I mass media hanno, da sempre, un rapporto piuttosto conflittuale con la storia; la ignorano e la esaltano a seconda del momento, la sfruttano e la abbandonano per convenienze di vario tipo e a volte anche solo per ignoranza, la tirano da tutte le parti, la maltrattano e poi si fanno promotori di grandi appelli a sua difesa.

La questione della Resistenza, purtroppo, non è esente da questo schema: se la storiografia ha da parecchio tempo delineato in maniera chiara ciò che la Resistenza italiana è stata, nel bene e nel male, non lo stesso può dirsi della tv, delle riviste o della pubblicistica di consumo (e perfino di internet), che continuano a vivere di sensazionalismi, tesi preconcette e tentativi di trarre un vantaggio politico attuale da cose avvenute settant’anni fa, in un mondo completamente diverso. Basta cercare “resistenza” o “partigiani” su Google per venire inondati da siti a tratti deliranti, spesso “a tesi”, il più delle volte basati completamente su approssimazioni o fonti esclusivamente televisive.

Eppure, basterebbe prendere in mano un saggio serio di storia della Seconda guerra mondiale per rendersi conto che i pregi ma anche i difetti della lotta partigiana non sono mai stati realmente nascosti, almeno non dagli storici; che le bande partigiane non erano necessariamente formate da eroi, soprattutto nell’ultima fase in cui l’esito della guerra appariva ormai chiaro, e che anche i resistenti si macchiarono a volte di processi sommari e di eccidi; che, però, una guerra civile è guerra civile ad ogni latitudine, e sempre si accompagna con stragi, lutti, brutalità, vendette cieche e senza pietà; che, ancora di più, c’erano due parti che si combattevano l’una contro l’altra, una alleata dei nazisti, che si rendeva protagonista di eccidi in maniera metodica e non occasionale, che da sempre aveva represso nel sangue l’opposizione, e l’altra che mirava a una liberazione dallo straniero e a una nuova libertà. Se invece ci si limita a leggere gli opuscoli di partito o i siti dei nostalgici, è ovvio che non solo la Resistenza ma tutta la storia dell’umanità rischiano di essere messe a dura prova.

Ad ogni modo, non è di storiografia e dell’uso politico della storia che vogliamo parlarvi oggi, quanto piuttosto di alcuni partigiani famosi: perché se pur si sente parlare così tanto di Resistenza e di formazioni partigiane, ben poco si conosce delle personalità che queste bande le guidavano sul campo, della loro storia e di cosa è accaduto loro dopo la fine della guerra. I capi del movimento, quelli che non combattevano direttamente sul campo ma comandavano le varie formazioni dal CLN, divennero ministri, capi di partito, a volte perfino Presidenti della Repubblica; ma sui monti (e non solo) stavano altri uomini, spesso di formazione militare, che il più delle volte rischiano oggi di essere completamente dimenticati. Vediamo almeno in parte chi furono.

 

Cino Moscatelli

Il commissario politico della Valsesia e della Val d’Ossola

Cino MoscatelliL’ordine con cui abbiamo deciso di elencare i cinque comandanti partigiani più famosi non è di importanza, ma semplicemente anagrafico, sulla base cioè della data di nascita di ognuno; e il primo che incontriamo è Cino Moscatelli, classe 1908, il cui nome completo era Vincenzo Moscatelli.

Nato a Novara da una famiglia operaia, si rese protagonista di varie azioni antifasciste fin dal 1922, quando aveva appena 14 anni, finendo per essere costretto all’esilio volontario in Svizzera nel 1927, dove per la prima volta si avvicinò al Partito Comunista Italiano. Nei successivi tre anni girò l’Europa, spostandosi a Berlino, a Mosca e a Parigi, avvicinandosi ovunque alle formazioni comuniste; ritornato in Italia nel 1930 sotto falso nome, venne subito arrestato, torturato e condannato a 16 anni di carcere per attività sovversiva. Dal carcere uscì però già nel 1935 in seguito ad un’amnistia, stabilendosi poi in Valsesia; qui, con la caduta del fascismo nel 1943, si diede subito da fare per costituire le prime formazioni partigiane, diventando commissario politico per il PCI della Brigata Garibaldi prima della Valsesia e poi dell’Ossola, brigate comandate da Eraldo Gastone detto Ciro.

