Cinque famose fotografe americane del ‘900

Kentucky Flood, celebre foto di Margaret Bourke-White, una delle più grandi fotografe americane del Novecento

La via dell’emancipazione femminile passa anche attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica. Se nel lungo corso della storia dalle origini alla contemporaneità la donna ha rivestito un ruolo minoritario nella società, offuscato dalla preponderante presenza maschile, è solo con gli eventi del XX secolo che esse hanno guadagnato a poco a poco negli Stati Uniti diritti politici (il diritto al voto raggiunto dalle donne americane nel 1920) e una maggiore eguaglianza (il Sex Disqualification Removal Act del 1919 permise alle donne di accedere a cariche pubbliche un tempo solo appannaggio maschile) col “sesso forte”.

Una macchina fotegrafica per le donne

Parallelamente a questi eventi, lo sviluppo della fotografia ha assunto un ruolo di centralità nelle società del XX secolo: l’avvento di nuove strumentazioni di modeste dimensioni e più semplici da trasportare ed utilizzare ha permesso anche alle donne di appropriarsi di questo mezzo artistico e di comunicazione in maniera del tutto nuova.

La “Kodak Girl” (cioè la piccola macchina fotografica introdotta da George Eastman della Kodak Company) venne infatti lanciata nel mercato americano nel 1893 e pubblicizzata specificatamente per uso femminile, favorendo un uso sempre crescente del mezzo, da poche centinaia di donne alla fine del 1890 fino a circa 5.000 negli anni Venti.


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Date queste premesse, vogliamo focalizzare la nostra attenzione sul ruolo di cinque tra le più stravaganti donne che, nell’America del XX secolo, si sono appropriate del linguaggio fotografico utilizzandone la forza evocativa e rendendosi testimoni così di quei momenti che hanno plasmato uno tra i più dinamici secoli nella storia dello sviluppo umano.

 

Dorothea Lange

Dalla crisi economica alla Seconda guerra mondiale

Dorothea Lange nacque verso la fine del XIX secolo ed è oggi riconosciuta come una delle prime donne fotografe documentariste dei suoi tempi. Proveniva da una famiglia agiata, da cui respirava buoni valori e una forte educazione umanistica. Colpita dalla poliomielite in età molto precoce, imparò ad apprezzare gli effetti di questa malattia per averla resa più umile e averne fortificato lo spirito. In quegli anni iniziò ad avvicinarsi alla fotografia, che non avrebbe abbandonato più.

Nel 1918 intraprese una spedizione fotografica intorno al mondo, per stabilirsi infine a San Francisco, dove rimase fino alla morte, facendosi portavoce dei drammi della Grande Depressione, di cui fotografò i senzatetto della California, come ad esempio in White Angel Breadline (La fila per il pane dell’Angelo Bianco, 1933).

La macchina fotografica è uno strumento che insegna alla gente come vedere senza una macchina fotografica.

Sotto richiesta della Farm Security Administration, curò un servizio fotografico negli anni del Dust Bowl (il fenomeno agricolo di inaridimento della terra tra gli anni Venti e Trenta, dovuto a povere pratiche di lavorazione che ne consumarono la fertilità), il quale determinò la migrazione di milioni di contadini in cerca di lavoro dal centro degli Stati Uniti – il Midwest – verso lecoste occidentali della California.

Una fotografia dai caratteri sociali

Questi suoi reportage le permisero di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo fenomeno silenzioso di un microcosmo migrante e disperato e di stabilire una prolifica relazione professionale (che sarebbe sfociato in matrimonio) con Paul Taylor, un ricercatore economista dell’Università della California, con il quale, tra il 1935 e il 1939, avrebbe continuato a testimoniare la grave crisi che stava affliggendo il paese.

Di questi anni è forse la foto che più di tutte la rese celebre, scattata in un campo di piselli a Nipomo, in California: Migrant Mother (Madre migrante, 1936), istantanea della durezza della vita dei campi affrontata non più solamente dagli uomini, ma anche da queste donne e madri disperate, che sempre dimostrano una innata dignità.


