Cinque famose frasi de La nausea di Jean-Paul Sartre

Jean-Paul Sartre al suo tavolo da lavoro

C’è stato un tempo, per la verità neppure troppo remoto, in cui per i liceali di ogni paese europeo esisteva l’obbligo non scritto, prima di terminare il corso di studi, di leggere almeno una volta La nausea di Jean-Paul Sartre, il romanzo che a partire dal 1938 iniziò a diffondere a livello anche relativamente popolare o comunque all’interno di un pubblico di non specialisti gli ideali e le riflessioni della corrente filosofica dell’esistenzialismo.

Oggi, con un po’ di acqua passata sotto i ponti, il libro di Sartre non gode più della fama di un tempo, ed è guardato con sospetto dagli studenti, che lo ritengono – in parte anche a ragione – esageratamente riflessivo e privo di mordente; ma ciononostante, rimane senza ombra di dubbio un passo fondamentale per capire tutta una serie di riflessioni che, nei primi decenni del Novecento, dopo la rivoluzione introdotta da Nietzsche e dalla fenomenologia, stavano attraversando l’Europa, e per una volta non più solo a livello accademico, ma anche del sentire comune di tutta la “classe”, se così possiamo chiamarla, degli intellettuali. Per ripercorrere il percorso intrapreso allora da Sartre e spiegarne almeno in parte il senso, abbiamo scelto cinque frasi tra le più famose e significative de La nausea, che ora cercheremo di inquadrare nel contesto del libro e spiegare.

 

Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovermi

Il foglio di carta con scritto un dettato

La nausea è, sotto tutti i punti di vista, un romanzo filosofico o, meglio ancora, un diario filosofico. Il narratore è Antoine Roquentin, nientemeno che l’alter ego dello stesso Sartre, del quale condivide in toto i pensieri e le riflessioni. Perfino la città in cui vive, Bouville, non è altro che una rappresentazione nemmeno troppo velata di Le Havre, dove Sartre viveva – e insegnava filosofia al liceo – mentre scriveva il romanzo, nei primi anni ’30.

Più o meno in apertura Roquentin, che nella finzione narrativa è un giovane studioso di storia impegnato in una tesi su un avventuriero del XVIII secolo, rimane particolarmente turbato da un fatto da nulla: uscendo dall’albergo in cui alloggia, mentre stava andando verso la biblioteca dove conduce le sue ricerche, s’è imbattuto in una cartaccia che era intenzionato a raccogliere, senza peraltro riuscire a farlo. Una cosa così da nulla che lui stesso in un primo momento non ne parla nel proprio diario, salvo tornarci poi più tardi, incapace di disfarsi della sgradevole sensazione.

Gli oggetti son cose che non dovrebbero commuovermi poiché non sono vive. Ci se ne serve, li si rimette a posto, si vive in mezzo ad essi: sono utili, niente di più. E a me, mi commuovono, è insopportabile. Ho paura di venire in contatto con essi proprio come se fossero bestie vive. Ora me ne accorgo, mi ricordo meglio ciò che ho provato l’altro giorno, quando tenevo quel ciottolo. Era una specie di nausea dolciastra. Com’era spiacevole! E proveniva dal ciottolo, ne son sicuro, passava dal ciottolo nelle mie mani. Sì, è così, proprio così, una specie di nausea sulle mie mani.

Sì, perché la carta non raccolta gli ha dato come l’impressione di non essere più libero: aveva sempre avuto l’abitudine di raccoglierle, quelle cartacce magari sporche e piene di fango, irritando anche la sua vecchia fidanzata Anny che non capiva quella sua insana passione per i fogli corrosi dall’acqua delle pozzanghere, ma ora il suo stesso corpo non gli obbedisce più.

Non ci riesce più: dopo il passaggio di un ufficiale che aveva rischiato di pestarlo, Roquentin si era infatti avventato sul foglio, un foglio di quaderno strappato e rovinato dalle intemperie, in cui si scorgeva la scritta: “Dettato: il Gufo bianco”. E non era riuscito a raccoglierlo per l’improvvisa sensazione che quel foglio gli aveva comunicato. Cerca di non pensarci, cerca di ribadire a se stesso che gli oggetti sono solo oggetti, cose morte. Eppure Roquentin non riesce a non farsene commuovere, ed è una cosa che lo angoscia. Anzi, gli dà una sorta di nausea, di sensazione sgradevole. Per lui gli oggetti non sono morti, sono bestie vive, e non riesce ad evitare che sia così.

