Il rapporto di noi italiani con l’arte è piuttosto strano. Ormai da parecchi anni non c’è politico che si risparmi dall’affermare che l’arte e il turismo dovrebbero essere il settore trainante della nostra economia, salvo poi non fare nulla per far sì che ciò accada. O non conoscere neppure i nomi dei pittori italiani contemporanei più importanti.

Nonostante i tagli e le proteste, l’arte riveste un ruolo fondamentale anche nel nostro sistema educativo, sia tramite l’educazione artistica alle medie, sia tramite il suo insegnamento alle superiori e nei Licei artistici. Abbiamo, infine, alcuni tra i più celebri musei e monumenti del mondo, che però vengono quasi sempre battuti – come abbiamo evidenziato anche coi dati sulle città più visitate al mondo – da quelli di altri paesi quando si tratta di monetizzare.

Gli ultimi trent’anni in Italia

Quest’ambiguità di fondo emerge ancora oggi, nei confronti dell’arte contemporanea e degli artisti viventi. Abbiamo un passato glorioso fatto dei vari Leonardo, Michelangelo, Caravaggio e compagnia bella, ma non sappiamo nulla dei nostri pittori attuali. Né riusciamo a coltivarne il talento, abituati come siamo a vivere sugli allori del passato, a crogiolarci nell’idea di una grandezza che però abbiamo perso da tempo.

Eppure di pittori italiani contemporanei e viventi ce ne sono molti, in certi casi anche molto importanti. Così come qualche movimento artistico degno di questo nome, negli ultimi trent’anni, s’è visto pure da noi. Il fatto è che non li conosciamo perché raramente ne sentiamo parlare in TV – che sarebbe vera utopia – ma neppure sui giornali, se non quelli riservati agli addetti ai lavori.

Proprio per dare una mano, nel nostro piccolo, a colmare questa lacuna presentiamo oggi cinque pittori italiani viventi che ci sembra siano già riusciti a lasciare un segno nell’arte contemporanea. Questo in un’epoca in cui la pittura ha forse perso un po’ di visibilità, cedendo in parte il passo alla scultura, alle installazioni e alla fotografia.

 

Enrico Castellani

L’amico di Piero Manzoni e le tele estroflesse

Uno dei più importanti – e forse il più importante in assoluto – pittore italiano del Novecento ancora in vita è Enrico Castellani. Ovvero, la parte razionale e riflessiva del connubio che a fine anni ’50 si instaurò a Milano con Piero Manzoni e Agostino Bonalumi (il primo scomparso già negli anni ’60, il secondo venuto a mancare lo scorso settembre).

Dal Belgio a Milano

Classe 1930, nativo di Castelmassa in provincia di Rovigo, Castellani si è formato in Belgio. Lì ha studiato arte, scultura ed architettura, prima di rientrare a Milano nel ’57. Qui, come detto, strinse un rapporto d’amicizia con Manzoni che si concretizzò nella creazione della rivista Azimuth.

Su quelle pagine Castellani maturò un nuovo concetto di arte, contraddistinta da tele perlopiù bianche che venivano estroflesse introducendo vari oggetti al loro interno. Si creavano così delle superfici sbalzate, regolari, ma in cui la luce, cadendo da diverse angolazioni, dava effetti imprevedibili.


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Biennale, MoMA, Guggenheim, Centro Pompidou

Usando chiodi e sagome di metallo o di legno, Castellani seppe già in quei primi anni crearsi una importante reputazione in ambito europeo. La critica lo salutò subito come il «padre del minimalismo» e della riflessione sul ruolo dell’occhio nell’interpretazione dell’opera d’arte.

Grandi riconoscimenti gli sono arrivati alla Biennale di Venezia – dove ha esposto a più riprese e nel 1966 ha avuto anche una sala a lui dedicata – e al MoMA di New York, ma anche con importanti mostre personali a Milano, Parigi, Mosca, New York e Bruxelles. Sue opere si trovano nelle collezioni permanenti del MACRO di Roma, del Centro Pompidou di Parigi, del Guggenheim e del MoMA di New York.