La carriera di Dorothea continuò, parallelamente agli eventi politici e con l’ingresso dell’America nella Seconda guerra mondiale: venne infatti assunta dall’OWI (Office of War Information) per fotografare l’internamento dei giapponesi-americani. Negli anni ’50 fu co-fondatrice della rivista fotografica Aperture (tutt’oggi una pubblicazione trimestrale che serve un pubblico di fotografi e appassionati dilettanti) e contribuì alla nascita dell’agenzia fotografica Magnum.

Dorothea Lange morì nel 1965 in seguito ad un cancro esofageo. La sua influenza nel mondo della fotografia è rimasta evidente nelle numerose retrospettive che in tutto il mondo continuano a pagare tributo a lei che, come donna e come fotografa, ha saputo sfidare le convenzioni sociali e farsi manifesto delle condizioni di vita e di lotta delle donne, dei poveri e degli emarginati.

 

Margaret Bourke-White

La fotografa dei primati

Margaret Bourke-White è forse, più di tutte tra le fotografe qui presentate, la donna dei primati: pioniera corrispondete di guerra; prima fotografa dello staff di Life; coinvolta nella fondazione della rivista Fortune; prima fotografa straniera ad essere ammessa in URSS (in cui scattò uno dei rari ritratti fotografici di Stalin e immortalò le condizioni industriali e sociali dell’epoca); e ancora, durante la Seconda guerra mondiale, prima donna accreditata come “fotografa di guerra” a volare in missione durante i combattimenti aerei e ad entrare nel giorno della liberazione, a seguito delle truppe del Generale Patton, nel campo di concentramento di Buchenwald (di cui riprese le immagini dei prigionieri superstiti con le quali compose la sua opera del 1946, Dear Fatherland, Rest Quietly).

Negli anni Trenta, in America collaborò come Dorothea Lange con la Farm Security Administration, fotografando le condizioni degli immigranti durante il Dust Bowl e fu una tra le prime fotografe a indirizzarsi verso il genere della fotografia industriale: tra i suoi capolavori, ricordiamo le sue foto dalla cima del Chrysler Building, simboli della forza umana, unita alla creatività e potenza industriale che costruì una nazione.

Trovare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno avrebbe potuto immaginare prima, qualcosa che solo tu puoi trovare perché, oltre ad essere fotografo, sei un essere umano un po’ speciale, capace di guardare in profondità dove altri tirerebbero dritto.

Dopo la Seconda guerra mondiale viaggiò in India per fotografare le condizioni di vita di questo paese in agitazione a seguito della separazione tra il Pakistan musulmano e l’India indù: di questo tempo sono famosi i suoi scatti del leader spirituale indiano Gandhi. Una tra le sue ultime tappe fu la Corea del Sud durante la guerra degli anni ’50 in cui sarà di nuovo fotografa corrispondente di guerra.

Indubbiamente il mondo in cui Margaret si trovò a vivere e ad operare era un mondo in pieno fervore e sull’orlo di molteplici sconvolgimenti politico-sociali che, come mai prima di allora era avvenuto, modificarono le relazioni tra gli stati e diedero avvio agli sviluppi globali come li conosciamo oggi.

Margaret Bourke-White lavorò instancabilmente in America e nel mondo, sfidando pericoli e stereotipi ma anche il Parkinson che a poco a poco la costrinse a lasciare la fotografia, a cui aveva dedicato più di mezzo secolo di se stessa e del suo instancabile vedere e catturare momenti non solo con gli occhi, ma anche con il cuore.

 

Toni Frissell

A bordo delle passerelle come al fronte in guerra

Antoinette Frissell Bacon, nome d’arte Toni, è ricordata oggi principalmente per i suo scatti d’autore per Vogue, ma queste immagini del bel mondo sono solo l’anticamera di una carriera che l’avrebbe portata lontano dalle passerelle per entrare nelle trincee di guerra e tramandarci i volti di quelle vite donate alla storia.

