In genere, come la nostra testata suggerisce, vi raccontiamo di cose belle. Opere d’arte meravigliose, film da vedere, dischi da ascoltare. Come scrivemmo a suo tempo, quando lanciammo il sito, lo facciamo perché siamo convinti che ci sia bisogno di mettere da parte, di tanto in tanto, le critiche e concentrarsi sulle cose meravigliose che ci circondano.

Cose non belle, ma che è importante non dimenticare

Non vi abbiamo infatti mai presentato deliberatamente dei brutti film, o le gesta macabre di serial killer pescati in giro per il mondo.

Ci sono delle volte, però, in cui è necessario raccontare anche le cose brutte del passato, perché la loro conoscenza è necessaria a cambiare le cose dell’oggi. Se quei fatti sono brutti e tristi, possono infatti però portarci a modificare il presente e il futuro.

Per questo vi abbiamo raccontato di guerre e tragedie della storia, e per questo oggi dedichiamo un articolo ai più famosi misteri irrisolti della storia italiana.

Purtroppo, i casi da approfondire sarebbero molti. Dalla strage di Portella della Ginestra al Piano Solo, dal rapimento Moro alla P2 e suoi seguiti, i casi che hanno infiammato la cronaca sono stati molti.

Su alcuni, in realtà, il mistero è ormai relativo: anche se manca la sentenza definitiva della magistratura, le idee sono piuttosto chiare. Su altri si brancola invece ancora nel buio, a distanza di decine di anni.

Ecco i cinque che più degli altri avrebbero avuto bisogno (e avrebbe ancora bisogno) di chiarezza.

 

1. La morte di Enrico Mattei

Tutti i miseri dietro al miracolo economico dell’ENI

Enrico Mattei, deus ex machina dell'ENII misteri, anche nei primi anni della storia repubblicana, furono molti, legati perlopiù al ruolo internazionale che l’Italia aveva assunto. Attribuita dalle potenze vincitrici al blocco filo-americano, presentava però il Partito Comunista più forte d’Occidente, e questo creava tensioni e paure.

Ma tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta molte cose cambiarono. Il miracolo economico aveva reso l’Italia stessa una potenza di livello planetario, non più così facilmente manovrabile dai referenti internazionali.

Uno dei protagonisti di quel miracolo, e anche uno dei più potenti, fu Enrico Mattei. Ex partigiano con piccole esperienza imprenditoriali, dopo la guerra ricevette l’incarico di liquidare l’Agip, azienda statale fondata durante il fascismo.

In realtà, però, Mattei fece tutt’altro: forte della scoperta del metano in Pianura Padana e dell’appoggio (almeno inizialmente) della DC, iniziò a potenziare l’azienda, fino a spingere per la creazione, nel 1953, dell’ENI, un nuovo ente che doveva coordinare tutte le politiche sui combustibili.


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Da quel momento in poi il ruolo di Mattei fu sempre più attivo. Mentre, per sua stessa ammissione, usava i partiti «come fossero dei taxi», cioè «salendo, pagando la corsa e poi scendendo» (e cioè facendo ampio ricorso a fondi neri), ingaggiava all’estero una serrata guerra contro le sette sorelle.

Il dirigente marchigiano, infatti, cercò anche con un certo successo di intaccare il cartello composto dalle principali compagnie petrolifere mondiali, intrattenendo rapporti diretti coi governi del nord Africa e del Medio Oriente.

La morte sull’aereo

Questo attivismo, che spesso metteva in difficoltà anche i politici italiani nei confronti della controparte americana, era sostenuto anche da un’abile gestione dei mass media. Mattei infatti aveva, tra le altre cose, fondato Il Giorno, il quotidiano più dinamico del tempo, che usava con chiari intenti politici.

Tutto però finì nell’ottobre 1962. Durante il viaggio di ritorno da una visita in Sicilia, infatti, l’aereo di Mattei precipitò nella campagna pavese, portando alla morte del presidente dell’ENI, del pilota e di un giornalista.

La versione ufficiale fu, per anni, quella di un incidente dovuto al maltempo. Nuove indagini avviate a fine anni ’90, però, dimostrarono che – come alcuni testimoni avevano già affermato – l’aereo era in realtà esploso in volo. Varie ipotesi sono state fatte sui mandanti dell’attentato.

Alcuni hanno indicato in Eugenio Cefis il primo responsabile: questi era già stato vice di Mattei ma poi era stato rimosso da quest’ultimo; e si sospettava una sua stretta vicinanza alla CIA. Inoltre, secondo le rivelazioni di alcuni pentiti, un ruolo non indifferente sarebbe stato giocato dalla mafia.

L’omicidio-Mattei è stato raccontato anche da un celebre film d’inchiesta del 1972 di Francesco Rosi intitolato Il caso Mattei e interpretato da Gian Maria Volonté. Proprio durante le indagini per realizzare questo film, scomparve e fu probabilmente ucciso in circostanze assai misteriose il giornalista Mauro De Mauro, fratello di Tullio De Mauro.