Una lunga carriera, insomma, coronata nel 2010 dall’assegnazione del Premio Imperiale giapponese per la pittura, il più importante riconoscimento a livello mondiale nel settore. Le sue opere, d’altro canto, hanno quotazioni che raggiungono in alcuni casi anche il milione di dollari.

 

Michelangelo Pistoletto

Arte povera e specchi

Come vi abbiamo raccontato nel paragrafo precedente, il Premio Imperiale giapponese è forse il più importante riconoscimento in campo artistico (le categorie sono cinque: pittura, scultura, architettura, musica e film/teatro). E se Castellani è stato il primo italiano a vincerlo per la pittura, lo scorso anno la sua impresa è stata replicata da Michelangelo Pistoletto. Un artista che per questo e per molti altri riconoscimenti – tra cui il prestigioso premio Wolf – abbiamo deciso di includere nella nostra cinquina.

Un movimento piemontese

Nato a Biella nel 1933, è figlio di un restauratore di quadri che gli trasmise fin da piccolo le prime tecniche e la passione per l’arte. Una passione che poi lui arricchì con un’attenzione alla comunicazione maturata anche alla scuola di grafica pubblicitaria di Armando Testa.

Sempre pronto a spaziare tra pittura e scultura, aderì attorno alla metà degli anni ’60 alla neonata corrente dell’arte povera, diventandone uno dei maggiori interpreti a livello internazionale. Nata attorno alla zona di Torino, questa corrente si poneva in netta antitesi con l’arte tradizionale, considerata troppo “sacra” e incapace di parlare della società contemporanea.

La si riteneva, infatti, bloccata da forme espressive ormai desuete. Per questo l’arte povera proponeva il recupero di strumenti non tradizionali e, appunto, “poveri”, attraverso cui costruire opere provocatorie.


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La Venere degli stracci

Emblematica, in questo senso, la Venere degli stracci di Pistoletto. Un’opera che raffigura una statua di Venere che guarda una montagna, appunto, di stracci. Anche in campo pittorico il biellese ha però saputo lasciare il segno con molte opere, spesso realizzate nella forma di stampe attaccate a uno specchio. Stampe che permettono allo spettatore quasi di entrare dentro all’opera, di sentirsi parte della stessa, di interagire con le figure che vi sono rappresentate a grandezza naturale.

Quello dello specchio, d’altra parte, è diventato uno dei temi ricorrenti dell’opera dell’artista. Pistoletto ha realizzato anche diverse installazioni – forma che proprio l’arte povera ha usato in maniera massiccia – basate su specchi che si riflettono l’uno sull’altro e addirittura degli happening sulla distruzione degli specchi stessi. Sue mostre sono state organizzate negli ultimi anni a Philadelphia, Marsiglia, Parigi, Londra, Anversa, Colonia e Monaco.

 

Valerio Adami

Tra Pop Art italiana, filosofia e colori piatti

Finora vi abbiamo presentato due pittori dall’esperienza e dal modo di intendere l’arte molto diverse. Ma non da meno è Valerio Adami, attraverso il quale presentiamo una terza tendenza emersa con forza nel dopoguerra e di cui Adami è stato uno dei maggiori interpreti in Italia. E cioè l’influenza della Pop Art e in particolare dell’opera di Roy Lichtenstein.

Le influenze di Francis Bacon e della Pop Art

Nato a Bologna nel 1935, Adami si è formato tra Milano e Parigi, lasciandosi influenzare dall’opera di Francis Bacon e, in parte, dalla pittura astratta. Poi, attorno alla metà degli anni ’70, ha creato un proprio stile, influenzato come detto dalla Pop Art americana e dalla narrazione fumettistica ma anche dalla tecnica del cloisonnisme francese. Una tecnica che consiste nell’uso di campiture cromatiche piatte all’interno di contorni ben definiti dal disegno.