Citato nelle canzoni

Ciro e Cino, come venivano chiamati, si trovarono a comandare 12 brigate, per un totale di tremila uomini, tanto che la fama di Moscatelli tra i partigiani crebbe enormemente e lui si trovò citato perfino in varie canzoni della Resistenza. Nell’aprile del 1945 prima liberarono Novara e poi entrarono a Milano; oltre alla medaglia d’argento al valor militare, il novarese ricette anche la Stella di Bronzo americana, la Croce al merito partigiano polacca e una onorificenza ceca.

Nel dopoguerra continuò la lotta politica nelle fila del PCI: eletto sindaco di Novara, entrò alla Costituente e poi fu senatore e deputato nelle prime tre legislature, assumendo nell’ultima anche l’incarico di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per l’assistenza ai reduci ed ai partigiani. Con Pietro Secchia, altro storico partigiano comunista, scrisse nel 1958 il libro Il Monte Rosa è sceso a Milano, edito da Einaudi e oggi quasi introvabile, in cui raccontò la sua esperienza partigiana. È morto nel 1981.

 

Enrico Martini

Mauri il badogliano

Enrico Martini detto MauriSempre piemontese – e precisamente di Mondovì, in provincia di Cuneo, dov’era nato nel 1911 – era anche Enrico Martini, comandante partigiano meglio noto col nome di battaglia di Mauri.

Militare di carriera, aveva combattuto in Etiopia e, durante la Seconda guerra mondiale, nel nord Africa, prima di essere rimpatriato nella primavera del 1943 per entrare nello Stato Maggiore dell’Esercito; a Roma venne quindi sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre, del quale neppure i vertici militari erano stati pienamente informati, e prima si adoperò per difendere Roma dai tedeschi, poi tornò al nord, iniziando a organizzare nelle Langhe e nel Monferrato delle formazioni con cui opporsi allo straniero.

Tra i liberatori di Torino, Asti, Alba

Queste formazioni, che sarebbero col tempo arrivate a contare anche diecimila uomini, appartenevano al fronte dei partigiani badogliani, cioè gli autonomi che non si riconoscevano nei partiti del CLN – anche se spesso con questi collaboravano – e che invece si rimettevano all’autorità del governo ufficiale scappato nel sud Italia e del re Vittorio Emanuele III. Mauri contribuì con ruoli di primo piano alla liberazione di Torino, Asti, Alessandria, Alba, Savona, Bra, Ceva e della sua Mondovì, venendo decorato anche con una medaglia d’oro al valor militare, oltre che con la Croce d’oro polacca e con la Bronze Star Medal americana.

Dopo la guerra si batté per far ottenere alla città di Alba la medaglia d’oro al valor militare e nel 1947 lasciò l’esercito, laureandosi poi in giurisprudenza e diventando dirigente d’azienda. È morto nel 1976, a 65 anni d’età, a causa di un incidente aereo verificatosi in Turchia.

 

Arrigo Boldrini

Lo stratega della Resistenza ravennate

Arrigo Boldrini, il comandante partigiano BulowNato nel 1915 a Ravenna da una famiglia marxista, Arrigo Boldrini si diplomò come perito agrario e fu chiamato alle armi nel 1939, entrando come volontario nella Milizia Fascista, prima di essere arruolato durante la guerra nel Regio Esercito di stanza in Jugoslavia. Ritornato in Italia per un periodo di convalescenza nell’estate del 1943, alla caduta del fascismo aderì subito al Partito Comunista e dopo l’8 settembre cominciò a organizzare la Resistenza in Romagna, riuscendo anche a rubare armi alla milizia travestendosi da fascista.

Entrato in clandestinità solo nel gennaio 1944, iniziò ad assumere un ruolo di sempre maggior preminenza nella 28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”, una formazione di ispirazione comunista che però accoglieva al proprio interno anche repubblicani, azionisti, cattolici e indipendenti e basata su un principio democratico che portava i partigiani a eleggersi da soli i comandanti e i commissari politici.

Nome di battaglia: Bulow

Proprio con la Gordini, Boldrini si guadagnò il nome di battaglia di Bulow – ispirato dalla figura di Friedrich Wilhelm von Bülow, famoso generale prussiano durante le guerre napoleoniche – dovuto alle sue capacità tattiche che avrebbero presto portato anche alla liberazione di Ravenna concordata con gli Alleati dopo lo sfondamento della Linea Gotica. Alla fine del 1944 fu poi eletto comandante della Brigata e, assieme alle truppe alleate, risalì la Romagna combattendo i nazifascisti fino a liberare le terre attorno al Delta del Po, guadagnandosi così una medaglia d’oro al valor militare e analoghe medaglie date dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica, dalla Jugoslavia e dalla Cecoslovacchia.

