Cinque famosi calciatori spagnoli che hanno giocato in Italia

Luisito Suárez, uno dei migliori calciatori spagnoli che abbiano mai giocato in Italia

Per molti, lunghi anni in Italia ma anche nel resto del mondo si è pensato che il calcio spagnolo non fosse all’altezza dei grandi palcoscenici internazionali. Certo, squadre come il Real Madrid e il Barcellona vantano fin da gli anni Cinquanta una lunga tradizione di successi nelle competizioni internazionali, ma si è sempre pensato che quelle vittorie dipendessero dal peso politico dei club o dai loro giocatori stranieri.

D’altro canto, prima della recente serie di successi, in tanti anni di storia la Nazionale spagnola aveva conquistato solo una medaglia d’argento alle Olimpiadi del 1920, un Europeo nel 1964 e un secondo posto continentale nel 1984. Cioè ben poco rispetto alle aspettative.

Allo stesso modo, anche i giocatori spagnoli sembravano non avere prospettive nei campionati stranieri, come ad esempio quello italiano. Calciatori che sembravano dei fenomeni quando giocavano in terra iberica, infatti, si trasformavano rapidamente in atleti normalissimi appena mettevano piede nel nostro campionato, soprattutto per la differenza di ritmo, visto che il torneo iberico – almeno prima dell’avvento dei galacticos del Real e del Barça di Messi – non brillava per velocità.

Oggi tutto pare essere cambiato, grazie alle proprietà di palleggio e soprattutto ai titoli internazionali degli spagnoli. Ma, tra tanti flop e qualche nuova scoperta, quali sono stati i migliori calciatori spagnoli che hanno giocato in Italia? Scopriamolo assieme.

 

Luisito Suárez

L’unico Pallone d’Oro del calcio spagnolo

Oggi il più celebre Luis Suárez del pianeta non proviene dalla Spagna ma dall’Uruguay e, soprattutto, non ha mai giocato in Italia, nonostante la Juventus nei tempi passati – quando il costo del suo cartellino non era ancora così proibitivo – avesse provato a portarlo nel nostro paese. Ma qualche decennio fa il nome di Luis Suárez era sinonimo del grande fantasista dell’Inter e della Nazionale spagnola, l’unico calciatore iberico in grado di conquistare il Pallone d’oro (nel 1960), se si eccettua l’oriundo Di Stéfano.

Nato nel 1935 a La Coruña, esordì a 18 anni nel Deportivo, la squadra della sua città, passando l’anno successivo al Barcellona, allenato prima dall’italiano Sandro Puppo, poi da Helenio Herrera, allenatore che sarebbe diventato il suo mentore. Coi blaugrana riuscì a conquistare le prime due edizioni della Coppa delle Fiere nel 1958 e nel 1960, due scudetti consecutivi nel 1959 e 1960 (tutti trofei vinti con Herrera in panchina) e arrivò fino alla finale di Coppa dei Campioni nel 1961, persa a sorpresa contro il Benfica di Béla Guttmann ma non ancora di Eusebio.


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Dopo aver vinto anche il Pallone d’oro, arrivò all’Inter, la nuova squadra di Herrera, per 300 milioni di lire. A Milano rimase per nove anni, vincendo tre campionati, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Coronò il suo magico decennio con la conquista, da protagonista, degli Europei di calcio del 1964, giocati in casa (almeno nella fase finale a quattro squadre). Fu uno dei numeri 10 più importanti del decennio, se non forse il più importante in assoluto, in grado di dare ordine al centrocampo e di effettuare precisi lanci verso le punte.

Dopo la straordinaria esperienza all’Inter chiuse la carriera alla Sampdoria, dove giocò tra il 1970 e il 1973, portando i genovesi a tre salvezze tranquille. Tentò poi anche una carriera da allenatore, con scarsi risultati a livello di club (passò per tre volte anche sulla panchina dell’Inter, senza ottenere granché). Più importante fu l’esperienza con la Nazionale spagnola. Con l’Under-21 ottenne un secondo posto agli Europei del 1984 e il titolo a quelli del 1986, mentre con la Nazionale maggiore a Italia ’90 fu eliminato agli ottavi dalla Jugoslavia.

 

Luis del Sol

Il centrocampista degli Herrera

I buoni frutti dati all’Inter dall’acquisto di Luisito Suárez non passarono inosservati in Italia, tanto che altre squadre di blasone decisero immediatamente di tuffarsi sul mercato spagnolo, con risultati alterni. Pescò abbastanza bene la Juventus, che nel 1962 si assicurò il talento di un coetaneo di Suárez, Luis del Sol. Lo spagnolo avrebbe indossato la maglia bianconera per otto stagioni, dimostrando una straordinaria continuità e un buon rendimento sia in fase di interdizione che di impostazione.

