Quando si hanno dei bimbi piccoli e si cerca di metterli a letto, ci si inventa di tutto. C’è chi segue i consigli dei libri, e intraprende un lunghissimo rituale che prevede bagnetto, giochino e ninna nanna. Altri, invece, preferiscono cullare il piccolo in braccio, anche se magari ha ormai 4 o 5 anni. Genitori un po’ più alternativi, invece, provano con le tisane nel biberon o con altri procedimenti del genere. Di solito falliscono tutti, perché i bimbi ne sanno una più del diavolo. Ma, se volete un’idea nuova, potete provare con delle favole della buonanotte.

Non è detto che queste storie che provengono dalla nostra tradizione risolvano il problema dei bambini svegli. Ma di sicuro li aiutano a imparare qualche massima di vita e a scoprire il fascino del racconto. Quelle tradizionali hanno sempre una morale interessante e vari elementi che stuzzicano la fantasia dei più piccoli. Ci sono principesse e draghi, folletti e mostri, lotte epocali e conclusioni (di solito) a lieto fine.

Il fascino delle fiabe

Se in casa si possiedono dei libri adatti, può essere simpatico guardare con loro delle favole della buonanotte illustrate. O ascoltarle lette dalla voce di professionisti, sia su un CD audio che su YouTube. Se però le sapete raccontare, vale la pena di provare a trasformarvi voi stessi in narratori. E a illustrare, con qualche particolare fantasioso, le storie che vi hanno tenuto compagnia nell’infanzia.

Come dite? Avete paura di non ricordarvi più come finivano? Non c’è problema. Vi aiutiamo noi. Abbiamo infatti raccolto cinque favole della buonanotte molto famose che, per un motivo o per l’altro, funzionano molto bene. Qui ve le riportiamo nella versione più semplice, in modo che possiate leggerle in tempi rapidi.

Quando vi troverete a raccontarle ai vostri bambini, però, conditele con un po’ di “sugo”, con qualche vocina o lavorando sulla suspense. Forse i vostri bambini rimarranno svegli, ma di sicuro si divertiranno.

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Il brutto anatroccolo

L’accettazione di sé e l’importanza del gruppo

Il brutto anatroccoloLe fiabe contengono spesso dei grandi insegnamenti. Insegnamenti che per fortuna non sono troppo espliciti, ma arrivano comunque al cuore dei bambini dietro una storia divertente o appassionante. Messaggi che a volte riguardano la tenacia, lo spirito di sacrificio, l’umiltà o altre virtù. Ma che in certi casi aiutano anche a trovare un migliore equilibrio con se stessi.

È questo il caso de Il brutto anatroccolo, una delle più famose e belle favole scritte da Hans Christian Andersen. Una favola che per lo scrittore danese significava molto. Lui stesso aveva vissuto, come l’animale protagonista della sua storia, il dolore dell’esclusione e del rifiuto, in parte per via della sua omosessualità.

Un classico per l’autostima

Per questo ancora oggi la favola è considerata un classico per aiutare i bambini a comprendere l’importanza dell’autostima. Ma anche per insegnare loro l’accettazione della diversità, che è appunto diversità e non inferiorità.

La storia

In una nidiata di piccoli anatroccoli ne emerge uno un po’ particolare. Intanto ha le piume grigie, a differenza dei fratelli. E poi è un po’ più grosso di loro, e piuttosto goffo. Mentre tutti nuotano felici in acqua, andando dietro alla mamma, lui fatica a tenere il passo.

La madre nota queste differenze, ma cerca di non farci troppo caso e di accettare il piccolo anatroccolo nella famiglia. I fratelli, però, sono molto crudeli con lui, prendendolo costantemente in giro. Viene infatti considerato brutto e inadeguato, cosa che lo fa molto soffrire.

L’inverno alle porte

Ad un certo punto, stanco di questo atteggiamento da parte dei suoi simili, l’anatroccolo scappa. Il ritrovarsi da solo con l’inverno alle porte, però, lo espone a numerosi rischi. Potrebbe infatti rimanere congelato e morire. Miracolosamente, però, sopravvive, e un bel giorno vaga fino a uno stagno.

Lì vede nuotare nell’acqua un gruppo di cigni. Non avendone mai visti prima, si avvicina, e rimane estasiato dalla loro bellezza ed eleganza. I cigni si accorgono presto di lui, ma invece di cacciarlo lo invitano ad unirsi a loro. Il brutto anatroccolo rimane stupito da quell’accoglienza, così diversa da quella della sua famiglia, e non sa spiegarsela. Almeno fino a quando, nuotando vicino ai cigni, non si vede riflesso nell’acqua. Perché anche lui è un cigno, come finalmente si accorge di essere.

