Cinque fasi fondamentali dell’elaborazione del lutto

Le principali fasi dell'elaborazione del lutto

Volenti o nolenti la morte fa parte della vita e a volte irrompe nella nostra quotidianità portandoci via inaspettatamente le persone più care. Se questa è una realtà di cui siamo consci a livello di testa, è vero che al momento in cui accade non siamo mai pronti, né a livello di cuore né a quello di “pancia”: la morte di una persona cara – soprattutto se giovane o a seguito di un incidente o di una qualche malattia – ci sconvolge e ci getta in uno strato di prostrazione che può durare a lungo.

Il cammino per elaborare il lutto è diverso da persona a persona, anche se si possono identificare delle fasi che aiutano a comprendere quanto sta accadendo: conoscere tali passaggi è utile sia per chi le attraversa, sia per coloro che sono accanto alla persona che soffre in modo da poter essere di aiuto nel migliore dei modi. Le fasi del lutto sono state elaborate per la prima volta dalla psichiatra svizzera Elisabeth Kübler-Ross (1926- 2004), tra le più note esponenti dei death studies e ritenuta la fondatrice della psicotanatologia. Nel 1969 la dottoressa Kübler-Ross pubblicò il libro La morte e il morire (l’ultima edizione italiana è del 2005 ed è nel catalogo di Cittadella editrice) in cui affrontava questa tematica. Nel corso degli anni la teoria è stata interpretata, modificata, aggiornata ma è rimasta sempre di basilare importanza. Anche John Bowlby (1907-1990), psicologo e psicoanalista britannico, ha studiato l’elaborazione del lutto e ne ha esposti i passaggi nel libro Costruzione e rottura dei legami affettivi (Raffaello Cortina, Milano 1982).


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Le fasi che vi presentiamo a seguire sono una sintesi delle due teorie. Come tutte le schematizzazioni, anche quella delle cinque fasi è limitata, perché non è detto che una persona attraversi tutte le fasi o che queste si presentino in questo ordine; inoltre le fasi possono ripetersi nel corso del tempo, sovrapporsi e alternarsi tra di loro.

Prima di passare a vedere in sintesi queste cinque fasi c’è da sottolineare un aspetto particolare del lutto che potremmo definire come “dolore negato”: è quando muore un animale domestico. Ci si può sentire “stupidi” nel piangere un cane, un gatto o un coniglio e si rischia di tenersi tutto dentro perché “gli altri”, quelli cioè che non hanno mai vissuto con un animale non umano, non comprendono il dolore che si prova e tendono a sminuire (classica la frase: «Ma era solo un cane»). Anche per questa forma di lutto le fasi di elaborazione del dolore sono le stesse, con alcune differenze, com’è ovvio.

 

La negazione o il rifiuto

Lo shock ha il sopravvento

La fase dello shockLa prima fase è quella della negazione o rifiuto della realtà: «Dottore, è sicuro che sia morto?», «Potrebbe essere un caso di morte apparente?» o, se si tratta di una morte violenta a seguito di un incidente, si possono avere dei dubbi sull’identità del cadavere. Si innesca, cioè, un meccanismo di difesa che porta a rifiutare l’esame della realtà, ritenendo che proprio quella persona che ben conosciamo non possa essere deceduta.

In pratica in questa fase hanno la meglio lo shock e lo stordimento per la morte della persona cara e si va alla ricerca nel proprio ambiente di rumori o presenza del caro estinto (frequenti i casi di coloro che affermano di aver visto il defunto o ancora di averlo sentito o anche di averlo sognato).

 

Il torpore e l’incredulità

Ci si congela emotivamente e si pensa di stare bene

La seconda fase dell'elaborazione del lutto è quella del torporeLa seconda è una fase che può durare da poche ore a una settimana e può comportare attacchi di angoscia e collera molto intensi. Si sa che la persona cara è morta, ma lo si sa a livello mentale e non emotivo: è come se si vivesse una sorta di “anestesia emotiva” che placa il trauma e lo shock per la perdita che si sta vivendo.

C’è, quindi, una sorta di dissociazione tra quanto accade (la morte della persona amata) e le emozioni che proviamo: si parla di congelamento emotivo che può essere pericoloso, psicologicamente parlando. Infatti, alcune persone si fermano a questa fase e sono convinte che il lutto che hanno vissuto sia stato superato e, forse, dimenticato e quindi di poter riprendere in mano la propria vita “come se niente fosse accaduto”: ci si butta a capofitto nel lavoro, per esempio, per eliminare inconsciamente dalla percezione il lutto ed evitare che il dolore entri nel proprio mondo scatenando, di conseguenza, emozioni dolorose.


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Chi rimane in questa fase, spesso tenta di nascondersi dietro al lavoro, come abbiamo detto, ma anche agli impegni e quasi si rincorre una certa frenesia per tenere a bada i propri sentimenti e le proprie emozioni.

 

Lo struggimento e la ricerca della persona che non c’è più

Il pianto e la collera verso il mondo dominano le giornate

Cercare la persona che non c'è piùQuesta fase può durare mesi, a volte anni. Non si manifesta in tutte le persone, ma quando ci si trova in questo passaggio a volte si resta impressionati dalla violenza e dall’immediatezza con cui il dolore irrompe nella vita quotidiana. Si è agitati al pensiero della persona che non c’è più, come anche si è preoccupati per la sua sorte finale: diventa urgente la necessità di recuperare chi non c’è più e, pertanto, si notano dappertutto segni e rumori che attesterebbero la presenza del caro estinto.

Non di rado in questa fase si ricorre a sedute spiritiche o ad altre pratiche perché si è convinti che la persona morta ci stia parlando. Manifestazioni tipiche di questa fase sono tanto il pianto quanto la collera, accompagnati da sentimenti quali frustrazione, rabbia verso il destino, il mondo, gli altri.

 

La disorganizzazione e la disperazione

La sensazione di essere stati abbandonati è forte

La fase della disperazioneLa morte di una persona cara – soprattutto se si tratta di un caso di morte improvvisa – può portare al timore di essere stati abbandonati, può generare una grande collera data l’impossibilità di ritrovarla e di dirle l’ultima cosa che le si voleva dire unitamente a uno struggimento che può sfinirci.

Tutti questi sentimenti sono collegati tra loro per un verso dall’impulso di ricercare la persona defunta e, dall’altro verso, dalla tendenza ad avere forti parole di rimprovero per chiunque sia ritenuto responsabile della perdita (o anche di ostacolo, in qualche modo, al recupero di chi non c’è più: per riprendere l’esempio di sopra delle sedute spiritiche, ci si può arrabbiare con chi ci fa notare che sono solo specchietti per le allodole). In questa fase si giunge anche a ingaggiare una lotta con il passato («se non avessi fatto così, se non avessi detto questo…»).

 

La riorganizzazione

I segni della perdita restano, ma la vita va avanti

La riorganizzazione che aiuta a superare il luttoL’ultima, quella della riorganizzazione, è una fase che prima o poi compare, anche se bisogna notare che il cammino verso un nuovo equilibrio può essere discontinuo. I segni della perdita resteranno comunque indelebili, ma si inizierà a riorganizzare le proprie giornate, riprendendo in mano la vita e conservando i vari ricordi, senza che questo determini un dolore insopportabile.

 

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