Cinque famose gaffe, disastri ed errori nell’opera lirica

Angela Gheorghiu e Jonas Kauffman nella recente produzione della Tosca

L’idea per questo articolo nasce da un incidente verificatosi pochi giorni fa a Vienna. Non lasciatevi fuorviare dal titolo: non siamo qui per ridere delle disgrazie altrui. Certo, sto per raccontarvi alcuni dei più buffi disastri nella storia dell’opera, ma lo spirito non è quello di chi vuole gongolare a spese del prossimo, quanto piuttosto quello di chi vuole concedersi un po’ di sana leggerezza. Perché l’opera è uno dei massimi piaceri della vita, ma, come mi è già capitato di osservare, spesso chi la fa o la frequenta si prende terribilmente sul serio. E prendersi sul serio, come è noto, fa malissimo alla salute.

Siamo geneticamente programmati per ridere quando qualcuno scivola su una buccia di banana, ci sono saggi che spiegano il perché molto meglio di quanto possa fare io, ma c’è di più. Uno scivolone in pubblico, un errore madornale, un capriccio imbarazzante sono esperienze catartiche sia per chi le vive che per chi vi assiste, anche se spesso entrambe le parti se ne dimenticano. Gli errori fanno bene: ci ricordano che siamo esseri umani, che la perfezione non è alla nostra portata, che anche i più grandi hanno sbagliato e che non è crollato il mondo. E quindi eccovi, in ordine cronologico, cinque storici disastri operistici. Perché le bucce di banana fanno ridere.

 

Quando passa il prossimo cigno? (1936)

L’incidente di Lauritz Melchior durante il Lohengrin

Il Lohengrin, come tutte le opere di Wagner, è un capolavoro da non prendere alla leggera. Quando si toccano certe vette di maestà e bellezza, il ridicolo è sempre dietro l’angolo. Una caratteristica significativa del protagonista di quest’opera è l’entrare e uscire di scena a bordo di un grosso cigno, il che richiede sempre accorgimenti registici abbastanza macchinosi. In una produzione alla Metropolitan Opera di New York, mentre Lohengrin, interpretato dal tenore Lauritz Melchior, era intento a cantare l’ultima nota dell’intera opera e l’orchestra traghettava il pubblico verso il sublime, l’imbarcazione a forma di cigno arrivò, ma ripartì prima che il passeggero potesse montare a bordo.

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L’incidente non poteva che far collassare nel grottesco uno dei momenti più elevati della musica di tutti i tempi. Melchior non si perse d’animo e, rivolto al pubblico, chiese: «Sapete a che ora passa il prossimo cigno?» La presenza di spirito e la capacità di ironizzare di Melchior, in quell’occasione, si erano modellate sulla reazione spontanea del suo predecessore Leo Slezak, che si era trovato anni prima nella stessa situazione. Questo aneddoto era rimasto talmente centrale nella vita di Slezak che il figlio, anni dopo, decise di intitolare la biografia di famiglia Quando passa il prossimo cigno? (Wann geht der nächste Schwan?).

 

L’inferno è pieno! (1958)

Quando Cesare Siepi non riuscì ad uscire di scena durante il Don Giovanni

A volte a rivelare l’ironia implicita nei disastri operistici è il pubblico, se non altro perché è statisticamente probabile che in un teatro pieno ci sia qualcuno con la battuta pronta. Ci sono moltissimi esempi di commenti brillanti o sarcastici che sono rimasti nella storia più delle performance che accompagnavano. Questo atteggiamento, che potrebbe sembrare inopportuno, è in realtà figlio di una grande tradizione: se i melomani di oggi potessero viaggiare nel tempo di un paio di secoli, si troverebbero a sedere in platee nelle quali il pubblico mangia, commenta rumorosamente, risponde ai cantanti e, se non gradisce, non si risparmia il lancio di oggetti e generi alimentari sul palco.

I pomodori sono un’usanza giustamente superata, ma le battute fortunatamente non passano mai di moda. Al povero Cesare Siepi, che interpretava Don Giovanni all’opera di Vienna, accadde ciò che qualsiasi teatrante ha temuto almeno una volta nella vita. Posizionatosi sopra la pedana di uno di quegli attrezzi scenici che si utilizzano per far sparire qualcuno, il celebre baritono iniziò a scendere, ma il meccanismo si inceppò, permettendogli di sprofondare negli inferi solo fino alle spalle. Tanto Siepi quanto i macchinisti non si persero d’animo e, laboriosamente, fecero un secondo tentativo.