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Cappuccetto Rosso

Una bambina contro il lupo cattivo

Cappuccetto Rosso e il lupo in un'illustrazione di Gustavo DoréLa più celebre favola di tutti i tempi – e non ancora portata sul grande schermo dalla Disney – è però Cappuccetto Rosso. Esiste in numerose varianti, più o meno truculente o appassionanti. La più nota è quella scritta da Charles Perrault alla fine del Seicento. È però interessante anche quella dei fratelli Grimm, messa per iscritto un secolo e mezzo dopo.

La differenza principale tra le due versioni è che la prima, quella francese, era priva di lieto fine. La bambina e la nonna venivano mangiate, ma non arrivava nessuno a salvarle. In questo modo Perrault rendeva molto esplicita la morale della storia, che era di non fidarsi degli sconosciuti, soprattutto quando sono lupi travestiti da agnelli.

La mantellina delle prostitute?

Nella Francia di Perrault, tra l’altro, la mantellina rossa era il simbolo delle prostitute, che spesso si trovavano nel bosco. La favola aveva quindi l’intento – chiarificato in maniera vaga dallo stesso Perrault nella conclusione – di mettere in allarme le ragazzine che venivano adescate alla prostituzione.

È interessante notare, comunque, che la fiaba ha un’origine antica e si ritrova in diverse tradizioni europee. Anche Italo Calvino, nella sua raccolta Fiabe italiane, ne scrisse una versione, in cui però al posto del lupo c’era un’orchessa.

La fiaba

Una bambina riceve dalla madre il compito di portare delle vivande alla nonna malata, che vive nel bosco. Per questo la bimba indossa la sua mantellina rossa con cappuccio, mette sotto braccio il cesto con i viveri e parte. La madre, vedendola uscire, si raccomanda però di non rivolgere la parola a nessuno, mentre si trova nel bosco. E di andare direttamente dalla nonna.

Giunta tra gli alberi, però, la bambina si dimentica delle raccomandazioni della madre e si attarda a raccogliere dei fiori. Viene così notata da un lupo nero che, con fare amichevole, si avvicina e le rivolge la parola. Con l’inganno il lupo riesce a scoprire dove la bambina è diretta e decide di anticiparla.


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Corre quindi alla casa della nonna. Bussa e si fa aprire, fingendosi proprio Cappuccetto Rosso. Una volta dentro mangia la nonna in un sol boccone. Dopodiché decide di travestirsi da vecchietta e di infilarsi sotto le coperte per aspettare l’arrivo della bambina.

Le esclamazioni di Cappuccetto Rosso

Cappuccetto Rosso giunge poco dopo. Entra in casa e trova il lupo travestito da nonna dentro al letto. Non si accorge dell’inganno, anche se, avvicinandosi, nota qualcosa di strano. «Nonna, che orecchie grandi hai!», le dice. «È per sentirti meglio, cara bambina». «Ma che occhi grandi!» «Per vederti meglio». «E che bocca spaventosa!» «Quella è per mangiarti meglio!».

Così il lupo mangia anche la bambina. Per fortuna giunge però un cacciatore, amico della nonna. Sente il lupo russare dopo il lauto pranzo, e quando capisce cosa è accaduto gli taglia la testa e gli apre la pancia. Salvando così sia Cappuccetto Rosso che la nonna, che erano ancora vive e vegete all’interno di essa.

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La principessa sul pisello

Le favole della buonanotte per chi fa fatica ad addormentarsi

La principessa sul pisello, una delle favole della buonanotte più belleVisto che stiamo parlando di favole della buonanotte, vale la pena di raccontarne una che c’entra proprio con la notte. O, meglio, col letto e col dormire. La più famosa in questo campo è sicuramente La principessa sul pisello, scritta da Hans Christian Andersen nel 1835.

Lo stesso scrittore raccontò di non averla creata da zero, ma di averla sentita raccontata da bambino. Le ricerche degli studiosi, però, non sono riuscite a trovarla nella tradizione folcloristica danese, quindi la sua origine rimane un mistero. Certo è che la fiaba ha avuto un grande successo, tanto da dare vita addirittura a un modo di dire. Oggi infatti si usa dire che una ragazza è “come la principessa sul pisello” quando si comporta in maniera eccessivamente snob.

Il modo di dire

Raccontarla ai bambini, quindi, sarà utile per dar loro un po’ di infarinatura sui modi di dire italiani. Allo stesso tempo, permetterà di scherzare su come è fatto il letto e sulle difficoltà che a volte si trovano nel prendere sonno.