Studiato da Jacques Derrida

Molto apprezzato da Jacques Derrida, che ispirato dal suo lavoro scrisse un lungo saggio sul ruolo dell’arte nella società contemporanea, Adami ha sempre avuto più successo in Francia che non in Italia. Nella sua opera si ritrovano, dagli anni ’70 in poi, anche elementi politici, sessuali, storici, letterari, filosofici e mitologici (spesso introdotti anche tramite scritte impresse sul quadro). Temi tutti trattati però con ironia e tramite il simbolismo derivante dagli oggetti della vita quotidiana.

Sue mostre personali si sono svolte negli ultimi anni a Parigi, Valencia, Tel Aviv e Buenos Aires. Sue opere sono ospitate al Centro Georges Pompidou di Parigi e al Museo del Novecento di Milano, oltre che in numerosi altri musei internazionali.

 

Mimmo Paladino

Il segno della Transavanguardia

Fino ad ora vi abbiamo presentato artisti nati negli anni ’30, che quindi si sono affacciati nel mondo dell’arte all’incirca negli anni ’60. In un periodo cioè in cui la pittura aveva ancora ampi spazi e un ruolo dominante all’interno del panorama artistico. Diversa, invece, è stata l’esperienza degli artisti nati nel dopoguerra, com’è il caso dei due pittori che abbiamo scelto per chiudere la nostra cinquina. Entrambi sono appartenuti, almeno per un certo periodo, alla corrente della Transavanguardia italiana.

L’incontro con Achille Bonito Oliva

Mimmo Paladino è nato in provincia di Benevento nel 1948, esordendo dalle parti della Pop Art, della fotografia e dell’arte concettuale. Già a fine anni ’70, complice l’incontro col critico Achille Bonito Oliva, ha iniziato a realizzare un ritorno alla pittura, ai colori e al disegno. Tutti elementi che saranno al centro anche della corrente della Transavanguardia.

Il segno e il simbolo

Affascinato dal segno e dal simbolo, nel corso soprattutto degli anni ’80 ha evoluto il suo stile anche grazie all’incontro con la cultura sudamericana. Così ha introdotto elementi primitivi nella sua arte, avvicinandosi alla scultura e alle installazioni e, più avanti negli anni, alle scenografie. Tra queste, si ricordano anche quelle per il tour di Lucio Dalla e Francesco De Gregori del 2010.

Negli ultimi anni ha esposto con mostre personali a Milano, Roma, Buenos Aires, Rio, Londra e Pechino. Sue opere sono nelle collezioni permanenti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e del MAMBO di Bologna.

 

Francesco Clemente

Un italiano tra l’India e New York

Sempre legato alla Transavanguardia è anche il percorso di Francesco Clemente, napoletano classe 1952, che da ormai un trentennio divide la sua attività tra l’Italia, New York e l’India.

Basquiat e la street art

Fin da giovane è stato affascinato dall’espressionismo e dalle esperienze di Andy Warhol e Jean-Michel Basquiat. Una volta giunto nella Grande Mela, ha saputo coniugare il desiderio di un ritorno alla pittura e al disegno propri della corrente teorizzata da Achille Bonito Oliva con le tendenze del nascente graffitismo e della street art.

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La vicinanza alla beat generation

Dagli anni ’80 in poi è stato baciato da un grande successo, che l’ha portato ad esporre al Metropolitan e al Guggenheim di New York. Negli anni ha poi aggiunto all’elenco delle proprie personali anche Londra, Berlino, il Centro Pompidou di Parigi e Tokyo. Una fortuna dovuta anche alla sua costante sperimentazione sia di supporti che di tecniche.

Ma anche alle influenze che seppe recepire ed assimilare sia dalla New York dei primi anni ’80, sia dall’esperienza indiana ripetuta varie volte. Infine, importante anche la conoscenza con poeti della beat generation come Allen Ginsberg e Robert Creeley.

È infine membro dell’Accademia Americana delle Arti e delle Lettere. Ha realizzato tutti i dipinti e i disegni attribuiti, nel film Paradiso perduto di Alfonso Cuarón, al personaggio di Finn, interpretato da Ethan Hawke.

 

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