Cinque famosi architetti italiani dell’Ottocento

La Mole Antonelliana di Torino, capolavoro dell'architettura italiana dell'Ottocento

Quando a scuola si studia l’arte – per quel poco che, coi tagli sempre più ingenti, si riesce a fare – e ci si concentra in particolare sull’architettura, si approfondiscono giustamente certi periodi specifici: così i nostri studenti studiano nel dettaglio le piante delle basiliche romane, delle cattedrali gotiche o delle chiese rinascimentali, imparandone caratteristiche, stile e nomi degli architetti.

Su altri periodi meno noti o importanti, però, cala un ampio e imbarazzante silenzio: quali sono stati, per dirne una, i più importanti architetti italiani dell’Ottocento? Certo, si ha un’infarinatura generale sugli stili dominanti – fu l’epoca del “neo”: neoclassico, neogotico, neoromanico – ma spesso i nostri architetti sono ormai caduti nell’oblio, da un lato perché probabilmente la nostra scuola non era più la prima in Europa, dall’altro perché in tutto questo marasma di revival del passato era più difficile lasciare un’impronta profondamente personale sul paesaggio urbano, almeno in Italia (all’estero ci si riuscirà più facilmente con le opere in ferro come la Torre Eiffel o addirittura proprio la rivisitazione delle strade e del reticolo cittadino).


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Proprio per cercare, nel nostro piccolo, di mettere una pezza a questa tendenza, vi presentiamo oggi cinque grandi architetti italiani dell’Ottocento che operarono in patria e all’estero, raccontandovene la vita e mostrandovi alcune delle loro opere più significative.

 

Giuseppe Valadier

Neoclassicismo e palladianesimo a Roma

Se l’Ottocento, almeno nella sua prima metà, fu il secolo del revival dei grandi stili artistici – e spesso dei fasti politici – del passato, Roma non poteva che esserne la capitale: mentre in tutta Europa Napoleone conquistava territori e corone e l’idea di un ritorno alla classicità prendeva sempre più piede, Roma poteva bearsi di essere la capitale morale del vecchio continente, con i suoi monumenti che tutti gli stranieri colti volevano visitare, col suo carico di storia e decadenza che tanto avrebbe affascinato i romantici, da Goethe in poi.

E protagonista dell’architettura romana della prima parte del XIX secolo fu indubbiamente Giuseppe Valadier (1762-1839), figlio di un orafo ed orafo egli stesso che però fin dalla più tenere età s’era appassionato all’architettura, formando il suo stile in una commistione tra neoclassicismo e palladianesimo – corrente che s’ispirava evidentemente all’opera di Andrea Palladio e che ebbe ampia fortuna nel mondo anglosassone.


Molto importante fu il suo contributo in vari settori: dal punto di vista creativo, realizzò la Casina Valadier al Pincio, Villa Torlonia nel Nomentano e, fuori città, la Cattedrale di Urbino; come urbanista, sistemò Piazza del Popolo, secondo un progetto che, elaborato per la prima volta nel 1794, sarebbe stato approvato solo nel 1816; infine diede un grande contributo nel restauro di importanti monumenti antichi, come l’Arco di Tito, il Colosseo e il Ponte Milvio (nel quale aggiunse la torretta che porta il suo nome), spesso inaugurando una nuova ed inedita attenzione al rispetto dei caratteri originali dell’opera.

Infine, si occupò anche di design, realizzando due coppie di orologi che sono ora posti sulla facciata della Basilica di San Pietro.

 

Carlo Rossi

L’architetto che ridisegnò San Pietroburgo

I grandi architetti italiani non operarono, però, solo in Italia. Grazie alla fama che la categoria aveva acquisito dal Rinascimento in poi, molti di quelli che oggi chiameremmo “paesi emergenti” finivano spesso per chiamare professionisti italiani per edificare le loro capitali, ridisegnarle ed addobbarle con nuovi palazzi. Nella nostra selezione abbiamo inserito, per questo, due “architetti emigranti”, cioè personalità che non ebbero grande fama in patria ma che diventarono celeberrimi nel loro paese d’adozione, lasciandovi un’impronta indelebile.