La favola di Andersen

Il principe di un regno prospero e felice cresce sano e vigoroso. Quando giunge all’età giusta, la madre, la regina, decide di cercargli una sposa. L’erede, però, ha ben chiaro in mente la donna che ha intenzione di sposare. Non dev’essere una ragazza qualsiasi, ma una “vera principessa“. Per questo inizia a viaggiare, alla ricerca di una donna che possa soddisfare le sue richieste. Non riesce però a trovarla.

Durante una notte di tempesta, al castello si sente bussare al portone principale. Quando vanno ad aprire, gli abitanti della reggia trovano davanti a loro una ragazza in cerca di riparo. Ella afferma di essere una vera principessa, ma nessuno, date le circostanze, le dà credito. La regina, però, decide che vale la pena di mettere alla prova la ragazza.

Sotto ai venti materassi

Per questo le fa preparare una camera e dà ordine alle sue serve di seguire scrupolosamente i suoi ordini, ma anche di mantenere il segreto. Il letto dovrà essere preparato con venti materassi, venti guanciali e venti cuscini. Prima di imbastire quest’alcova regale, però, bisognerà inserire sotto ai materassi un pisello.

La mattina dopo, la regina si reca dalla ragazza e le chiede come abbia dormito. La giovane risponde di non essere riuscita a chiudere occhio, perché sentiva nel materasso qualcosa di molto duro, che le dava fastidio. La regina rimane felicemente colpita dalla risposta: solo una vera principessa, infatti, poteva avere la pelle così delicata da accorgersi di un pisello sotto venti materassi. Per questo ordina subito le nozze col figlio.

 

Il principe ranocchio

La versione moderna e quella dei fratelli Grimm

Il principe ranocchioUltima fiaba dei fratelli Grimm della nostra lista è quella del Principe ranocchio. Una favola che fu scritta, nella sua versione più celebre, nell’Ottocento, ma che ha radici molto più antiche. Alcuni credono che fosse nota anche al tempo dei romani, per via di un riferimento (per la verità un po’ vago) contenuto nel Satyricon.

In ogni caso, è un classico della letteratura mondiale, sia per la sua struttura, sia per i fatti che racconta. Non è un caso che Carl Gustav Jung ne abbia offerto una lettura psicanalitica. Vedendo nella fiaba una metafora del percorso che ogni donna intraprende, durante la maturazione sessuale, per accettare l’uomo.

Principi e magia

Ai bambini e alle bambine, comunque, che di psicanalisi non conoscono nulla, la fiaba piace notevolmente. Perché ha per protagonista una principessa, perché insegna che l’apparenza spesso inganna e perché tira in ballo la magia, senza gravi danni.

La principessa e l’incantesimo

Una bella principessa si trova vicino a una fontana. Il suo passatempo è giocare con una piccola palla d’oro, che lancia in aria e poi riprende. Ad un certo punto, però, questa palla le cade nella fontana e la principessa si mette a cercarla, senza però trovarla. Mentre è così indaffarata, sente una voce.

Dopo essersi guardata un po’ in giro, si accorge che la voce proviene da un grosso e brutto ranocchio. La rana si offre di recuperarle la palla, a patto di ottenere qualcosa in cambio. La principessa, disperata, promette di dargli tutto quello che vuole. Così lui si tuffa e recupera l’oggetto.

La ricompensa del ranocchio

A quel punto il ranocchio esige la ricompensa, ma la principessa non vuole soddisfarlo. Essendo più veloce di lui, scappa anzi via con la palla d’oro e torna al castello. Nella versione dei fratelli Grimm la rana voleva mangiare con la principessa e dormire nel suo letto, mentre in quella più moderna vuole solo un bacio.

Il ranocchio, piano piano, insegue però la principessa e dopo qualche ora giunge al castello. Bussa, ma la principessa non vuole aprire. Interviene però il re che, ascoltati i fatti, obbliga la figlia a mantenere la promessa. Così la principessa esaudisce i desideri del ranocchio, dandogli cibo e cure, ma poco dopo, disgustata, lo lancia contro un muro (o, nella versione moderna, cede alle insistenze e lo bacia).

A quel punto il ranocchio si trasforma magicamente in principe. Era infatti stato tramutato in una rana da crudele maga, ma ora l’incantesimo è stato spezzato. Così può sposare la principessa e vivere con lei felice e contento.