Toni nacque a New York nel 1907 in una famiglia dell’alta borghesia. Negli anni Trenta ottenne il suo primo incarico per Vogue come editor di sottotitoli: da qui si sviluppò il suo interesse per la fotografia elaborata non solo in chiave tradizionalista con soggetti in studio, ma anche in modo del tutto nuovo ed avanguardista, spostando la sua macchina fotografica addirittura sott’acqua. Le sue modelle infatti fluttuano leggere, sospese in questo ambiente inconsueto, indossando bellissimi abiti di moda come in Mermaid: 1939 (Sirena: 1939), pubblicata su Vogue.

Questi sono i volti che ho trovato memorabili. Se non sono tutti felici come re, è perché in questo mondo imperfetto e questi tempi pericolosi, l’occhio della macchina fotografica, come l’occhio di un bambino, spesso vede la verità.

Rimase a lavorare per Vogue fino agli anni Quaranta, quando, tra il 1941 e 1943, partecipò agli sforzi bellici offrendo i suoi servizi come fotografa ufficiale della Croce Rossa viaggiando tra l’America, la Scozia e l’Inghilterra. Di questi anni sono i suoi reportage sulle vittime della guerra e il prodigioso intervento della Croce Rossa nell’alleviare le sofferenze di questo microcosmo: le sue fotografia di donne soldato, piloti afroamericani e bambini orfani sarebbero diventate il manifesto dell’altra faccia della guerra.


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Verso la fine degli anni Quaranta Toni si riavvicinò al mondo della moda, lavorando per Harper’s Bazaar (rinomata rivista di moda fondata da Fletcher Harper nel 1867) e contribuendo alle riviste Life – di cui fu una tra le prime donne fotografe – e Look. Per queste testate realizzò fotografie di grandi statisti dell’epoca, da Winston Churchill a Eleanor Roosevelt, fino anche a J.F.K. e Jaqueline Kennedy, di cui firmò l’album fotografico nuziale: tra le tante foto, basti citare Kennedy Wedding – Jacqueline Kennedy Throwing the Bouquet (Matrimonio Kennedy – Jacqueline lancia il bouquet, 1953). Risale a questo periodo, gli anni Cinquanta, l’inizio della sua collaborazione con Sports Illustrated, di cui sarà la prima fotografa donna nello staff.

Toni Frissell morì di Alzheimer nel 1988 a Long Island: la sua fu una vita dedicata all’esaltazione della bellezza femminile di tutte le estrazioni sociali, dalle modelle glamour alle infermiere e soldatesse impegnate al fronte, fino alle personalità importanti come Eleanor Roosevelt e Jacqueline Kennedy, diventando così una paladina del femminismo dei suoi tempi.

 

Eve Arnold

Cinema, moda e questioni razziali

Eve Cohen nacque in America da una famiglia di emigrati russi, più giovane di tre fratelli, divenendo presto una tra le più conosciute fotogiornaliste del XX secolo. Eve (più nota come Eve Arnold, dopo il suo matrimonio con l’industriale Arnold Arnold) sviluppò la sua passione per la fotografia quasi per caso: dopo aver ricevuto in dono da un suo fidanzato una macchina fotografica Rolleiflex, decise di partecipare ad un corso di fotografia guidato da Alexey Brodovitch (allora direttore artistico di Harper’s Bazaar). Eravamo nel 1948.

Uno dei suoi primi lavori fu un servizio fotografico sulle sfilate di moda condotte da afroamericani nel quartiere Harlem a New York: USA. NYC. Fashion in Harlem (USA. NYC. Moda ad Harlem, 1950). Questi scatti, emblemi di una realtà parallela, sebbene trovassero l’approvazione di Brodovitch, non riscossero il successo di un pubblico che, prevalentemente bianco in un’epoca di dissidi razziali, li additò addirittura come scandalosi. Sarebbero stati pubblicati solo dalla rivista londinese Picture Post nel 1951.

Quello che vi serve per essere un buon fotografo è una travolgente curiosità e una buona digestione.

Il suo rapporto con Harlem e la vita di quel quartiere sarebbe continuato ancora negli anni successivi, in cui avrebbe seguito le vicende di Malcom X e dei Black Muslims. Nel 1951 Henri-Cartier Bresson la chiamò a fare parte della Magnum Photos, per diventare la prima donna socia dell’agenzia.