 

2. Il Mostro di Firenze

Furono davvero Pacciani e i compagni di merende?

Pietro Pacciani negli anni del processoNon c’entra la politica, ma è ugualmente un caso complicato quello che riguarda il cosiddetto Mostro di Firenze. Con questo nome, i giornali hanno identificato l’autore (o gli autori) di una serie di omicidi compiuti in provincia di Firenze tra il 1968 e il 1985.

In questo caso, la giustizia ha in realtà individuato una serie di responsabili, non però senza una serie di incoerenze. Pietro Pacciani fu infatti condannato in primo grado per 14 dei 16 omicidi, anche se in appello fu assolto per non aver commesso il fatto, con una sentenza che criticava l’impianto accusatorio imbastito contro di lui.

Un nuovo processo non fu condotto a causa della morte dello stesso Pacciani.

Gli esiti giudiziari

Due dei suoi “compagni di merende”, come furono ribattezzati dai giornali, furono condannati in via definitiva come autori di 4 degli 8 duplici omicidi: si trattava di Mario Vanni e Giancarlo Lotti.

Il primo scomparve nel 2009, dopo aver scontato 4 anni di carcere e 5 in una casa di riposo perché gravemente malato; il secondo fu scarcerato ancora prima e scomparve nel 2002, ancora relativamente giovane, a causa di un tumore. Un terzo amico di Pacciani, Fernando Pucci, fu prosciolto da tutte le accuse.

Molto però si è discusso su un possibile “secondo livello” dietro agli omicidi. Anche ammettendo cioè che gli esecutori dei delitti fossero Pacciani e i suoi compagni, alcuni hanno ipotizzato che vi fossero dietro a loro dei mandanti.

Alcuni indizi hanno indicato una pista negli ambienti esoterici, ma anche nell’annegamento – avvenuto nel 1985 – del giovane medico Francesco Narducci, forse coinvolto nella questione.

Le teorie, però, si sprecano: da quelli che pensano che il vero serial killer l’abbia fatta franca, forte di un quoziente intellettivo superiore alla media, a chi invece ipotizza anche strategie occulte.

 

La morte dell’anarchico Pinelli e l’omicidio Calabresi

La strage di Piazza Fontana e le sue numerose conseguenze

La campagna per la verità sulla morte di PinelliRitorniamo alla politica con un caso che ha avuto ripercussioni decisive e ben chiare sulla situazione italiana. L’anno era il 1969, un periodo caldo per la situazione italiana.

La ventata di riforme inaugurata coi governi di centro-sinistra sembrava aver esaurito il suo slancio, e il PCI pareva pronto – forte del mutato clima internazionale – a incalzare l’egemonia della DC.

D’altro canto, la conflittualità del sindacato era salita molto e i giovani stavano iniziando ad aderire a formazioni della cosiddetta “sinistra extraparlamentare”. Il 12 dicembre di quell’anno, a Milano in Piazza Fontana, si verificò un attentato terroristico che diede il via alla cosiddetta “strategia della tensione”.

Dalla pista anarchica a Ordine Nuovo

Quella bomba, piazzata dentro alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, provocò 17 morti. Autori dell’attentato sono stati riconosciuti alcuni esponenti di Ordine Nuovo, formazione dell’estrema destra neofascista, forse in unione con settori deviati dei servizi segreti.

Nei giorni immediatamente successivi al fatto, però, le indagini degli inquirenti si concentrarono sulla “pista anarchica”, interrogando una serie di esponenti della sinistra. Tra questi, Giuseppe Pinelli. Il 15, durante un interrogatorio in questura, l’uomo volò dalla finestra dell’ufficio posto al quarto piano. Morì sul colpo.

Mai sono state pienamente chiarite le cause di quella caduta.

La versione ufficiale fu stabilita dal giudice Gerardo D’Ambrosio solo nel 1975, quando gran parte delle conseguenze di quella morte si erano già verificate: nella sentenza, si parlava di un malore dovuto all’eccessiva reclusione in stato di fermo, che avrebbe provocato la caduta mentre Pinelli era affacciato alla finestra.

I dubbi dell’opinione pubblica, però, fin da subito si erano concentrati sul responsabile delle indagini, il commissario Luigi Calabresi. L’uomo divenne il punto di raccolta delle accuse di varie formazioni, anche se probabilmente non si trovava nell’ufficio al momento della caduta.

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Due anni e mezzo dopo, nel maggio 1972, alla fine di una lunga campagna di stampa contro di lui, Calabresi fu ucciso a Milano mentre si recava al lavoro.

Sul finire degli anni ’80 – e quindi più di 15 anni dopo – Leonardo Marino, ex militante di Lotta Continua, si autodenunciò, facendo i nomi di Ovidio Bompressi come altro esecutore materiale e di Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti.

Il processo, che ha sollevato grandi polemiche per molti anni (soprattutto per quanto riguarda il ruolo di Sofri), si è concluso con la condanna degli imputati, ma molti interrogativi rimangono ancora oggi aperti.