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Pollicino

Il bambino che sconfisse l’orco

La favola di Pollicino illustrata da Gustave DoréConcludiamo con la favola di Pollicino, narrata da Charles Perrault e molto simile a quella di Hänsel e Gretel. Probabilmente, entrambe le fiabe derivavano da un’origine comune, anche se è vero che i fratelli Grimm, che ci hanno tramandata la seconda, conoscevano molto bene il lavoro del collega francese.

La storia, d’altra parte, affonda pesantemente le radici in varie leggende antiche. Vi si leggono, infatti, richiami a miti greci, come quello del filo di Arianna o quello di Ulisse prigioniero di Polifemo. D’altro canto, centrale è il tema della fame, che era invece una realtà con cui si dovevano confrontare le popolazioni medievali. La favola sarebbe quindi un tentativo di esorcizzare quel problema.

La lettura psicanalitica

Infine, è interessante anche la lettura psicanalitica del testo. Pollicino, infatti, si libera in un certo senso dal fardello della fame usando la propria intelligenza. Mentre l’Orco e la sua famiglia rimangono legati a ciò che mangiano, lui riesce ad aggirare il problema e così a garantirsi una vita agiata. In questo senso, la favola sarebbe una metafora dell’abbandono della fase orale durante la maturazione sessuale.

La fiaba

Pollicino è figlio ultimogenito di un umile taglialegna, e ha sei fratelli. Per questo, per il padre è sempre più difficile portare in tavola il cibo necessario a sfamare tutti. Disperato, discutendo con la moglie decide di abbandonare i figli nel bosco. La sua conversazione, però, è udita per caso proprio da Pollicino.

Il bambino è sveglio e inventa un modo per salvare se stesso e i fratelli. Senza dir niente a nessuno, si riempie infatti le tasche di sassi bianchi. Quando il padre accompagna nel bosco tutta la combriccola, lascia cadere i sassolini, un po’ per volta. Così, quando il genitore li abbandona, riesce a ritrovare la strada di casa e a riportare i fratelli al focolare. Tra l’altro, il padre nel frattempo è riuscito a comperare del cibo, quindi li accoglie con felicità.

Le briciole di pane

Poco tempo dopo, però, i problemi finanziari riemergono e i genitori decidono di riprovare ad abbandonare i figli. Pollicino cerca di reagire come la volta precedente, ma non trova dei sassi. Deve quindi accontentarsi di briciole di pane per segnare il sentiero. Quando tenta di ritornare a casa, purtroppo si accorge che le stesse briciole sono state mangiate dagli uccelli. Lui e i suoi fratelli sono quindi persi nel bosco.

A casa dell’orco

Pollicino, però, non si perde d’animo. Riesce anzi ad arrampicarsi su un albero e a scorgere in lontananza una casa. I sette bambini si dirigono così in quella direzione, in cerca di aiuto. Ad accoglierli trovano una donna molto gentile, che offre ospitalità. Li avvisa però anche di un problema: il marito è un orco che mangia bambini. Pertanto li nasconde.

Quando l’orco rientra a casa, però, sente subito l’odore di carne fresca. In breve trova i sette fratelli e si propone di mangiarli la mattina dopo. Detto questo, sbarra la porta di casa e va a letto, visto che è troppo stanco per procedere oltre. Pollicino, per fortuna, ha a questo punto un’altra delle sue idee. In casa, infatti, vivono anche le figlie dell’orco, sette orchette che portano sempre in testa una coroncina.


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Nottetempo, Pollicino si avventura nella stanza delle figlie, toglie loro le corone nel sonno e mette sulle loro teste i cappelli dei fratelli. Così quando di notte l’orco si sveglia affamato, sgozza e divora le proprie figlie, fidandosi del copricapo e non accorgendosi del misfatto se non quando è ormai troppo tardi.

Gli stivali

Nel trambusto, Pollicino e i fratelli sono intanto scappati nel bosco. L’orco, infuriato, si mette subito a cercarli e per far prima infila un paio di stivali magici che ha in casa, gli stivali delle sette leghe. Questi permettono di percorrere grandi distanze in poco tempo, ma stancano notevolmente chi li porta. Così, quando l’orco cade addormentato per la fatica, Pollicino gli si avvicina e gli ruba gli stivali.

Infilatili, torna velocemente verso la casa dell’orco e dice alla moglie che il mostro è stato rapito dai briganti e serve del denaro per riscattarlo. La moglie, impaurita, consegna a Pollicino tutto l’oro che ha. Questo quindi scappa a casa assieme ai fratelli, portando con sé molte ricchezze. Inoltre tiene gli stivali, che gli consentono di servire il re e arricchirsi ulteriormente e vivere una vita agiata in futuro.

 

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