apice, in particolare, di questo legame tra politica e sport si raggiunse nel 1936, quando i Giochi furono ospitati dalla Germania. Adolf Hitler era cancelliere da tre anni e stava portando il suo paese, e tutto il mondo, verso la guerra più distruttiva della storia dell’umanità. Assegnate alla città di Berlino prima dell’ascesa del Partito Nazista, le Olimpiadi si svolsero in un clima di aperta esaltazione del Reich e dell’uomo ariano, come documentano anche le celebri riprese di Leni Riefenstahl.


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Ma gli obiettivi di Hitler furono raggiunti solo in parte. La Germania trionfò al medagliere, ma nelle gare più importanti dell’atletica, quelle di velocità, emerse non solo un non ariano, ma addirittura un afroamericano. Jesse Owens sbaragliò ogni concorrenza portandosi a casa quattro medaglie d’oro (nei 100 metri, nei 200 metri, nel salto in lungo e nella 4×100) e stabilendo una serie di record che durarono parecchio.

La foto più famosa è forse quella di Owens impegnato nello scatto con gli spalti alle spalle, una foto che racchiude tutta la carica energetica dell’atleta. Nota a margine: il recordman americano non fu premiato né ricevuto da Hitler, col quale però – raccontava lo stesso Owens nella sua autobiografia – non ci furono contrasti diretti (anzi, addirittura Hitler lo salutò dagli spalti). Al contrario, al suo ritorno in patria l’atleta non fu ricevuto dal presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, che, in piena campagna elettorale, temeva che quell’incontro gli avrebbe inficiato l’appoggio di alcuni elettori degli Stati del sud.

 

Il pugno delle Pantere Nere

La ribellione degli atleti di colore a Città del Messico 1968

Il saluto delle Pantere Nere a Città del Messico '68La foto-simbolo di tutta la storia delle Olimpiadi è quella che, a Città del Messico nel 1968, ritrae il podio della gara dei 200 metri piani. Vi figurano due atleti americani – Tommie Smith e John Carlos – in prima e terza posizione. Ripresa da varie angolazioni (una delle foto più celebri fu scattata da John Dominis, di cui parliamo anche qui) e diffusa in tutto il mondo, è uno dei simboli della protesta giovanile che, in quel caldo ’68, stava per diffondersi a tutto il mondo.

Smith in quella gara riuscì per la prima volta nella storia a scendere sotto i 20 secondi e stabilì un record destinato a durare per 11 anni, fino all’arrivo di Pietro Mennea. Lui e Carlos durante la premiazione rimasero immobili e a capo abbassato, alzando, durante l’inno, il pugno chiuso e ricoperto da un guanto nero. Ovvero eseguendo il saluto-simbolo del Potere Nero usato anche dalle Pantere Nere.


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Questo movimento, che da pochi mesi muoveva i primi passi e che ricevette un fortissimo slancio grazie al gesto dei due atleti, era uno dei molti che, sul finire degli anni ’60, si stavano affacciando alla ribalta dell’opinione pubblica statunitense. Chiedevano parità di diritti – non solo formale ma anche effettiva – tra bianchi e neri, ma erano anche un movimento di ispirazione marxista. Essi infatti leggevano il contrasto etnico come un conflitto di classe e alla non-violenza di Martin Luther King opponevano i principi della self-defence. Così, ad esempio, proponevano di pattugliare le zone abitate dagli afroamericani per impedire alla polizia di compiere violenze non giustificate.

Smith e Carlos furono cacciati dal Villaggio Olimpico dai dirigenti della delegazione americana e subirono varie ritorsioni anche al loro rientro in patria. Ciononostante il tempo, si può dire, ha dato loro ragione, tanto è vero che nel 1999 Smith è stato insignito del premio di Sportivo del Millennio. Inoltre nel 2005 la californiana San Jose State University – l’università frequentata a suo tempo da entrambi gli atleti – ha eretto, nel proprio campus, una statua che raffigura proprio quella celebre premiazione. In ogni caso nella sua autobiografia, intitolata Silent Gesture, Smith ha dichiarato che il suo non era un saluto legato al Black Power, ma ai diritti umani.