 

La strage di Ustica

Il triste destino del DC-9 dell’Itavia

La prima pagina di Repubblica con l'annuncio della strage di UsticaSempre di una strage parliamo con i fatti di Ustica, verificatisi nel giugno del 1980. Il 27 di quel mese, infatti, un aereo della compagnia Itavia, partito da Bologna e diretto a Palermo, si squarciò in volo e cadde in mare nei pressi dell’isola di Ustica, portando alla morte di tutti gli 81 passeggeri.

Quello che successe realmente all’aereo non è mai stato acclarato dalla magistratura; le ipotesi principali, però, sono sostanzialmente tre, due delle quali più forti.

La prima è quella secondo cui, quella notte, sui cieli di Ustica si combatté una sorta di battaglia aerea che avrebbe visto il DC-9 dell’Itavia trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato.

Lo stesso Francesco Cossiga, Presidente del Consiglio nei giorni dell’incidente, affermò anni dopo che l’aereo era stato colpito da un missile francese sparato contro un aereo libico in volo in quelle stesse zone, sui cui viaggiava Gheddafi.

Dichiarazioni che però vanno prese con le molle, visto che in quel periodo l’ex Presidente della Repubblica era solito rilasciare affermazioni volutamente destabilizzanti.


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La seconda teoria è quella che sull’aereo ci fosse una bomba e che quindi il volo sia stato abbattuto per un attentato. La prova più consistente a favore di questa ipotesi è il rinvenimento di tracce di esplosivo compatibili con una bomba tra i rottami dell’aereo.

Anche in questo caso, si sono indicati in alcune formazioni neofasciste i possibili responsabili, che sarebbero poi collegati con la strage alla stazione di Bologna di appena un mese e mezzo dopo.

La terza ipotesi è quella di un cedimento strutturale dell’aereo, che comunque sembra quella meno probabile. In generale, pur mancando prove conclusive, si ritiene la prima ipotesi quella più verosimile, se non altro per tutta l’opera di depistaggio che è stata messa in campo nei mesi e negli anni successivi alla strage.

In particolare, molto gravi sono stati gli occultamenti e la distruzione di molti registri e nastri radar di varie torri di controllo sul Tirreno.

 

La sparizione di Emanuela Orlandi

Gli intrecci tra la Banda della Magliana e il Vaticano

Emanuela Orlandi nei manifesti che furono sparsi per Roma all'epoca della sua sparizioneRitorniamo sulla cronaca nera col mistero legato alla sparizione di Emanuela Orlandi. Il 22 giugno 1983 la ragazza, cittadina vaticana e figlia di un commesso della Prefettura della Casa Pontificia, scomparve infatti in circostanze misteriose e da allora non è più stata ritrovata.

Aveva, all’epoca, solo 15 anni, ma subito si è ipotizzato che la sua sparizione non fosse un banale caso di cronaca, bensì che avesse dei retroscena molto più rilevanti.

Nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa arrivarono alla famiglia e al Vaticano varie telefonate, alcune parzialmente attendibili. Le richieste alla base di quelle telefonate erano però incoerenti e mancava la prova dell’esistenza in vita della Orlandi.

Con l’andare degli anni, però, iniziarono ad affiorare nuovi dettagli. Anche perché tra le varie telefonate spuntò quella di una persona con accento anglosassone, subito ribattezzato “l’Amerikano”, forse legato ad ambienti vaticani di alto livello.

La svolta arrivò quando si intuì che dietro a tutti ci poteva essere la Banda della Magliana. Nel 2005 una telefonata anonima alla redazione di Chi l’ha visto? portò alla scoperta del fatto che l’ex esponente di spicco della banda, Enrico De Pedis, era sepolto all’interno della Basilica di Sant’Apollinare.

Alla base di quella sepoltura così anomala, si ipotizzava un favore che De Pedis aveva fatto al cardinale Ugo Poletti, ex presidente della CEI.

I possibili moventi

Pur mancando riscontri probatori, l’ipotesi più probabile – anche in base a successive dichiarazioni di persone legate alla banda, come Sabrina Minardi – è che in qualche modo la Banda della Magliana si sia occupata del rapimento della ragazza.

Sul perché l’abbia fatto, ci sono molte ipotesi: secondo alcuni, era una mossa per fare pressioni sul Vaticano a causa dei soldi “sporchi” che la banda aveva perso col crack del Banco Ambrosiano; secondo altri, era un favore che si faceva ad alcuni cardinali di alto livello come ritorsione verso il padre di Emanuela, a conoscenza di oscuri segreti finanziari vaticani.

Una terza ipotesi, infine, è quella di un giro di festini a base di sesso e droga in Vaticano che vedeva coinvolte giovani ragazze, spesso procacciate dalla banda.

Comunque siano andate le cose, nulla si sa del destino di Emanuela. Molti hanno sostenuto che sia ancora viva, e si trovi nascosta – o addirittura sedata – in diversi posti in Italia o in Europa. Di fatto, però, non ci sono prove della sua esistenza in vita neppure nei giorni successivi al sequestro.

 

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