Quando anche questo fallì, esattamente nello stesso punto del precedente, si racconta che qualcuno abbia urlato dalla platea, in italiano: «Che meraviglia, l’inferno è pieno!» In mancanza di una testimonianza diretta, online si trova una versione della stessa scena, in una produzione del 1954 a Salisburgo, nel quale Siepi, per sicurezza, viene portato all’inferno di peso da uno stuolo di demoni. Se non altro si sono assicurati che arrivasse a destinazione.

 

Suicidio con sorpresa (1960)

Una Tosca che saltella

Dei protagonisti di questo esilarante episodio non ci sono arrivati i nomi, probabilmente perché nessuno degli interessati era celebre, ma Hugh Vickers, nel suo saggio I disastri dell’opera, ci fornisce un vivido resoconto dei fatti. Non c’è soprano che, nel preparare Tosca, non guardi con una certa apprensione alla scena finale. A seconda dell’estro del regista, alle povere cantanti è toccato suicidarsi di volta in volta in modi più o meno fantasiosi, cadendo da altezze più o meno inquietanti su materassi più o meno morbidi. In ogni caso non è semplice ricordarsi di cantare mentre si salta da un parapetto.

In una produzione di Tosca al New York City Center, la protagonista si era inimicata l’intero staff. Ci sono due categorie di persone dalle quali ci si dovrebbe sempre far ben volere, a ogni costo: i camerieri al ristorante e i tecnici in teatro, poiché entrambi hanno il potere di rovinarvi la serata. La nostra Tosca, evidentemente, non conosceva questa massima filosofica e riuscì a farsi detestare a tal punto da spingere la squadra tecnica a una terribile vendetta.


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La sera della prima, infatti, il materasso utilizzato durante le prove fu sostituito con un tappeto elastico. Si racconta che la poverina abbia rimbalzato quindici volte fra le risate del pubblico, prima di riuscire a toccare terra. Purtroppo non esiste una testimonianza filmata dell’accaduto, quindi vi potete rifare con il finale di una Tosca riuscita decisamente meglio, nella quale, però, Renata Tebaldi non salta, limitandosi a lasciarci immaginare l’epilogo.

 

L’antico Egitto veste Prada (2006)

Quando Roberto Alagna fu sostituito all’improvviso

Il tenore Roberto Alagna è noto per il suo carattere non facile e per una certa ipersensibilità alle critiche. In molti, per esempio, lo hanno accusato di interpretare ruoli non adatti alla sua voce, oppure di essere troppo concentrato su se stesso per dare il giusto spazio al personaggio. Da dieci anni a questa parte, tuttavia, i melomani nel sentire il nome di Alagna non pensano al suo Faust eroinomane del 2004 o al suo trasognato Nemorino, al suo burrascoso divorzio dal soprano Angela Gheorghiu o alla sua tendenza a riprodurre la “blue-steel” di Zoolander ogni volta che posa per una foto.

Il nome di Roberto Alagna, fra i melomani, ne evoca immediatamente un altro: Radamès. Il ruolo del giovane guerriero in Aida è costato più di qualche notte insonne al tenore italo-francese, che fu accolto da una raffica di “boo” in scena, al termine della celebre aria Celeste Aida. A rendere memorabile l’episodio fu prima di tutto la reazione matura di Alagna, che senza dire una parola, semplicemente, se ne andò. Uscì di scena, imboccando il lato giusto solo al secondo tentativo e abbandonando il mezzosoprano Ildiko Komlosi, che interpretava Amneris, proprio all’inizio di un duetto. Il sostituto Antonello Palombi fu scaraventato sul palco in abiti “civili”, creando un contrasto grottesco con la sontuosa scenografia e i costumi dei colleghi.