Il primo è Carlo Rossi (1775-1849), architetto napoletano che si impose nella Russia degli zar grazie anche a una madre che era proprio una ballerina russa: quando la donna, Guertroude Rossi-Le Picq, tornò in patria col suo secondo marito, il piccolo Carlo ovviamente la seguì, imparando la lingua e iniziando a collaborare con un altro architetto italiano che operava a San Pietroburgo, Vincenzo Brenna, di trent’anni più vecchio di lui.


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Dopo un breve ritorno a Roma per studiare, si stabilì definitivamente in Russia, operando prima a Mosca e poi di nuovo a San Pietroburgo, città che riempì di edifici neoclassici e in stile Impero: tra i suoi lavori più importanti si segnalano, tutti a San Pietroburgo, il Palazzo dello Stato Maggiore in Piazza del Popolo (costruito per celebrare la vittoria su Napoleone), i Palazzi del Senato e del Sinodo (dove avevano sede potere legislativo e religioso), il Palazzo Michajlovskij che oggi ospita il Museo russo, il Teatro Aleksandrinskij, la Biblioteca nazionale russa e la Galleria militare del Palazzo d’Inverno dove sono raccolti i ritratti di 332 generali che guidarono l’esercito russo durante la campagna napoleonica.

Dopo tanta gloria vissuta nei primi decenni dell’Ottocento, Rossi però morì di colera nel 1849, ormai sommerso dai debiti e in povertà, tanto è vero che i figli dovettero appellarsi allo zar per poterne pagare il funerale.

 

Giuseppe Jappelli

L’autore del Caffè Pedrocchi a Padova

Politicamente, l’Ottocento italiano è stata l’epoca del Risorgimento e dei sentimenti nazionali, stimolati prima di tutto involontariamente da Napoleone Bonaparte, che con la conquista d’Italia e la nascita prima delle varie repubbliche ispirate al modello francese e poi direttamente del Regno d’Italia aveva ridato slancio all’idea di una possibile unificazione della penisola.

Uno dei centri più importanti del Risorgimento italiano fu il Veneto, sia per l’antica tradizione repubblicana, sia perché era uno dei pochi territori in mano straniera, visto che proprio Napoleone nel 1797 l’aveva ceduto all’Austria. Il principale architetto che agì in questi anni nell’ex Serenissima fu Giuseppe Jappelli (1783-1852), esponente di una potente famiglia originaria di Bologna che, nonostante fosse nato a Venezia, proprio a Bologna si formò, specializzandosi soprattutto nella scenografia e nella progettistica di giardini, campo del quale rimase per tutta la vita uno dei principali esponenti italiani.

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Dopo essersi arruolato e aver combattuto nelle truppe napoleoniche e aver abbracciato la massoneria, a partire dal 1815 si stabilì a Padova, che cercò di ridisegnare secondo il nuovo gusto neoclassico mediato, più avanti negli anni, anche da elementi neogotici che aveva scoperto durante un viaggio in Inghilterra.

Molti suoi progetti anche arditi e interessanti rimasero sulla carta, a causa dell’immobilismo burocratico in cui era caduta la città sotto il dominio asburgico, ma ciononostante è ampia la serie di sue opere: si ricordano la nuova sede del macello che è ora occupata dall’Istituto d’Arte “Pietro Selvatico”, il rifacimento della facciata del Teatro Verdi, Villa Gera a Conegliano in provincia di Treviso e soprattutto il Caffè Pedrocchi, vero simbolo della città, realizzato tra il 1826 e il 1842 e dove gusto classico e alcuni elementi neogotici riescono a convivere. Lavorò infine anche ai giardini della già citata Villa Torlonia, a Roma, progettata da Valadier.

