Il cinema asiatico è una realtà importante nel panorama cinematografico mondiale. Realtà che si piega al diverso modo di fare, agire e pensare che vige in nazioni come il Giappone, la Corea o la Cina. Proprio per questo, tanti anni fa, risultava difficile per lo spettatore medio occidentale “digerire” un certo modo di fare film, di interpretarli e di esprimersi attraverso essi. Eppure, col tempo, ci si è abituati. A facilitare le cose si sono messi alcuni registi, più aperti rispetto ad altri alle influenze culturali provenienti da Occidente. In tal senso apripista dichiarato fu il maestro giapponese Akira Kurosawa, che negli anni spinse il proprio sguardo al di là dei confini del Sol Levante arrivando fin negli Stati Uniti.

Si trattò di lungimiranza, si trattò del bisogno di spingersi oltre, di non rimaner intrappolati nei confini stagnanti del proprio microcosmo; la stessa lungimiranza che da sempre ha contraddistinto le altre nazioni, USA e Italia comprese, che non si sono mai lasciate scappare l’occasione di prendere in prestito (e certe volte persino rubare) idee e soggetti di film asiatici.


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Ma come fare ad approcciarsi al cinema asiatico? Non è semplice, ma neanche impossibile. E non farlo vuol dire perdersi veri e propri capolavori immortali. Certo, entrare nelle meccaniche di un film cinese o indiano non è immediato; non è immediato adattarsi ad un certo modo di recitare o al doppiaggio non sempre felice. Ma basta prenderci la mano e magari godersi il film in lingua originale, per poterne cogliere tutte le sfumature. Per questo oggi vi parlo di cinque film imperdibili (secondo me) del cinema orientale.

 

I sette samurai (di Akira Kurosawa, 1954)

Il film giapponese più famoso del mondo

Giappone, fine del XVI secolo: per riuscire a difendere il proprio villaggio dall’ennesima incursione di predoni, un gruppo di contadini si reca in città per assoldare dei ronin, samurai senza signore. Risponderà alla loro richiesta di aiuto Kambei Shimada, a cui si uniranno altri cinque samurai e Kikuchiyo, semplice contadino che si spaccia per guerriero.

I sette samurai è forse il film giapponese più famoso del mondo, uno dei primi film d’azione della storia, un’opera dal valore tanto cinematografico quanto storico. Capolavoro immortale che ha ottenuto riconoscimenti un po’ ovunque, nonostante la sua età è sicuramente ancora godibilissimo e appassionante. Kurosawa è un maestro, anzi, forse il vero Maestro. I sette samurai non è di certo il suo capolavoro ma è uno dei suoi film più riusciti e dall’appeal più internazionale, che fonde il dramma storico all’action cappa e spada e che aprì la strada verso il grande pubblico mondiale a questo grande regista, che infatti vinse il Leone d’Argento al Festival di Venezia del 1954. Pur non essendo il film più premiato del Maestro, fu candidato come Migliore scenografia e Migliori costumi ai premi Oscar del 1957 e come Miglior film al Premio BAFTA del 1956.

 

Ferro 3 – La casa vuota (di Kim Ki-duk, 2004)

Un film dotato di un’attitudine jazz

Tae-suk è un ragazzo che passa il tempo alla ricerca di case altrui da abitare in assenza dei rispettivi proprietari. Visitandone una si imbatte nella ricca Sun-hwa, donna infelice e maltrattata dal marito, che si unirà a lui in quello strano modo di concepire la vita. Ma Tae-suk e Sun-hwa sono persone troppo diverse e il destino non ci metterà molto a metterli in difficoltà.

Ferro 3 è un’opera del regista coreano Kim Ki-duk che, dopo aver consolidato la propria fama con Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera e La samaritana, dirige questo film delicato e profondo, mai noioso, che leggero come il tocco dell’anima si imprime su gli occhi dello spettatore. Una coproduzione tra Corea del Sud e Giappone, un’opera atipica non facile per chi si approccia per la prima volta a questo tipo di cinema, ma di una dolcezza e delicatezza impressionante che non potrà non commuovere o coinvolgere qualunque tipo di spettatore.