Di questi anni è anche il suo incontro con il mondo del cinema: Elizabeth Taylor, Joan Crawford e Marylin Monroe (che la considerava un’amica intima) divennero le sue eroine, donne simbolo di bellezza e fragilità sotto i riflettori di un mondo che non lasciava tregua alle vicende personali. Negli anni Sessanta, spinta da una curiosità e voglia di usare il mezzo fotografico come manifesto di realtà lontane, avrebbe viaggiato in Cina, in Afghanistan e giungendo infine nel Regno Unito, dove sarebbe rimasta fino alla morte.


La vita e la carriera di Eve Arnold spaziarono in una temporalità di quasi un secolo: anni dedicati ad essere portavoce delle trasformazioni sociali e politiche non solo della sua America ma anche di molte altre realtà internazionali che le valsero meritati riconoscimenti (fu anche membro onorario dell’Ordine dell’Impero Britannico), opportunità di esporre le sue opere nelle migliori gallerie tra New York e Londra e lasciare il suo nome nell’albo delle eroine femministe della fotografia contemporanea.

 

Annie Leibovitz

Ritratti di donne e rockstar

Nel panorama fotografico contemporaneo, Annie Leibovitz è forse una tra le fotografe più riconosciute e famose. Nacque a Westbury, in Connecticut nel 1949, ma si trasferì a San Francisco per seguire la sua carriera universitaria al San Francisco Art Institute.

In questi anni iniziò la sua carriera di fotografa presso la rivista Rolling Stone (dapprima come internista e poi, dal 1973 al 1983, come Responsabile fotografico): in quel periodo avrebbe ritratto Bob Dylan, B.B. King e John Lennon tra gli altri. E fu proprio Annie a fotografare John Lennon e Yoko Ono nel pomeriggio prima dell’assassinio del celebre Beatle, a New York.

Ben presto ho imparato che un’immagine all’apparenza insignificante può divenire piena di significato, ed è un aspetto della fotografia che ho sempre adorato.

Negli anni Ottanta collaborò con Vanity Fair e realizzò, tra le altre, una campagna fotografica per American Express. Nel decennio successivo, influenzata dalla partner Susan Sontag, decise di documentare la Guerra Serbo-Croata in ex-Jugoslavia e testimoniale le atrocità del genocidio Tutsi in Ruanda. Dopo questa parentesi internazionale come reporter di guerra, Annie ritornò negli Stati Uniti, riavvicinandosi alla fotografia di moda e collaborando ancora con Vanity Fair e poi con Vogue. Seguì le Olimpiadi del 1996 come fotografa ufficiale: di questi anni sono i suoi ritratti che vennero raccolti nella pubblicazione Olympic Portraits.

Nel 1999 firmò il primo dei suoi due calendari Pirelli (il secondo è programmato per il 2016) e nello stesso anno realizzò ancora una tra le sue più famose raccolte di ritratti femminili, Annie Leibovitz: Women (Annie Leibovitz: Donne, 1999), una galleria fotografica delle donne americane della fine degli anni Novanta, esposta alla Corcoran Gallery of Art di Washington e pubblicata in un libro con introduzione di Susan Sontag. Questi suoi scatti mostrano l’essenza e la dignità della donna di ogni estrazione sociale: tra i numerosi ritratti si trovano due giudici della Suprema Corte di Giustizia, contadine, minatrici, ballerine, atlete, scrittrici, showgirl, ma anche donne d’affari e prostitute.


La mostra, che fu baciata da un grande successo di pubblico, è rinata in questi giorni in una nuova versione internazionale itinerante chiamata Women: New Portraits (Donne: Nuovi ritratti, 2016), sponsorizzata da UBS. Annie Leibovitz, all’apice della sua popolarità e della sua carriera, continua a produrre manifesti d’arte attraverso le sue fotografie diventate ormai icone della storia di oggi e portavoce di una femminilità sempre più protagonista.

 

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