Cinque fatti della vita di Nelson Mandela che forse non conoscete

Un murales dedicato alle lotte e alla vita di Nelson Mandela a Belfast

Come certamente saprete, ieri sera si è diffusa la notizia della scomparsa di Nelson Mandela, annunciata in diretta televisiva in Sudafrica dal presidente Jacob Zuma e poi rimbalzata dai principali organi di informazione internazionali.

La lunga vita – è morto a 95 anni – del premio Nobel per la pace e primo presidente di colore del paese africano è stata costellata di momenti tragici e grandi trionfi, di sconfitte e vittorie, e a grandi linee la conoscete tutti, grazie all’opera di informazione e divulgazione svolta in questi ultimi decenni da film (Goodbye Bafana e Invictus, ad esempio), documentari e canzoni.

Quelli che però forse non conoscete sono alcuni aspetti non di primissimo piano della biografia di Mandela, che però a nostro avviso permettono di ben inquadrare, tramite rapide pennellate, la vita irripetibile che si è trovato a vivere, tra movimenti di protesta, carcere e segregazione razziale.

Per ricordarlo, quindi, abbiamo scelto di presentarvi cinque fatti della vita di Nelson Mandela che forse non conoscete, ma che vale la pena di scoprire.

 

1. Piantagrane Mandela

Il vero nome di Nelson Mandela non era affatto Nelson, ma Rolihlahla. Mandela nacque infatti nel luglio del 1918 a Mvezu, un piccolo villaggio nella parte sudorientale di un paese che era da poco stato riunito dagli inglesi al termine della guerra anglo-boera.

Nelson Mandela da ragazzo
Nelson Mandela da ragazzo

La sua etnia era la Xhosa, la seconda più numerosa dopo gli Zulu, e la sua famiglia discendeva dalla famiglia reale Thembu.

Lo stesso Mandela raccontava, nella sua autobiografia Lungo cammino verso la libertà che il nome gli fu dato dal padre e che letteralmente, nella sua lingua, esso significa spingere i rami di un albero ma che in maniera più colloquiale può essere tradotto come troublemaker, appunto piantagrane.

Il nome Nelson, invece, gli fu assegnato dalla sua maestra, miss Mdingane, il primo giorno di scuola: era infatti abitudine che i nomi africani, difficili da pronunciare, venissero convertiti in un nome inglese per risultare più facili per i bianchi. Infine, soprattutto in patria, veniva spesso anche chiamato col nome del suo clan, Madiba, in segno di rispetto.

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2. Un cattivo studente plurilaureato

A partire dal 1936, Mandela cominciò a spostarsi all’interno del paese per frequentare varie scuole e università: prima si stabilì a Engcobo, nella scuola per neri più frequentata del paese, con l’obiettivo di acquisire le abilità che gli avrebbero consentito di diventare un consigliere per la casata Thembu.

Mandela studente di legge
Mandela studente di legge

Ottenuto nel 1937 il Junior Certificate, si trasferì quindi a Healdtown per approfondire gli studi, ma lì cominciò ad interessarsi alle tradizioni africane a discapito del sistema educativo “all’inglese”.

Cercò quindi di laurearsi all’Università di Fort Hare, un’istituzione d’élite a cui erano ammessi solo 150 studenti, ma presto le discussioni con l’amico Oliver Tambo cominciarono ad avere la meglio sullo studio e una protesta contro la bassa qualità del cibo della mensa gli costò una sospensione temporanea.

Alla fine del 1940 abbandonò quindi gli studi, trasferendosi a Johannesburg, dove trovò lavoro come guardiano notturno di miniere.

Il rapporto con le università

Qualche anno dopo ritentò la strada universitaria prima ottenendo la laurea di primo livello alla University of South Africa nel 1943 e poi iscrivendosi all’Università di Witwatersrand a Johannesburg desideroso di conseguire anche la specializzazione in legge.

L’ormai ingente impegno politico, però, non gli consentì di raggiungere l’agognata specializzazione, fallendo tre volte l’esame finale.

Nel 1962, quand’era già in prigione, si iscrisse a un corso per corrispondenza dell’Università di Londra, ma non poté completare gli studi in seguito all’aggravamento della sua condizione carceraria. Riprese la corsa alla specializzazione nel 1980, laureandosi infine nel 1988, quando già iniziavano a fioccare le prime lauree honoris causa.

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In tutto, al momento della morte, gliene erano state elargite più di 50 da ogni parte del mondo, oltre a onorificenze civili come il Nobel per la pace nel 1993, il Premio Sakharov per la libertà di pensiero nel 1988 e il Premio Lenin per la pace nel 1990 (l’ultimo assegnato prima dell’abolizione del riconoscimento).

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3. L’avvocato dei neri

Nei primi anni ’40, a Johannesburg, dopo aver fatto come detto il guardiano, il giovane Mandela trovò lavoro nello studio di un avvocato ebreo liberale, Lazar Sidelsky, che simpatizzava per la causa dei neri. Qui imparò i rudimenti del mestiere e si avvicinò anche per la prima volta alla politica attiva.

