Cinque famose poesie di Trilussa

Il monumento all'uomo e alle poesie di Trilussa a Roma

Il destino degli artisti è quello di avere fortuna a fasi alterne: ci sono quelli che muoiono in povertà e dimenticati da tutti, e che magari poi ritornano in auge decenni dopo la dipartita; ci sono quelli che invece in vita godono di grandi onori e però vengono messi in disparte a pochi anni dalla scomparsa; c’è, infine, la categoria di quelli la cui fama va e viene, con una ritmica più o meno costante.

A quest’ultima categoria appartiene probabilmente Trilussa, nome d’arte di Carlo Alberto Camillo Salustri, poeta romano e romanesco che godette di una certa fortuna soprattutto nell’ultima parte della sua vita, ma che fu poi rapidamente dimenticato – almeno al di fuori dei confini della città di Roma – per molti anni, salvo poi diventare protagonista, proprio recentemente, di un generale recupero delle sue opere.

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Le radici del successo della poesia di Trilussa

Complice di questo nuovo successo è sicuramente la fiction che la Rai ha dedicato al poeta qualche tempo fa, ma anche il fatto che la sua poesia dissacrante (e vagamente qualunquista, checché se ne dica) ben si sposa con questi tempi in cui i valori sembrano ormai completamente perduti e con essi la fiducia in un possibile cambiamento, politico o sociale che sia.

Nato nel 1871 e venuto a mancare nel 1950 (poco dopo la sua nomina a senatore a vita da parte del Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi), Trilussa ha scritto poesie per più di sessant’anni, attraversando la belle époque, il fascismo e le due guerre mondiali; una produzione piuttosto vasta, quindi, dalla quale abbiamo estrapolato cinque poesie che ci sembrano più famose e significative.

 

Felicità

L’ape e il suo bocciolo di rosa

Iniziamo con una delle poesie di Trilussa più semplici, e forse più efficaci. Una poesia in cui – come al solito tramite lo studio della natura e del comportamento degli animali – il poeta romano si interroga sulla felicità e il suo senso.


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C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

 

L’ingegno

L’aquila e la gallina

L’uomo cerca sempre la gloria e la fama, e il poeta da questo punto di vista non è da meno: ama essere celebrato, gli allori, la stima. L’uomo però – ci dice Trilussa nella sua poesia – ammira di certo l’aquila piena di ingegno, ma a ben guardare preferisce qualcos’altro.

L’Aquila disse ar Gatto: – Ormai so’ celebre,
cór nome e co’ la fama che ciò io
me ne frego der monno: tutti l’ommini
so’ ammiratori de l’ingegno mio!

Er Gatto je rispose: – Nu’ ne dubbito.
Io, però, che frequento la cucina,
te posso di’ che l’Omo ammira l’Aquila,
ma in fonno preferisce la Gallina…

 

Li libri antichi

«Viva la sorca»

Se avete mai avuto modo di esaminare dei testi antichi, avrete notato sicuramente anche voi, come Trilussa, la strana foggia in cui venivano stampate alcune lettere, e in particolare la “s”, che veniva sostituita dalla “f”. Più che chiedersi il motivo di quella che oggi pare una stranezza, Trilussa ne cerca però gli esiti comici e grotteschi, che non mancano in quasi nessuna delle sue poesie.

Ho trovato un libbretto tutto rotto,
antico assai, che drento cianno messe
l’effe a li posti indove ce va l’esse,
ch’io bello che so legge m’inciappotto.

Però er padrone mio, ch’è un omo dotto,
me lo spiegò jersera e me lo lesse:
Se c’è badeffe s’ha da di’: badesse;
fotto, presempio, cambi e dichi: sotto.

C’è er racconto d’un povero infelice,
condannato ar patibolo innocente,
che s’arivorta ar popolo e je dice:

– Compagni! Abbaffo il Re! Viva la forca! –
Be’, devi legge tutto diferente:
– Compagni! Abbasso il Re! Viva la sorca! –

 

La ragione der percché

L’uomo e le bestie

Come ricorda la lapide che, a Roma, accompagna il monumento a lui dedicato nell’omonima piazza, Trilussa fece largo uso di animali e intenti favolistici nelle sue poesie in modo da evitare ogni vincolo censorio: le bestie, oltre a fornirgli un termine di paragone semplice ed efficace con cui confrontare gli esseri umani, non erano infatti soggette a censura e con esse si poteva facilmente rappresentare il politicante di turno.

Jeri sentivo un Grillo
che cantava tranquillo in fonno a un prato;
un po’ più in là, dedietro a lo steccato,
una Cecala risponneva ar trillo;
e io pensavo: – In mezzo a tanti guai
nun c’è che la natura
che nun se cambia mai:
‘ste povere bestiole
canteno l’inno ar sole
co’ la stessa annatura,
co’ le stesse parole
de seimil’anni fa:
cór solito cri-cri,
cór solito cra-cra…
Dar tempo der peccato origginale
tutto è rimasto eguale.
Dall’Aquila a la Pecora a la Biscia,
chi vola, chi s’arampica, chi striscia;
dar Sorcio a la Mignatta a la Formica
chi rosica, chi succhia, chi fatica,
ma ogni bestia s’adatta a fa’ la vita
che Dio j’ha stabbilita.

Invece l’Omo, che nun se contenta,
sente er bisogno de l’evoluzzione
e pensa, studia, cerca, scopre, inventa…
Ma sur più bello ch’è arivato in cima,
quanno se crede d’esse più evoluto,
vede un pezzetto d’oro… e te saluto!
È più bestia de prima!

 

La statistica

La celebre spiegazione matematica

Concludiamo dando testimonianza di una delle passioni di Trilussa, quella per la matematica, che di tanto in tanto inseriva all’interno dei suoi componimenti, guardandola però sempre non con l’occhio dello scienziato ma con quello dell’uomo comune, che a volte sa anche smascherare alcuni paradossi della materia. Come in questo caso, in cui, con un ragionamento che è divenuto piuttosto famoso, Trilussa attacca la statistica.

Sai ched’è la statistica? È ‘na cosa
che serve pe fà un conto in generale
de la gente che nasce, che sta male,
che more, che va in carcere e che spósa.
Ma pè me la statistica curiosa
è dove c’entra la percentuale,
pè via che, lì, la media è sempre eguale
puro co’ la persona bisognosa.
Me spiego: da li conti che se fanno
seconno le statistiche d’adesso
risurta che te tocca un pollo all’anno:
e, se nun entra nelle spese tue,
t’entra ne la statistica lo stesso
perch’è c’è un antro che ne magna due.

 

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