 

Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuol fare

Le indagini storiche sulla vita del marchese de Rollebon

Passano pochissime pagine, ma il diario di Roquentin prosegue, lasciandosi prendere dagli argomenti più disparati. Si interessa molto, in questa fase, del marchese de Rollebon, l’uomo su cui sta scrivendo un libro. Si trova, in fondo, nella città di Bouville proprio per quel motivo, perché nella biblioteca locale sono custodite una serie di lettere e fondi interessanti per comprendere al meglio la psicologia di quell’uomo, che ebbe rapporti con Napoleone e con lo zar.

Ma de Rollebon, che tanto lo aveva affascinato per lunghi anni, gli sta venendo a noia, e soprattutto il giovane comincia a non capirlo più nelle sue gesta e nelle sue azioni che man mano scopre dai documenti; non trova un filo logico e, anche se l’uomo non contraddice mai esplicitamente la propria condotta precedente, sembrerebbe quasi che di volta in volta le lettere non fossero scritte dalla stessa persona.

Sono le tre. Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuol fare. È la più stramba ora del pomeriggio.

È davanti a queste riflessioni, in apertura di una pagina scritta nel giorno di venerdì, che arriva la frase che abbiamo scritto qui sopra: «Le tre è sempre troppo tardi o troppo presto per quello che si vuol fare». E in effetti Roquentin sta passando quell’ora attaccato al calorifero, a digerire il pasto, incapace di mettersi davvero al lavoro e consapevole che la giornata ormai è perduta e che sarà possibile recuperarla solo a notte inoltrata, confidando nel fatto che la notte precedente ha dormito parecchio e quindi avrà poco sonno.

Le giornate del giovane studioso passano così, completamente monotone, prese di tanto in tanto dall’osservazione del cielo e della propria pipa, prima di ritornare a riflettere sull’enigma di Rollebon, sui suoi intrighi, le sue missioni di spionaggio nell’Europa di inizio Ottocento. Così sembra quasi che lo scopo dell’esistenza di Roquentin sia stabilire se il suo Rollebon abbia partecipato alla congiura che nel 1801 portò all’assassinio dello zar di Russia, Paolo I, e, nel caso, per conto di chi avrebbe agito. Ma ha senso una vita basata su qualcuno che ha compiuto sì delle gesta importanti, ma centotrent’anni prima, e che è morto da tempo?

 

Tutto quel che non avevo presente, non esisteva

La seconda morte degli uomini del passato

Saltiamo ora avanti di parecchie pagine e giungiamo all’incirca alla metà del volume. La passione per Roquentin per de Rollebon è giunta ormai al termine. Il libro è abbandonato, nella consapevolezza ormai che un morto non può giustificare la vita di un vivo. E però è un abbandono a cui il nostro protagonista non era probabilmente ancora pronto: «Cosa farò dunque della mia vita?», si chiede, aprendo una pagina del diario scritta in un lunedì. Anche le parole che prova a scrivere sul suo blocco degli appunti non gli appaiono più sue, una volta che l’inchiostro si è asciugato.

E proprio in quel momento, di nuovo guardando un pezzo di carta – ma stavolta non un pezzo abbandonato per strada da qualcun altro, ma uno scritto di suo pugno –, Roquentin giunge a un’altra consapevolezza: capisce di aver abbandonato il proprio presente, di esserselo lasciato sfuggire per vivere la sua vita nel passato, all’interno delle avventure del marchese, tanto affascinanti quanto però, inevitabilmente, morte e finite.

La vera natura del presente si svelava: era ciò che esiste, e tutto quel che non avevo presente, non esisteva. Il passato non esisteva. Affatto. Né nelle cose e nemmeno nel mio pensiero. Certo, avevo capito da un pezzo che il mio presente mi era sfuggito. Ma fino a quel momento credevo che si fosse soltanto ritirato fuori della mia portata.

Non a caso, poche righe dopo Sartre scrive: «Cos’era avvenuto? Avevo la nausea? No, non era questo, la camera serbava la sua aria paterna di tutti i giorni. Tutt’al più la tavola mi pareva più pesante, più spessa e la stilografica più compatta. Soltanto, il signor di Rollebon era morto per la seconda volta. Poco prima era ancora lì, in me, caldo e tranquillo, e di quando in quando lo sentivo muoversi, dentro. Era vivo, assai più vivo, per me, che non l’Autodidatta [un uomo che incontrava spesso in biblioteca] o la padrona del “Ritrovo dei ferrovieri”. Naturalmente aveva i suoi capricci, poteva anche stare parecchi giorni senza farsi vedere; ma spesso, per misteriose schiarite, come il cappuccino igrometrico, metteva fuori il naso e scorgevo il suo viso pallido, le guance bluastre. Ed anche quando non si faceva vivo, ne sentivo il peso sullo stomaco, me ne sentivo pieno. Ora non ne restava più niente. Non più di quanto non restasse su quelle tracce d’inchiostro asciutte il ricordo della loro fresca lucentezza».