Nelson Mandela in abiti tradizionali africani
Nelson Mandela in abiti tradizionali africani

In seguito fu assunto da altri uffici, ma il più delle volte si trovava a svolgere mansioni di secondo piano, da assistente, sia per la mancanza della specializzazione, sia soprattutto per il colore della sua pelle (addirittura alcune segretarie boere si rifiutavano di dattilografare sotto la sua dettatura).

Alla fine, grazie anche alle conversazioni col collega e amico Oliver Tambo, si convinse ad aprire un suo studio nell’agosto del 1952. Il “Mandela e Tambo” fu il primo studio legale diretto da persone di colore nella storia del Sudafrica.

Il primo studio legale contro l’apartheid

Lo studio funzionò bene per qualche mese, grazie soprattutto ai buoni agganci della segretaria Zubeida Patel, che aveva seguito i due giovani nel loro ambizioso progetto, fornendo assistenza a basso costo a uomini e donne di colore coinvolti in casi di discriminazione o violenza da parte delle forze dell’ordine.

La revoca di un permesso, motivata anche dall’ostilità che lo studio si era attirato contro da parte delle autorità, costrinse però Mandela e Tambo a spostarsi dal centro di Johannesburg (avevano affittato un ufficio in un edificio di proprietà di indiani, uno dei pochi concessi in centro ai neri) a una zona più periferica, incidendo fortemente sul numero di incarichi e di conseguenza sulle entrate.

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4. La Primula Nera

All’inizio degli anni ’60, Mandela era ormai una personalità di primo piano nella politica del Sudafrica. Aveva subito, assieme ad altri capi dell’African National Congress, un lungo processo per tradimento che si era concluso però con un’assoluzione, e la stampa aveva cominciato ad occuparsi di lui.

Mandela all'epoca della cattura
Mandela all’epoca della cattura

La sua strategia di combattere l’apartheid organizzando scioperi di massa era pronta per dare i suoi frutti ma il governo aveva emesso contro di lui un mandato per arrestarlo nuovamente.

Per questo iniziò a spostarsi all’interno del paese (e a volte anche all’esterno) in incognito, travestendosi in vari modi e venendo ribattezzato dalla stampa la Primula Nera (Black Pimpernel), facendo il verso alla celebre serie di romanzi sulla Primula Rossa scritti da Emma Orczy.

L’arte del travestimento e della fuga

Tra tutti i travestimenti, quello preferito da Mandela era quello da autista, perché gli permetteva di spostarsi agevolmente, ma gli piaceva anche fingersi cuoco o apprendista giardiniere (il giardinaggio fu per molti decenni il suo hobby preferito).

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Come racconta nella sua autobiografia, era lo stesso Mandela ad alimentare la leggenda della Primula Nera, chiamando i giornalisti da una cabina telefonica durante le sue missioni per umiliare la polizia e mostrarne l’inettitudine. Queste fughe e viaggi in incognito si conclusero il 5 agosto 1962, quando fu catturato e arrestato.

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5. L’autobiografia nascosta

La vita in carcere per Nelson Mandela non fu quasi mai non dico agevole, ma nemmeno umana, soprattutto durante gli anni trascorsi, dal 1964 al 1982, nel carcere di massima sicurezza di Robben Island (successivamente fu trasferito, in seguito a proteste e pressioni anche internazionali, prima a Pollsmoor e poi a Victor Verster).

La prima pagina di un quotidiano sudafricano che annuncia la carcerazione di Mandela
La prima pagina di un quotidiano sudafricano che annuncia la carcerazione di Mandela

Nel primo periodo della sua detenzione, ad esempio, fu confinato in una cella quadrata che si poteva percorrere in tre soli passi, tanto che, da disteso, il leader dell’ANC non poteva nemmeno allungarsi completamente.

Anche le visite erano trattate in termini altrettanto disumani: in sostanziale regime di isolamento, ne poteva ricevere solo una ogni sei mesi, e anche le lettere – che pure venivano passate ampiamente al vaglio della censura – erano concesse nella misura di una al semestre.

L’obiettivo evidente era quello da un lato di far sì che il mondo esterno si dimenticasse di lui, dall’altro, di fiaccare la tenacia di Mandela.

La lunga detenzione

Col tempo però il regime carcerario si fece lievemente più umano e a Mandela fu concesso di leggere – trovando ad esempio grande conforto nella poesia Invictus di William Ernest Henley –, di studiare e di curare alcune piante del carcere.

Proprio questa attività di giardinaggio diede a Mandela l’idea per far trapelare alcune sue notizie all’esterno della galera.

Negli anni ’70 i suoi compagni di prigionia lo spinsero infatti a scrivere di nascosto una propria autobiografia da far uscire dal carcere e pubblicare clandestinamente nel 1978, in occasione del suo sessantesimo compleanno.

Ogni pagina di Mandela veniva così corretta, sempre in carcere, da Walter Sisulu e Ahmed Kathrada, poi copiata e rimpicciolita in numerosi esemplari e nascosta in alcuni barattoli di cacao sepolti nel giardino della sezione B.

Una copia riuscì effettivamente a uscire dalle mura del carcere ma l’autobiografia non venne pubblicata (anche se sarebbe diventata la base di quella scritta poi negli anni Novanta), mentre le guardie carcerarie finirono per trovare i barattoli di cacao e tolsero a Mandela e ai suoi collaboratori il diritto allo studio per quattro anni.

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