Nato a Soria, nel centro-nord del paese, ma cresciuto a Siviglia, esordì giovanissimo nel Betis, squadra con la quale conquistò due promozioni nel 1954 e nel 1958, attirando le attenzioni del Real Madrid; coi blancos disputò due stagioni e mezza, diventando subito titolare del centrocampo che supportava punte del calibro di Di Stéfano, Puskás e Gento e conquistando due scudetti, una Coppa dei Campioni e una Coppa Intercontinentale.

Nel 1962 arrivò quindi in Italia, dando solidità a una Juve che non passava un bel periodo dopo la fine del ciclo di Boniperti, Sívori e Charles. La aiutò comunque a conquistare lo scudetto del 1967 grazie a un rocambolesco sorpasso sull’Inter di Helenio Herrera (mentre sulla panchina bianconera c’era Heriberto Herrera) all’ultima giornata del campionato. Una vittoria che arrivò nonostante la mancanza in rosa di nomi di primo piano. Il più famoso in squadra era infatti il brasiliano Chinesinho, non uno dei più noti nella storia della vecchia signora.

Dopo 8 stagioni in bianconero, del Sol chiuse la sua esperienza italiana con due annate alla Roma proprio di Helenio Herrera, prima di tornare al Betis ormai trentasettenne, squadra nella quale avrebbe poi proseguito da dirigente. Con la Nazionale delle furie rosse vinse l’Europeo del ’64, ma senza giocare nell’undici titolare.

 

Joaquín Peiró

Il bomber di Coppa

L’ultimo spagnolo di successo degli anni Sessanta in Italia fu Joaquín Peiró, passato attraverso Torino, Inter e soprattutto Roma tra il 1962 e il 1970. Nato nei dintorni di Madrid nel 1936 e cresciuto nelle giovanili dell’Atletico, era un attaccante veloce e scaltro in area di rigore. Tutte qualità che gli consentirono di esordire nella prima squadra dei colchoneros nel 1955, non ancora ventenne. Diventò presto titolare e trascinò la squadra nel 1962 alla conquista della Coppa delle Coppe. In quell’occasione segnò alla Fiorentina sia nella finale di Glasgow a maggio, sia nella ripetizione di Stoccarda a settembre.

Proprio grazie a queste ottime prestazioni venne notato dal Torino, che lo portò Italia sempre nel 1962. Nella prima stagione si trovò però chiuso dalle buone prestazioni dell’argentino Locatelli e dell’inglese Hitchens e dalla regola che proibiva di schierare più di due stranieri in campionato.

Meglio andò la seconda annata, col passaggio di Locatelli al Genoa e con alcune buone prestazioni che gli guadagnarono l’attenzione dell’Inter dove già militava il connazionale Suárez. Anche nella città meneghina Peiró si trovò chiuso da due stranieri (stavolta Jair e lo stesso Suárez) ma riuscì ad imporsi nella Coppa Campioni 1964/65. In quella competizione firmò in semifinale un decisivo e celebre gol contro il Liverpool, segnato rubando il pallone al portiere avversario mentre questi lo faceva rimbalzare a terra. Fu inoltre titolare nella finale contro il Benfica di Eusebio e nelle due finali di Intercontinentale del 1964 e 1965 contro gli argentini dell’Independiente.

Nel ’66 passò alla Roma, dove venne messo in campo anche da trequartista ma dove riuscì finalmente ad avere l’occasione di giocare con continuità, tanto è vero che divenne pure il capitano della squadra. Conquistò qui anche una Coppa Italia nel 1969 e una semifinale di Coppa delle Coppe l’anno dopo, persa solo a causa del lancio sfavorevole della monetina dopo tre pareggi col Gornik Zabrze. Nel 1970 ritornò in Spagna, intraprendendo poi una carriera da allenatore tra gli anni Ottanta e Novanta.

 

Pep Guardiola

L’allenatore che venne a formarsi in Italia

Dopo i fasti degli anni Sessanta, l’importazione di giocatori spagnoli si interruppe bruscamente. Questo avvenne prima a causa della chiusura delle frontiere calcistiche; poi, negli anni ’80 e ’90, a causa dell’effettiva scarsa qualità (o adattabilità) dei fuoriclasse iberici. Gente come Iván Helguera, Iván De La Peña, Javier Farinos e José Mari era arrivata nel nostro paese per sfondare, ma difficilmente oggi ci se li ricorda. Anche perché in qualche caso vennero rispediti al mittente dopo poche partite.

