Cinque fantastiche creature mitologiche greche

Ulisse e le sirene in un dipinto del preraffaelita John William Waterhouse

Quando si sente parlare di mitologia, la nostra mente tende ad aprire lo scompartimento dei ricordi scolastici, inondandoci di rimembranze omeriche. Il che, ovviamente, è lecito, ma può lasciarci addosso l’impressione che la mitologia sia qualcosa di vecchio e sorpassato, che non abbia più niente da dire a noi uomini del Ventunesimo secolo.

A ben guardare, però, i miti del passato non sono affatto una cosa distante come la prima impressione vorrebbe farci credere: gli eroi, gli animali e perfino i mostri protagonisti di quelle leggende continuano infatti a vivere, magari in una forma più moderna, nei libri, nei film, nelle canzoni, nei fumetti, nelle serie televisive, nei videogiochi.

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Pensate – anche solo rimanendo nell’ambito della mitologia greca – alla fenice o al ciclope trasformati in supereroi della Marvel, al grifone ripreso almeno in parte negli stemmi delle case di Hogwarts di Harry Potter, alla sirena soggetto di cartoni animati disneyani e non solo: tutti segni che dimostrano quanto la narrativa e l’arte di oggi siano debitrici all’antica mitologia mediterranea.

E allora ripercorriamo la storia e le leggende collegate a cinque tra le più famose creature mitologiche greche, cercando di delinearne le origini e qualche curiosità che forse non conoscete.

 

Ciclope

Il gigante con un occhio solo reso famoso da Omero

L'ira di Polifemo di Annibale Carracci conservato a Palazzo Farnese, a RomaIl ciclope è, tradizionalmente, un gigante dotato di un solo occhio e spesso di natura divina: la memoria collettiva lo identifica perlopiù con Polifemo, il ciclope di cui Omero narra le disavventure nell’Odissea, ma che viene citato anche da diversi altri autori greci e latini come Teocrito, Euripide, Ovidio e Virgilio. Nel poema omerico è il figlio di Poseidone e di una ninfa del mare che viveva probabilmente in Sicilia, forse a Milazzo, ed era il più terribile di una stirpe di ciclopi che abitavano isolati gli uni dagli altri, in grotte.

Secondo quanto ci racconta Omero, Polifemo catturò Ulisse e i suoi soldati mentre stavano esplorando l’isola, mangiandone subito sei e imprigionando gli altri nella sua grotta, solo per essere poi gabbato dall’intelligenza del navigatore greco, che prima gli spiegò di chiamarsi Nessuno, poi lo accecò (e questi disse ai suoi fratelli che Nessuno stava cercando di ucciderlo, facendo sì che questi lo credessero semplicemente ubriaco) e poi scappò fuori dalla sua grotta aggrappato al ventre delle pecore del ciclope.

In Esiodo i ciclopi erano invece tre: Bronte, Sterope e Arge; figli di Urano e Gea, vivevano vicini all’Etna e, esperti lavoratori del ferro, avevano il compito di forgiare i fulmini di Zeus. L’immagine che vedete qui di fianco, invece, fa riferimento ad un altro mito narrato da Ovidio, secondo cui Polifemo scoprì l’amata ninfa Galatea in compagnia di un pastore, Aci, e per gelosia uccise il giovane lanciandogli contro un masso.

 

Fenice

L’uccello che rinasce dalle proprie ceneri

La fenice in un disegno settecentesco di F.J. BertuchSe il ciclope è in fondo un gigante antropomorfo, a volte addirittura rappresentato con entrambi gli occhi, ben più lontana dalla fisionomia umana è la fenice (o araba fenice), un uccello mitologico che trova i suoi “antenati” nell’antico Egitto, dove era qualcosa di simile prima a un passero e successivamente a un airone; fu però solo col suo ingresso nella mitologia greca che quest’uccello prese la forma che è rimasta celebre.

La particolarità della fenice è infatti quella di poter rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte, ed è spesso rappresentata come un uccello simile a un’aquila reale, che gli storici e gli studiosi di mitologia si sono affannati per secoli a identificare ora con l’una ora con l’altra tipologia di uccelli. Menzionata nella Bibbia, più precisamente nell’Esodo, la fenice viene poi ripresa da Erodoto, che spiega che arrivava ogni cinquecento anni dall’Arabia, portando con sé i resti imbalsamati del corpo del padre, che depositava poi sull’altare del Dio Sole e bruciava.

Ovidio, invece, riprende questo mito e lo arricchisce di nuovi dettagli: secondo lui la vita della fenice durava esattamente cinquecento anni, allo scoccare dei quali l’uccello si fermava su un nido di incenso e cannella e moriva, ma dal suo corpo rinasceva una nuova fenice che, una volta adulta, avrebbe prelevato il nido e lo avrebbe portato fino a Eliopoli, in Egitto, per depositarlo nel tempio del Dio Sole. L’idea della sua resurrezione ne fece poi uno dei simboli preferiti del primo cristianesimo, che ne mantenne viva la memoria nel passaggio dall’antichità all’era cristiana.