 

Il volto incappucciato del terrorista

L’orrore sbarca a Monaco 1972

Uno dei terroristi di Monaco '72Finora, magari di striscio, magari perché legato ad altro, abbiamo sempre parlato di sport. Ma le Olimpiadi non sono solo questo. Come abbiamo appena mostrato coi fatti del Messico del 1968, sono sempre state anche uno strumento attraverso cui portare avanti una causa politica, un palcoscenico in cui mostrarsi davanti agli occhi del mondo. Questo, agli inizi degli anni ’70, l’avevano capito più o meno tutti tranne i membri del CIO e i governi che organizzavano queste manifestazioni sportive. Erano loro gli unici convinti che lo “spirito olimpico” portasse sempre con sé uno spirito di fratellanza.

A Monaco di Baviera, nel 1972, si dovevano celebrare le Olimpiadi della riconciliazione. Si trattava del primo grande evento sportivo ospitato sul suolo tedesco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (al quale sarebbero seguiti, appena due anni dopo, i Mondiali di calcio) e i tedeschi avevano imposto misure di sicurezza molto basse, per dare l’idea di una Germania nuova, democratica e pacifica. I fatti, però, sono noti. Un commando di terroristi palestinesi fece irruzione nel Villaggio Olimpico, sequestrando 11 atleti israeliani e intavolando una difficile trattativa con le autorità tedesche per il rilascio.

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Dopo un’estenuante giornata, i terroristi e la polizia si accordarono per uno spostamento all’aeroporto, dove palestinesi e israeliani avrebbero dovuto prendere un aereo per l’Egitto. Qui però la polizia tedesca aveva organizzato un raid, che si rivelò fallimentare e portò alla morte di tutti gli ostaggi.

L’immagine simbolo di quei fatti è rappresentata da questa foto sgranata e un po’ cupa in cui si vede uno dei terroristi, col volto coperto, affacciarsi al balcone della palazzina degli atleti israeliani. Esistono anche altre foto, sempre davanti alla palazzina (nessun reporter poté assistere alla sparatoria dell’aeroporto), che mostrano anche alcuni ostaggi, ma non riescono a comunicare il terrore e la tensione di quelle ore.

 

Il “Not impressed” di McKayla Maroney

Le Olimpiadi di Londra 2012 all’epoca dei meme

McKayla Maroney durante la premiazione del 2012Concludiamo, dopo tanti fatti drammatici, con una nota di colore e, soprattutto, di pochi mesi fa. Lo confesso: quando mi sono messo a selezionare le varie foto, volevo cercarne una recente. Le Olimpiadi però sono ormai coperte dai media in maniera così forsennata che le immagini di qualità sono decine e decine. Così nessuna riesce, mi sembra, a imporsi e fissarsi perché viene sorpassata dall’ottima nuova foto, che a sua volta sarà rimpiazzata da una nuova foto ancora.

C’è però un’immagine, alle recenti Olimpiadi di Londra, che nell’immaginario collettivo è riuscita ad entrarci grazie ad internet. Lì ha infatti avuto origine un meme che è poi stato replicato addirittura dal presidente Obama durante la visita delle atlete statunitensi alla Casa Bianca. Sto parlando della foto, cioè, in cui la ginnasta americana McKayla Maroney assiste alla premiazione della rumena Sandra Izbasa, sua rivale che le ha appena “soffiato” la medaglia d’oro da sotto agli occhi.

La Maroney, all’epoca appena sedicenne, è una delle grandi speranze della ginnastica artistica americana. Proprio alle Olimpiadi di Londra riuscì a conquistare il secondo oro a squadre della storia per il suo paese, esibendosi nel volteggio, la sua specialità. Nella finale individuale proprio del volteggio, però, dov’era ormai data come favorita, cadde durante il secondo salto, dovendo accontentarsi dell’argento.

L’anno dopo, e cioè lo scorso ottobre, si è potuta rifare diventando campionessa del mondo. In ogni caso il successo di questa foto le è fruttato anche una grande esposizione mediatica che l’ha portata, nel 2013, a diventare testimonial per l’Adidas, a fare da giudice a Miss America e a partecipare ad un video dei 30 Seconds to Mars.

 

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