 

Ogni esistente nasce senza ragione

Il senso della vita per Jean-Paul Sartre

Avviamoci ora verso la conclusione del romanzo. Roquentin, ad un certo punto, si trova in un parco, e da una panchina ammira la rigogliosa natura in movimento. Guarda gli alberi, guarda i fiori, guarda gli insetti che volano in ogni dove: tutto esiste, tutto è esistenza. E anzi lo stupisce il fatto che quelle esistenze non siano diverse dalla sua e da quella di tutti gli uomini: tutto si ripete uguale nei secoli, apparentemente senza senso. Anche il modo in cui quelle esistenze finiscono è banale, ripetitivo, ciclico.

«Ma perché – scrive Sartre – perché tante esistenze, visto che si rassomigliano tutte? A che pro tanti alberi tutti simili? Tante esistenze mancate e ostinatamente ricominciate e di nuovo mancate – come gli insetti maldestri d’un insetto caduto sul dorso? (Io ero uno di questi sforzi)». Si sente, qui, l’eco del Franz Kafka de La metamorfosi, racconto scritto quasi una ventina d’anni prima rispetto al romanzo di Sartre ed in cui i temi esistenzialisti venivano accennati in chiave metaforica, anche se i tempi non erano ancora pienamente maturi per una riflessione complessiva di quel tipo; ma Sartre coglie l’occasione non solo per riferirsi a Kafka, ma soprattutto a Nietzsche e ai suoi commentatori che, all’inizio del Novecento, avevano provato ad interpretarne la dottrina della volontà di potenza: perché lui, in quella natura così rigogliosa, non vede affatto il tentativo di supremazia, la lotta per la sopravvivenza, ma solo una esistenza stanca, svogliata, trascinata.

Ogni esistente nasce senza ragione, si protrae per debolezza e muore per combinazione.

Gli alberi non si impongono, ma subiscono il vento; le piante fanno lo stesso, e così anche gli animali, e in fin dei conti l’uomo: vivono non riuscendo ad imporre alcunché, senza fibra, senza alcuna potenza, subendo la vita, non avendo il coraggio o la forza di farla cessare.

La morte arriva sempre per puro caso. Per questo i momenti di Roquentin sulla panchina sono interrotti dall’amara frase che abbiamo citato: si nasce senza che la nostra vita abbia uno scopo; si conduce questa stessa esistenza solo perché non si ha la forza di fare altrimenti; ed infine si muore, per lo stesso caso che ci ha portati a nascere.

 

Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa

La disillusione di Anny

Alla fine, cercando di riguadagnare un senso presente alla propria esistenza, Roquentin si trova anche a incontrare nuovamente Anny, la sua ex fidanzata, ora diventata anche lei una disillusa trentenne. Fa l’attrice e si fa mantenere dall’amante di turno, ma è ingrassata e sembra aver preso consapevolezza anche lei della vacuità dell’esistenza.

I due parlano a lungo, discorrono del loro amore passato, e rievocano i cosiddetti momenti perfetti che tanta importanza avevano per la ragazza quando stavano assieme: prima di tutto, spiega Anny, nella sua vita lei aveva sempre cercato di vivere delle situazioni privilegiate, cioè dei momenti simili a quelli che vengono scelti per essere illustrati nei libri di storia, quei due o tre eventi significativi, storici, emblematici che si verificano nel corso della vita; una volta che ci si trova a vivere queste situazioni privilegiate – come il momento della morte del proprio padre, o la prima volta in cui si fa l’amore – bisogna poi gestirla al meglio, compiendo i gesti esatti, adeguati, che rendano ancora più solenne l’occasione, non per fare della propria vita un’opera d’arte, come fraintende Roquentin e come ritenevano gli esponenti dell’estetismo, ma per un dovere in un certo senso morale.

Lo sai, mettersi ad amare qualcuno è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento. C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa.

Ora, però, tutta questa ricerca di momenti perfetti non interessa più ad Anny, che si è resa conto che questi momenti non si possono raggiungere. Un tempo era una ragazza piena di passioni, di odio e di amore; ora è una donna disillusa che non ha più l’energia per tutto questo, come non ha più l’energia per l’amore, perché – ora che ha scoperto la vita – tutto le sembra non avere più senso.

È questo, in fondo, è anche il tema del romanzo: se la perfezione su questa terra non esiste, se non c’è Dio a rischiarare la nostra vita e se anche lo studio e il passato sono solo vuote vie di fuga, cosa rimane?

 

Segnala altre famose frasi de La nausea di Jean-Paul Sartre nei commenti.