Nel dopoguerra fu il primo segretario dell’ANPI, poi presidente e infine presidente onorario dell’associazione, mentre dal punto di vista politico fu eletto all’Assemblea Costituente e poi in tutte le prime undici legislature, prima alla Camera e poi al Senato. Negli anni Novanta fu accusato di aver guidato l’eccidio di Codevigo, in provincia di Padova, in cui furono uccisi più di cento tra repubblichini e civili, ma fu assolto a più riprese perché, secondo i verbali, sarebbe venuto a conoscenza dell’eccidio solo a cose fatte e gli uccisori avrebbero ucciso per iniziativa personale.

 

Felice Cascione

Il medico martire

Felice CascionePiù proseguiamo in questa nostra rassegna, più incontriamo, come abbiamo spiegato all’inizio, persone in giovane età al tempo della lotta partigiana: Felice Cascione era infatti nato nel 1918 e alla data dell’8 settembre aveva appena 25 anni. Nato in quella Porto Maurizio che di lì a poco sarebbe confluita nel nuovo comune di Imperia, orfano di padre (morto nella Grande guerra), riuscì con grandi sforzi della madre a frequentare il liceo e a laurearsi in medicina a Bologna nel 1943, entrando subito dopo nelle fila del Partito Comunista clandestino.

Rientrato in Liguria, cominciò ad esercitare la professione medica fino all’8 settembre, quando fondò la prima brigata partigiana della zona e assunse il nome di battaglia di U megu, il medico, che era già il soprannome con cui era noto in città.

In quei primi mesi si distinse in due modi: prima si oppose alla fucilazione di due fascisti catturati e condannati dal tribunale militare, affermando che aveva studiato «vent’anni per salvare la vita di un uomo e ora voi volete che io permetta di uccidere?»; poi scrisse il testo di Fischia il vento, una delle canzoni partigiane più famose, facendola cantare sulla musica della sovietica Katjuša.

«Il capo sono io»

Purtroppo la sua generosità gli fu fatale: uno dei due fascisti che lui aveva salvato dalla morte e che aveva accudito per giorni scappò e guidò le Brigate Nere sulle tracce dei partigiani; durante lo scontro Cascione fu ferito ma ordinò al resto della squadra di mettersi in salvo e lasciarlo indietro; uno dei suoi compagni però tornò a prenderlo, venendo catturato dai fascisti e subito torturato perché confessasse dov’era il comandante; a quel punto Cascione si fece avanti, gridando «Il capo sono io» e finendo crivellato di colpi. Era il 27 gennaio 1944. Subito dopo la notizia della sua morte si diffuse in tutta la Liguria e molti giovani furono spinti proprio dal suo sacrificio ad entrare nelle fila dei partigiani; tra di loro, per sua stessa ammissione, il ventenne Italo Calvino.

 

Nuto Revelli

Il cantore dei partigiani e dei reduci

Nuto Revelli, uno dei più famosi comandanti partigianiAltro autore di canzoni partigiane fu Nuto Revelli, cuneese classe 1919 scomparso una decina d’anni fa e padre del sociologo e storico Marco Revelli.

Dopo il diploma come geometra entrò nell’Accademia Militare di Modena e poco dopo si arruolò volontario per il fronte russo, partendo con gli Alpini: sarebbe stato uno dei pochi a tornare dopo la rovinosa disfatta italiana, conseguendo una medaglia d’argento al valor militare. Convalescente a Cuneo per le ferite riportate in Russia, dopo l’8 settembre riuscì a sfuggire alla deportazione in Germania e a fondare una propria brigata partigiana, presto confluita in quelle di Giustizia e Libertà.

Pietà l’è morta

Diventato comandante, nella primavera ’44 scrisse due famosi brani partigiani: Pietà l’è morta, una delle più celebri tra tutte le canzoni resistenziali, e La Badoglieide, composta assieme ad altri compagni d’armi e fortemente satirica nei confronti di Badoglio e del re. D’altro canto, i suoi subalterni lo citarono pure nel brano Paralup, in cui ironizzarono sulla sua facilità a comminare fucilazioni contro i partigiani sorpresi a commettere reati comuni.

Nel dopoguerra, di fianco al lavoro come commerciante di ferro, avviò un’intensa produzione letteraria e di raccolta di documenti e testimonianze sulla Resistenza e sulla campagna di Russia, dando alle stampe ad esempio La guerra dei poveri, La strada del davai, L’ultimo fronte. Lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale e Il mondo dei vinti.

 

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