Diverso fu invece il destino di Pep Guardiola, che in Italia ci arrivò quando la sua carriera era ormai al tramonto. Il suo unico obiettivo era formarsi ulteriormente in vista della futura carriera da allenatore. Nato a Santpedor, in Catalogna, nel 1971, entrò nella cantera del Barcellona a soli 13 anni, acquisendo lo stile di gioco dei blaugrana. Dal 1991 diventò una delle colonne del centrocampo della squadra che sarebbe stata ribattezzata il Dream Team catalano (in onore alla squadra di basket americana che proprio a Barcellona vinse le Olimpiadi). Con Cruijff in panchina vinse da titolare tre scudetti e una Coppa dei Campioni (superando in finale la Sampdoria di Vialli e Mancini). Con Robson – e Mourinho a fargli da assistente – una Coppa delle Coppe. Con Van Gaal, infine, altri due scudetti. Un curriculum che lo rendeva all’epoca uno dei più vincenti centrocampisti al mondo.


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Non ebbe la stessa fortuna con la Nazionale spagnola, saltando per infortunio due edizioni dei Mondiali in un periodo in cui la roja comunque stentava ad imporsi. Nel 2001, trentenne, decise di cambiare aria e accettò l’offerta del Brescia. La squadra era allora allenata da Carlo Mazzone e vi militavano l’esperto Roberto Baggio ed i giovani Luca Toni e Daniele Bonera. La formazione lombarda disputò una buona stagione, arrivando in finale di Intertoto (e perdendo, solo per la regola dei gol fuoricasa, col Paris Saint-Germain di Anelka). Andò bene anche in Coppa Italia (semifinale) e in campionato, chiudendo al tredicesimo posto. Le prestazioni di Guardiola furono talmente convincenti da convincere la Roma di Fabio Capello ad ingaggiarlo per la stagione successiva.

In giallorosso però giocò solo quattro partite, prima di essere ceduto a gennaio di nuovo al Brescia, dove contribuì alla serie di sedici risultati utili consecutivi che portò la squadra al 9° posto in classifica. Dopodiché passò a giocare qualche stagione in Qatar prima di dedicarsi alla carriera da allenatore prima del Barcellona e poi del Bayern Monaco. Una carriera che gli ha fruttato finora 4 titoli nazionali, 2 Champions League e 3 Coppe del Mondo per squadre di club.

 

Fernando Llorente

Il centravanti basco della Juventus

La vera rinascita dei giocatori spagnoli nel nostro campionato è però cosa degli ultimi anni, se non addirittura proprio dell’ultima stagione. Gli arrivi di Fernando Llorente alla Juventus, Pepe Reina, Raul Albiol e José Maria Callejon al Napoli e, da più tempo, Borja Valero alla Fiorentina hanno infatti rilanciato prepotentemente le quotazioni dei giocatori che si sono formati nella Liga. E hanno mostrato che non solo i centrocampisti sono di qualità, ma spesso anche le punte e i difensori.

Tra tutti i calciatori che hanno ben impressionato ultimamente abbiamo scelto Llorente, per il semplice fatto che già prima del suo arrivo allo Juventus Stadium aveva ottenuto ottimi risultati con l’Athletic Bilbao e che ha comunque una carriera più che promettente davanti. Altri o sono alla prima stagione da protagonisti, o, come nel caso di Reina, si avviano ormai verso la fine della carriera, con un futuro più incerto. Nato a Pamplona nel 1985, Llorente è cresciuto nell’Athletic Bilbao. Mandato inizialmente a giocare nelle società satellite del Baskonia e del Bilbao Athletic, ha esordito in prima squadra nel 2004/05, collezionando subito 15 presenze. Dopo tre stagioni in panchina, nel 2007 è diventato titolare. L’anno dopo ha trascinato così la sua squadra alla finale della Coppa del Re, persa contro il Barcellona di Guardiola.

Sotto la guida di Marcelo Bielsa e mostrando un gran gioco, nel 2011/12 l’Athletic è arrivato alla finale sia della Coppa del Re che dell’Europa League, perdendole entrambe. L’anno dopo l’annuncio di non voler rinnovare con l’Athletic lo ha relegato in panchina, prima di arrivare, nel 2013, alla Juventus. Qui si è guadagnato la maglia da titolare grazie ai 16 gol realizzati in stagione, fondamentali per la conquista del terzo titolo nazionale consecutivo.

A livello di Nazionale ha partecipato alle spedizioni di Sudafrica 2010 e Polonia-Ucraina 2012. In questo modo ha messo a curriculum un titolo Mondiale e uno Europeo, anche se è sempre stato chiuso nella formazione titolare da un lato da Fernando Torres, dall’altro dalla scelta di del Bosque di giocare senza un vero centravanti.

 

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