C’è chi dice che i giornali sono già morti, chi invece pensa che sapranno reinventarsi. Di sicuro, però, la carta stampata non sta passando un bel momento, né in Italia, né più in generale nel mondo. Basta guardare i dati di vendita per rendersene conto. Negli ultimi dieci anni il tracollo è stato verticale, e tutti i tentativi di riprendersi e rimettersi al passo coi tempi, per quanto spesso encomiabili dal punto di vista qualitativo, non sono riusciti a fermare l’emorragia.

Il giornalismo tra passato e futuro

Certo, il giornalismo non è solo carta stampata. Ci sono gli altri media: la radio, la televisione, il web. E lì il giornalismo gode di una salute ben più florida e di un futuro che pare roseo. Però è indubbio che stiamo vivendo una svolta, una delle molte che hanno contrassegnato la storia di questa attività. E non è così campato per aria pensare che tra venti o trent’anni questa fase storica verrà studiata sui manuali.

Ma allora, quali sono state le principali fasi della storia del giornalismo finora? Quali quelle che hanno preceduto l’età attuale, la cosiddetta “era digitale”? Abbiamo cercato di fare un po’ il punto, presentandovi i cinque momenti principali di mutamento.


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L’epoca delle gazzette

I prodromi del giornalismo vero e proprio

Un'edizione del 1666 della London GazetteTutto quello che potremmo definire il “giornalismo pre-industriale” è un’epoca lunga e convulsa, che solo con un certo sforzo si può racchiudere sotto un’unica etichetta. D’altronde così bisogna fare, perché ciò che caratterizza queste prime forme di giornalismo è proprio la loro radicale diversità rispetto a ciò che è venuto dopo. I prodromi del giornalismo si possono rintracciare comunque a Venezia poco dopo la metà del ‘500. È qui infatti che nascono le prime gazzette, cioè fogli scritti a mano su incarico ufficiale dello stato che riportano le principali notizie commerciali e militari.

L’idea era quella di fornire uno strumento utile ai commercianti che ogni giorno lasciavano i porti della Serenissima per andare a vendere e comprare in giro per il mondo. A loro serviva sapere il più precisamente possibile quali guerre erano in corso, e dove, e se c’erano delle novità commerciali importanti. Da qui l’idea di creare questi primi giornali, pubblicati mensilmente. Il loro costo era di 2 soldi: li si poteva quindi comprare con la moneta che a Venezia veniva chiamata gaxeta (da “gazza”), che presto avrebbe finito per dar loro il nome, sia in Italia che all’estero.

La diffusione delle gazzette nel Seicento

Nel corso del secolo successivo le gazzette si diffusero infatti nel resto d’Europa. D’altronde, il Seicento fu un secolo di guerre, di commerci e di fazioni, e ognuno voleva e doveva conoscere, anche per la sua stessa incolumità nei viaggi, la situazione internazionale. Arrivarono così le prime gazzette a stampa settimanali e, a partire dal 1660, anche quelle quotidiane. Il primo giornale a uscire ogni giorno fu una testata di Lipsia, la Einkommende Zeitungen.

La carta stampata iniziò a diffondersi copiosamente in Inghilterra, dove già nel 1731 si contavano più di 400 testate. Qui nacquero anche i magazine, i giornali della sera e quelli degli spettacoli, mentre nel resto d’Europa si diffusero quelli culturali, legati perlopiù all’Illuminismo. Era però ancora un giornalismo per pochi intimi, cioè per gli intellettuali delle grandi città. Le informazioni viaggiavano, ma con una grande lentezza, complici le vie di comunicazione ancora inadeguate e un servizio postale ben lontano dagli standard di solo un secolo più tardi.

 

La rivoluzione industriale, il telegrafo e la rotativa

Le invenzioni che cambiarono faccia ai quotidiani

Il Times di Londra nel 1788Nel corso dell’Ottocento tutto cambiò. E, come sempre è accaduto nella storia del giornalismo, il mutamento non fu figlio di un cambiamento dei gusti del pubblico o di azzardate manovre editoriali, quanto delle innovazioni tecniche. Furono infatti le invenzioni a plasmare il giornalismo, non il contrario. E quando parliamo di invenzioni, parliamo di quelle derivate dalla rivoluzione industriale, che mutò radicalmente il modo di vivere della popolazione europea e nordamericana.

Forse la più importante invenzione fu quella del telegrafo. La posta e i piccioni viaggiatori, per quanto migliorati, non garantivano un’efficienza straordinaria, e anche per questo l’innovazione di Samuel Morse si impose rapidamente. Il primo telegrafo, introdotto nel 1841, trasmetteva per la verità solo 30 parole all’ora. Ma già nel 1858 la Gran Bretagna si collegò con la terraferma e nel 1870 si riuscì a trasmettere il segnale, tramite cavi sottomarini, dall’Europa all’America. Nel 1874 la velocità era arrivata a 100 parole al minuto, mentre nel 1880 entrarono in scena i primi telefoni.