 

Grifone

A difendere l’oro tra le montagne

Il grifone in un disegno d'epocaDi origine mesopotamica pare fosse il grifone, un altro animale mitologico, il primo del nostro elenco che è formato dall’unione di due altri animali: secondo la tradizione, infatti, questo rapace è formato da una testa d’aquila su un corpo di leone.

Il mito arrivò in Grecia, pare, tramite i fenici, e lo si trovava già nella sala del trono di Cnosso, a Creta, anche se lì i grifoni erano ancora privi di ali e con un corpo più simile a quello del leopardo che non del leone; collegati al culto di Apollo, di cui si pensava custodissero il tesoro, venivano citati poi da Erodoto e da Ctesia di Cnido, uno storico del IV secolo a.C.: secondo quest’ultimo i grifoni erano «uccelli a quattro zampe grandi quanto i lupi», con zampe e artigli che assomigliavano a quelli di un leone, con piume del petto rosse e le rimanenti nere. Sia Ctesia che Erodoto, infine, li descrivevano come i custodi di una grande quantità di oro nascosto tra i monti.

Anche questo animale, infine, fu ripreso e fatto proprio dal cristianesimo: visto che univa una parte di animale dei cieli e una di animale terrestre, divenne infatti simbolo di Cristo e della sua doppia natura, umana e divina.

 

Minotauro

Il mostro con la testa di toro e il suo labirinto

Teseo uccide il Minotauro, una delle più celebri creature mitologiche grecheDel Minotauro abbiamo già parlato in passato, quando abbiamo presentato alcuni dei più famosi labirinti presenti in Europa. Il mostro, formato da corpo di uomo e testa di toro, è infatti protagonista di uno dei più noti miti greci, quello che riguarda l’impresa di Teseo e il labirinto di Cnosso.

Per chi non la ricordasse, eccone la storia. Il re di Creta, Minosse, chiese al dio Poseidone di donargli un toro, che poi lui avrebbe sacrificato al dio stesso. Il toro era però così bello che Minosse decise di sacrificarne un altro, irritando così la divinità, che si vendicò facendo innamorare la moglie di Minosse, Pasifae, del toro: dall’unione tra la donna e la bestia – avvenuta tra l’altro tramite un grottesco travestimento – nacque il mostruoso Minotauro, a cui fu dato nome Asterio o Asterione. Nonostante il corpo sostanzialmente umano, aveva il cervello di un animale e per questo era dominato dagli istinti, tanto che Minosse decise di rinchiuderlo in un labirinto appositamente costruito dal suo artista di corte, Dedalo.

Sempre Minosse, inoltre, per punire Atene decretò che la città inviasse ogni anno sette ragazzi e sette ragazze da offrire in pasto al mostro. Tra questi arrivò però anche Teseo, a cui la figlia di Minosse, un’innamorata Arianna, diede il celebre filo che gli avrebbe consentito di uscire dal labirinto: l’ateniese uccise il Minotauro e riuscì così a scappare con la sua bella.

 

Sirena

Uccelli o pesci?

Ulisse e le sirene in un dipinto del preraffaelita John William WaterhouseConcludiamo con un altro tipo di creatura resa celebre da Omero, sulla quale però occorrerà fare qualche precisazione: le sirene. L’episodio in cui incrociano la loro strada con Ulisse è piuttosto noto: presso Scilla e Cariddi, in un’isola mortifera che doveva trovarsi vicino allo stretto di Messina, erano presenti queste cantatrici marine, capaci di ammaliare i naviganti col loro canto e di farli morire sulla loro terra. Omero, però, non descriveva la forma di queste creature, forse perché già note al pubblico greco.

Per noi, oggi, infatti le sirene sono figure femminili con la parte alta del corpo uguale a quello delle donne e la parte bassa di un pesce. Nel mondo greco, invece, convivevano – a seconda delle fasi e delle epoche – due diverse ed opposte rappresentazioni della sirena: le attestazioni più antiche, infatti, parlano di sirene come esseri col corpo di donna e con la semplice aggiunta delle ali, simili perciò alle arpie; questi particolari animali stazionavano alle porte degli inferi. Su questo mito più antico si sono poi aggiunte influenze nordiche, che parlavano invece di esseri ittiomorfi, cioè simili a pesci, che hanno poi col tempo definitivamente sostituito la prima versione.

In altre culture, soprattutto orientali, esistevano poi altre versioni delle sirene, che le identificavano con esseri metà umani e metà cavalli. A Varsavia, infine, in epoca medievale si assistette al trapasso da una tradizione all’altra: uno dei simboli della città era infatti la sirena guerriera, che nel ‘300 veniva raffigurata con piedi di uccello, corpo di drago e volto umano, mentre nel secolo successivo con coda di pesce, piedi da uccelli e busto femminile, fino ad assumere – nel ‘600 – l’attuale forma di donna-pesce.

 

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