 

Enrico Marconi

Un italiano in Polonia

Il secondo degli emigranti a cui facevamo riferimento poco sopra è Enrico Marconi (1792-1863), nato a Roma ma divenuto grande a Varsavia, dov’è ricordato come Henryk Marconi.

Dopo aver studiato prima all’Università e poi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ottenne il primo incarico in terra polacca nel 1822 e poco dopo vi si stabilì definitivamente, sposandosi con una donna del luogo e diventando anche professore all’Accademia di Belle Arti di Varsavia.

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Dato in parte il passaggio di alcuni anni rispetto agli architetti che abbiamo presentato in precedenza e soprattutto la diversa sensibilità che Marconi trovò nel suo nuovo paese, il suo stile fu solo in parte influenzato dal neoclassicismo, dirigendosi anzi maggiormente verso le rive del neogotico, tendenza che si stava in quegli anni imponendo nell’Europa centrale, Germania in primis.

Tra le sue opere meritano una menzione l’Hotel Europejski in centro a Varsavia, completamente distrutto durante la Seconda guerra mondiale ma ricostruito sulla base del progetto originario; la Grande Sinagoga di Lomza, da lui progettata ma realizzata solo dopo la sua morte e successivamente distrutta dai nazisti; la Chiesa di Ognissanti a Varsavia, modellata in parte sulla Basilica di Santa Giustina di Padova; il mausoleo allo scrittore Stanislaw Potocki e a sua moglie a Varsavia; infine, il poderoso palazzo del generale Ludwik Michał Pac a Dowspuda, suo primo lavoro in Polonia, anch’esso oggi andato quasi completamente distrutto.

 

Alessandro Antonelli

La Mole e la verticalità neogotica

Concludiamo con l’architetto che ha progettato l’edificio probabilmente più celebre dell’Ottocento italiano, cioè con l’Alessandro Antonelli (1798-1888) autore della Mole Antonelliana a Torino. Nato in provincia di Novara, studiò a Milano e Torino prima di vincere una borsa di studio per Roma, dove poté approfondire le conoscenze architettoniche; tornato in Piemonte, lavorò sui piani regolatori di Novara e Ferrara e soprattutto iniziò a sperimentare costruzioni sempre più ardite soprattutto dal punto di vista dell’altezza, costruzioni che in più di un’occasione non vennero nemmeno concluse perché si era osato troppo e il pericolo di crolli o di bancarotta finanziaria era ritenuto troppo elevato.

Esempi in questo senso sono il Santuario del Santissimo Crocifisso a Boca, in provincia di Novara (un progetto avviato ad appena 22 anni e terminato solo dopo la morte dell’architetto, in stile neoclassico), la Rotonda Antonelliana di Castellamonte (un chiesa che doveva essere grande quanto la Basilica di San Pietro a Roma, ma che non fu mai ultimata e di cui furono costruite solo le mura perimetrali) e la Chiesa di Borgolavezzaro. D’altronde, quello era lo spirito di Antonelli, come emerge anche dal ritratto letterario che ne ha fatto lo scrittore Sebastiano Vassalli nel suo romanzo Cuore di pietra, romanzo tra l’altro ispirato alla novarese Casa Bossi, altro importante edificio costruito da Antonelli in stile neoclassico.


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Un suo primo poderoso successo, comunque, fu la cupola della Basilica di San Gaudenzio a Novara, una struttura alta ben 121 metri che domina tutta la città.

Fu però, infine, solo con l’avvicinamento al neogotico che la spinta alla grandezza dell’architetto piemontese superò se stessa: nel 1863 gli fu commissionato un nuovo tempio israelitico da situare a Torino e lui progettò la Mole che oggi porta il suo nome, un edificio alto 167,50 metri e dotato di una particolarissima cupola piramidale sormontata da una cuspide: l’edificio fu completato solo dopo la morte dell’architetto e a spese del Comune, che lo destinò prima a sede del Museo del Risorgimento e poi di quello del Cinema.

 

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