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Più che di film, qui si parla di poesia. Poesia del silenzio, che non si basa sulla parola ma sulle pause tra i versi, sul non detto che si contrappone al detto. Un film dotato quasi di un’attitudine jazz. Una storia d’amore atipica che fonde dolcezza e violenza, il surreale al reale, partendo da una situazione improbabile che tende all’impossibile rendendolo possibile.

 

Old Boy (di Park Chan-wook, 2004)

Uno dei film coreani più belli mai girati

Oh Dae-su è un uomo come tanti, con una vita comune, una moglie e una figlia piccola. Un giorno però viene rapito e si ritrova imprigionato in una sorta di mini appartamento, controllato a vista, rifornito di ravioli al vapore. Rimarrà chiuso lì dentro per 15 lunghi anni e, poi, misteriosamente, liberato. Con la vita distrutta e la vendetta come unico scopo, a Oh Dae-su non rimarrà che cercare l’artefice della sua tragedia.

Old Boy, di Park Chan-wook, è un film tratto dal manga omonimo di Nobuaki Minegishi e Garon Tsuchiya, facente parte dell’ipotetica Trilogia della vendetta dello stesso regista. Sicuramente però stiamo parlando di uno dei film coreani più famosi e belli mai girati (tanto da aver spinto Spike Lee a dirigere un remake fotocopia nel 2013), caratterizzato da una crudezza psicologica che, per una volta, non si riflette in quella delle immagini. Infatti, pur trattandosi di un film violento, Old Boy è poco incline a compiacere il voyeurismo dello spettatore. Allo stesso tempo colpisce per un’attitudine molto “occidentale” nell’intrattenere il pubblico senza per questo rinunciare alla propria identità culturale. Un’opera che fonde thriller e dramma, che non rinuncia ad una forte componente action mantenendo intatta la propria componente riflessiva, la propria indagine sulla vendetta, sulla memoria e sui sentimenti.

Nel 2004 ha vinto il Grand Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes.

 

La città incantata (di Hayao Miyazaki, 2001)

Un viaggio in un mondo “altro”

Chihiro è una bambina di dieci anni che si ritrova, un giorno, con i genitori trasformati in maiali per via di una misteriosa maledizione. Per provare a riportarli alla normalità, comincerà a lavorare in un albergo per spiriti gestito dalla terribile strega Yubaba.


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La città incantata
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La città incantata
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Il castello errante di Howl
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Pur essendo un anime, La città incantata di Hayao Miyazaki è non solo uno dei più bei film d’animazione mai prodotti nel Sol Levante, ma uno dei prodotti cinematografici più belli di sempre. Un’opera magica, che rapisce per i suoi bellissimi colori pastello, per le musiche veicolo di incredibili emozioni, per una storia carica di significati e critica sociale. La città incantata è un viaggio in un mondo “altro” che commuove e lascia senza respiro pur affrontando temi importanti come la solitudine, l’ambiente, le sfumature che contraddistinguono concetti universali come “il bene” e “il male”. Un racconto di formazione che non potrà non piacere sia ai grandi che ai piccini. È stato premiato agli Oscar 2003 come Miglior film d’animazione e con l’Orso d’Oro nel 2002 al Festival del Cinema di Berlino.

 

In the Mood for Love (di Wong Kar-wai, 2000)

Un film unico che tocca il cuore

Hong Kong, 1962: Chow Mo-Wan e Su Lizhen sono vicini di casa che, un giorno, scoprono che i rispettivi coniugi sono amanti. Da quel momento in poi cominceranno ad incontrarsi cercando di accettare il tradimento, comprendendone i motivi e magari inscenando di rivelarlo ai loro stessi coniugi. Così facendo però finiscono per innamorarsi.

In the Mood for Love, di Wong Kar-wai, è una produzione cino-francese di uno dei più apprezzati registi di Hong Kong. Un film lento, delicato, doloroso ed estremamente teso da un punto di vista “emozionale”. Un’opera struggente ma impreziosita da un erotismo etereo, fumoso, che dona al film un’atmosfera intima e suggestiva, mai volgare. Un film unico che tocca il cuore, forse una delle più belle storie d’amore di sempre. Mai banale, sicuramente difficile, praticamente imperdibile.

Il film è stato presentato al 53º Festival di Cannes, dove Tony Leung Chiu-Wai (che interpreta Chow Mo-Wan) ha ricevuto il premio per la miglior interpretazione maschile.

 

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