Più copie, più velocemente, a un prezzo più basso

Anche il processo produttivo del giornale subì migliorie decisive. La carta, che prima veniva prodotta a mano, fu fabbricata per via meccanica a partire dal 1798. La stampa, che fino a quel momento aveva avuto bisogno dell’uomo che azionasse le presse, venne automatizzata con la pressa meccanica di König, che nel 1810 permetteva di stampare 1.100 copie all’ora. Cifra che una quindicina di anni dopo sarebbe quadruplicata. Infine, nel 1847 arrivò la rotativa, che già allora poteva stampare 96.000 copie all’ora.

Fu ovviamente una rivoluzione. Col contenimento dei costi e il contemporaneo aumento delle copie, i giornali cominciarono a diffondersi anche al di fuori dei circoli intellettuali, rivolgendosi ai borghesi che sempre più erano affamati di notizie. Il banco di prova più importante di questo nuovo giornalismo fu indubbiamente la Gran Bretagna, il paese all’epoca più avanzato sia dal punto di vista economico che intellettuale. Qui i quotidiani, che già avevano preso piede nel secolo precedente, si espansero a macchia d’olio. E si contraddistinsero, spesso, per una grande autorevolezza. Non a caso, il simbolo di quest’era fu il Times di Londra.

 

Lo Yellow Journalism

La sfida tra Pulitzer e Hearst

Una prima pagina del New York World, uno dei quotidiani che segnarono la storia del giornalismoParticolarmente importante nell’evoluzione del giornalismo è anche la fase che si aprì a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Una fase in cui le innovazioni tecnologiche furono per la prima volta messe a servizio di un giornalismo completamente nuovo, fin dalle sue premesse. Per descrivere questo fenomeno – che continua a lasciare il suo segno ancora oggi, almeno in un certo tipo di stampa – bastano pochi anni: quelli che intercorrono tra il 1883 e il 1898.

In quel quindicennio, infatti, il giornalismo americano fu dominato da due figure tra loro molto simili, ma concorrenti. Da un lato c’era Joseph Pulitzer, dall’altro William Randolph Hearst. Il primo era un immigrato ungherese che aveva fatto carriera parallelamente in politica e nel giornalismo, prima a St. Louis e poi a New York. Qui aveva acquistato e rilanciato il New York World, portandolo alla tiratura di 600.000 copie e rendendolo il più importante quotidiano d’America.


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Hearst era invece arrivato sulla breccia qualche anno più tardi, nel 1880. Figlio ricchissimo di un uomo che aveva fatto fortuna durante la corsa all’oro, Hearst imitò inizialmente Pulitzer sulla costa ovest col San Francisco Examiner, salvo poi passare a est con l’acquisto del New York Journal. Da quel momento in poi tra i due magnati, che prima si erano solo osservati da lontano, fu guerra aperta. L’apice dello scontro fu toccato tra il 1895 e il 1898, in particolare con la Guerra ispano-americana.

Entrambi infatti utilizzavano uno stile nuovo, che fu ribattezzato Yellow Journalism sia dalla carta giallastra e di bassa qualità su cui venivano stampati i due giornali, sia per la presenza di Yellow Kid, il personaggio a fumetti che i due si contesero. L’invenzione fu infatti quella di puntare sugli strati più bassi della società, sugli immigrati e gli illetterati. Per la prima volta il giornalismo diventava davvero “di massa”. E lo faceva sostanzialmente diventando giornalismo scandalistico.

La stampa scandalistica

Le caratteristiche di questo nuovo modo di dare le notizie, perlopiù negative, si ritrovano in parte ancora oggi nella carta stampata (e soprattutto nei tabloid inglesi). Ovvero: prime pagine di grande impatto, con titoli a caratteri cubitali e largo uso di foto o disegni; grande spazio a notizie scandalistiche o sportive, che interessano “all’uomo della strada”; grande uso di fonti anonime e non verificabili; un linguaggio scarno, che riproduce la parlata del popolino e degli immigrati; enfasi sulle notizie dei poveri contrapposti al potere.

Hearst e Pulitzer sarebbero scomparsi pochi anni dopo, ma la loro formula vincente sopravvisse, anche se in forme meno esplicite. Le loro figure divennero anzi mitiche, nel bene e nel male, all’interno della storia del giornalismo americano. Basti pensare che oggi il principale premio giornalistico mondiale è proprio il Premio Pulitzer, istituito dal giornalista nel suo testamento. La vita di Hearst, solo in parte romanzata, è stata invece narrata da Orson Welles in uno dei più grandi capolavori della storia del cinema, Quarto potere.