Impagabile l’espressione basita della povera Komlosi (qui, al minuto 00:32), che, impegnata a cantare, non si era resa conto dell’entrata in scena del nuovo Radamès. La vera ragione della rumorosa disapprovazione del pubblico non è stata mai adeguatamente spiegata. Lo stesso Alagna, rendendo il gossip ancora più gustoso, è passato dalle questioni tecniche (l’aggiunta di una nota in omaggio alla volontà del compositore) alle vere e proprie teorie del complotto, trasformando quello che avrebbe potuto essere un piccolo e prescindibile incidente di percorso in uno degli episodi più esilaranti dell’opera dei nostri giorni, del quale si ride ancora di gusto a dieci anni di distanza.

 

«Non abbiamo un soprano…» (2016)

La lunga attesa di Angela Gheorghiu

Ci sono produzioni operistiche che si fanno, purtroppo, con la mano sinistra. Si chiamano un po’ di grossi nomi e li si mette insieme a fare qualcosa che conoscono talmente bene da non dover provare. Quello che viene fuori, nella peggiore delle ipotesi, è una soluzione redditizia per tappare qualche buco nel calendario di un teatro. Ogni tanto, però, accadono meraviglie. Certo, ci sono modi peggiori di passare una serata piuttosto che assistere a una Tosca interpretata da alcuni dei più celebri cantanti del pianeta ed è senz’altro un’esperienza che consiglio a qualsiasi neofita, ma se la Tosca l’avete vista qualche centinaio di volte, c’è il rischio che vi accorgiate quando gli interpreti si stanno annoiando o non ce la mettono tutta e che l’esperienza ne risenta.

Per la noia, per fortuna, non c’è migliore antidoto di uno scontro fra primedonne, specialmente quando le primedonne sono un tenore e un soprano. Ogni settore ha le sue barzellette: quelle sull’opera ruotano quasi tutte intorno all’egocentrismo dei tenori e dei soprani (il che, a pensarci, è ironico). In questo caso il tenore era Jonas Kaufmann, detto anche il Brad Pitt dell’opera, tedesco dal sorriso magico e dalla chioma ancora momentaneamente fluente, con un esercito di groupie degno di una rockstar.


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Il soprano era Angela Gheorghiu, ex moglie del già citato Alagna, icona dell’opera mondiale che non esita a parlare di sé come dell’ultima vera diva e che ha la fama di essere accomodante quanto un black mamba. Negli anni passati la signora Gheorghiu ci ha regalato dei Vissi d’arte davvero notevoli, ma la settimana scorsa a Vienna non ha ripetuto il miracolo e ha fornito una performance buona, ma al di sotto dei suoi standard, meritandosi “solo” un breve applauso a scena aperta. Kaufmann, invece, ha incantato i viennesi con la sua E lucean le stelle, ottenendo un’ovazione di lunghezza francamente imbarazzante.

Non contento, ha pensato bene di concedere un bis della stessa aria – che, a voler essere pignoli, non è esattamente un gesto elegante e rispettoso nei confronti dei colleghi che aspettano di entrare in scena. Usare così poca cortesia a un’artista nota per la sua volubilità non è stata una mossa intelligente. Alla fine dell’aria, Angela Gheorghiu non è entrata in scena. Cavaradossi-Kaufmann è rimasto seduto sul suo gradino sul tetto di Castel Sant’Angelo, con la camicia sporca di sangue ad aspettare di essere fucilato, in un silenzio agghiacciante.


Dopo alcuni lunghissimi secondi ha intonato in italiano: «Ah! Non abbiamo un soprano!» E poi, fra le risate nervose del pubblico, si è scusato goffamente in tedesco dichiarandosi sorpreso per l’assenza di Tosca sul palco. La protagonista lo ha fatto aspettare così, solo sul palco in evidente imbarazzo, per un minuto e mezzo, che in teatro equivale più o meno a tre settimane. Non si scherza con le dive.

Nota a margine: fra questi errori non ci sono “stecche” o stonature. L’opera è una delle attività più complesse che esistano e richiede uno sforzo inumano sul piano tecnico, psicologico, intellettuale, emotivo e atletico. Ogni volta che vedete un soprano cantare la celebre aria della Regina della Notte dal Flauto magico di Mozart, ricordate che state assistendo a una sfida di difficoltà non dissimile da quella di un acrobata che volteggia sul trapezio. Qualche volta il lancio va bene, qualche volta no. Quando il lancio va male, si applaude lo stesso, non si ride e non si fischia, perché l’acrobata ci ha provato, su un palco, davanti a tutti, mentre noi siamo seduti in poltrona.

 

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