 

Giornali e nuovi media

Il confronto con radio e televisione

I collegamenti della CNN da Baghdad durante la Guerra del GolfoA inizio ‘900, il giornalismo era ormai uno strumento codificato e dal potere tremendo. Ben lo sapevano gli editori, che cercavano di usare le loro testate per fare pressione sui politici, e ben lo sapevano anche i politici stessi, che cercavano di controllare i giornali che si rivolgevano al loro elettorato. Nacquero, in questo periodo, anche i quotidiani di partito, che crebbero parallelamente ai partiti di massa.

La prima grande novità arrivò con l’avvento della radio, o, meglio, con la sua diffusione nelle case. Nel 1922 nacque infatti la BBC, seguita due anni più tardi dall’URI, il suo corrispettivo italiano. In Italia in realtà una vera diffusione del mezzo nelle case private sarebbe arrivata solo a metà degli anni ’30, ma nei paesi più avanzati l’imporsi della radio fu anche più celere. E ovviamente via radio arrivavano dei notiziari con cui la carta stampata faceva fatica a confrontarsi.


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In un’epoca in cui era ancora abbastanza diffuso l’analfabetismo, infatti, la radio riusciva a colmare i vuoti che il giornalismo tradizionale inevitabilmente lasciava. L’apice fu forse toccato nel 1932, durante le elezioni presidenziali americane. Gli Stati Uniti erano nel bel mezzo della Grande depressione e cercavano una via di fuga nei due candidati, Franklin Delano Roosevelt e Herbert Hoover. Vinse Roosevelt, con una maggioranza schiacciante (472 grandi elettori contro 59). Ma il merito, almeno in parte, fu della radio, dove la voce e l’abilità oratoria del futuro presidente fecero la differenza.

Un cambiamento di tempi e di linguaggio

Nel dopoguerra fu la volta della televisione. La pervasività dei telegiornali, che trasmettevano immagini da ogni parte del globo in tempi rapidissimi, fece rapidamente impallidire i quotidiani e conquistò nuove fasce di pubblico. Cambiò anche il linguaggio giornalistico, che si fece più veloce, immediato, visivo. Pensate anche solo alla diretta dell’allunaggio e all’impatto che ebbe sulla gente del tempo.

Nel 1980 in America nacque poi la CNN, che portò ancora più in là il giornalismo. L’emittente di Ted Turner era un canale via cavo (e quindi visibile in abbonamento) che trasmetteva notizie 24 ore su 24, in un’epoca in cui ad esempio in Italia le news erano ancora monopolio della Rai. La Guerra del Golfo del 1991 fu il primo vero banco di prova della TV all-news. Una prova completamente superata, che dimostrò che il tempo dei giornali era ormai segnato, almeno come propagatori di notizie. La TV sarebbe da quel momento in poi arrivata sulle notizie sempre prima e sempre meglio della carta stampata.

 

Il giornalismo nell’era digitale

L’epoca dei social media

Siamo tutti giornalisti e fotografi?Concludiamo con la fase attuale, che ancora in realtà non si sa quando finirà e a quali conseguenze porterà. L’elemento nuovo, radicalmente nuovo, è il web. E non intendiamo solo per quanto riguarda l’avvento dei quotidiani online, che in realtà non hanno fatto che trasportare su una piattaforma diversa quello che prima veniva stampato su carta. Il vero elemento di novità è la fine di quello che gli anglosassoni chiamano il broadcasting, cioè la trasmissione da uno a molti.

Il web, e in particolare i social network, hanno infatti fatto nascere quello che viene chiamato “giornalismo partecipativo”. Gli utenti stessi sono diventati giornalisti. Lo sono quando, durante una rivolta, twittano dai luoghi degli scontri, riuscendo a dare molti più particolari di quanti nessun giornalista potrebbe fare. Lo sono quando fotografano o riprendono i fatti in diretta, trasmettendo magari da Periscope. Lo sono quando commentano e discutono non più leggendo gli articoli di fondo dei quotidiani, ma scrivendo post su Facebook.

Gli account social come fonte primaria di informazioni

Basta guardare le prime pagine dei giornali online. Le dichiarazioni dei ministri non vengono più prese solo dalle conferenze stampa, ma anche e soprattutto dai loro account social, così come quelle degli sportivi, dei VIP, delle guide dell’economia. Lo spazio tra notizie e pubblico si sta riducendo sempre di più, e questo non è detto che sia sempre un bene. Ma il ruolo del giornalista andrà per forza di cose reinventato.

 

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