Cinque film che hanno creato il mito di Shirley Temple

È scomparsa l’altro giorno nella sua casa californiana l’attrice e diplomatica Shirley Temple, simbolo di un’epoca e forse la diva più celebre tra quelle ritiratesi dalle scene negli anni ’40. Nata nel 1928 da un banchiere e da una ex ballerina che riversava su di lei una serie di aspettative non realizzate, dall’età di tre anni cominciò a comparire in varie pellicole cinematografiche. Così divenne nel giro di poco tempo una vera e propria bimba prodigio.

A partire dal 1933 arrivarono i primi ruoli da protagonista e nel 1934 fu scritturata dalla Fox. Da quel momento in poi inanellò una serie impressionante di successi al botteghino, come Little Miss Marker, Rivelazione, Piccola stella, La mascotte dell’aeroporto (tutti nel 1934), Un angolo di paradiso, Il piccolo colonnello, Riccioli d’oro e La piccola ribelle (nel 1935).

Quegli otto film spalmati in un biennio – ma tutti campioni d’incassi – la resero la diva più amata di Hollywood ad appena 7 anni d’età. Alla base del successo c’era il suo talento ma anche qualche fattore esterno, che di volta in volta i critici e i sociologi hanno identificato in vari modi. C’è chi lo legava al clima del New Deal rooseveltiano di cui lei – rubiconda e ottimista – incarnava l’anima. Chi con un ritorno all’innocenza che l’America stava progressivamente perdendo. O ancora chi, in una celebre e controversa interpretazione avanzata all’epoca da Graham Greene (che gli costò anche una causa per diffamazione), con un sottinteso “lolitismo” ante-litteram, secondo il quale gli spettatori avrebbero provato spinte erotiche nei confronti della bambina.

In ogni caso l’età avanzava e gli anni ’30 segnarono l’apoteosi ma sostanzialmente anche la fine della carriera della diva. Nel decennio successivo incappò infatti in una serie di flop, nonostante la partecipazione a film anche di buon livello. Tra questi, il patriottico Da quando te ne andasti con Claudette Colbert e Jospeh Cotten, L’intraprendente signor Dick (noto anche come Vento di primavera) con Cary Grant e Myrna Loy e soprattutto Il massacro di Fort Apache di John Ford. Nel 1949, ad appena 21 anni d’età, uscì il suo ultimo film. Una carriera tanto folgorante quanto breve.


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Negli anni successivi visse di rendita. Comparve spesso in TV, anche con un suo show in cui raccontava delle fiabe. Poi si buttò in politica come aveva fatto il suo collega Ronald Reagan, candidandosi col Partito Repubblicano al Congresso nel 1967 e poi diventando ambasciatrice in Ghana e nella Cecoslovacchia appena uscita dal blocco comunista. Fece scalpore anche per essere stata la prima ad ammettere in TV di aver avuto un cancro al seno. E allora, visto che proprio gli anni ’30 sono stati il decennio d’oro suo e della Hollywood prebellica, raccontiamo e rivediamo insieme i cinque film che hanno creato il mito di Shirley Temple.

 

La mascotte dell’aeroporto

Un mix tra il New Deal e Cenerentola

Che il successo di Shirley Temple sia stato legato a doppio filo alle politiche di Franklin Delano Roosevelt per contrastare la Grande Depressione non è un’ipotesi avanzata solo dai sociologi. Anche la stessa frequentazione che la piccola Temple ebbe con il presidente degli Stati Uniti e con la sua famiglia sembra confermarlo. L’attrice fece spesso da ospite d’onore alle feste di compleanno presidenziali, ritirandosi a colloquio – quasi una nipotina che gioca a far la grande – con la first lady. Il tutto per compiacere un’abile propaganda che faceva bene sia a Roosevelt che alla sua carriera di attrice.

Ma è indubbio che è nei film in cui recitò che il clima del New Deal emerge in maniera preponderante. Film che spesso seguivano un canovaccio standard sul quale le innovazioni erano per la verità pochine. La mascotte dell’aeroporto, prodotto nel 1934 dalla Fox, fu il primo clamoroso successo di Shirley Temple: salvò da solo le sorti della casa di produzione che era sull’orlo della bancarotta e fruttò alla giovanissima attrice un Oscar giovanile – premio istituito apposta per lei ed assegnato successivamente anche a Mickey Rooney, Judy Garland ed altri – alla cerimonia del 1935.

La trama ha tutti gli elementi, infatti, per strappare lacrime ma infondere ottimismo davanti alle avversità della vita. La piccola Shirley Blake è la figlia, orfana di padre, della domestica di una ricca famiglia che la maltratta e la guarda con superiorità. Nonostante la morte della madre e una serie di circostanze talmente negative da farne una Cenerentola in gonnellino, verrà salvata dall’amore di un collega del padre e dallo zio dei ricchi Smith, che sembra preferire lei, genuina e buona, ai nipoti che puntano invece solo all’eredità.

Il film, infine, è celebre anche per il suo unico numero musicale, in cui la Temple ancora non balla (viene solo sballottata qua e là dagli adulti) ma già canta. La canzone si intitola On the Good Ship Lollipop. Fu un successo radiofonico inaspettato e arrivò a vendere più di due milioni di copie (anche se la versione incisa su disco non era cantata dalla bimba prodigio).

 

Riccioli d’oro

La piccola orfanella

Se il 1934 fu l’anno della consacrazione, il 1935 fu quello della conferma. Riccioli d’oro è infatti ancora oggi famoso da un lato per aver dato alla Temple il soprannome con cui è stata ricordata (soprannome in realtà mal attribuito, visto che i riccioli biondi erano artificiali e lei aveva invece i capelli castani e quasi lisci), dall’altro per un secondo numero musicale, Animal Crackers in My Soup.

La storia, vagamente ispirata a Papà Gambalunga, vede la piccola Shirley interpretare ancora una volta un’orfanella, stavolta accompagnata non da un amico del padre ma da una sorella maggiore. Verrà adottata assieme a lei da un ricco avvocato finanziatore dell’orfanotrofio, che proverà pietà solo per lei, ignorando bellamente le decine di altri orfani. Un benefattore che all’inizio fingerà di essere un prestanome ma poi, con un finale per la verità scontato, si innamorerà della sorella e convolerà con lei a giuste nozze.

Una pellicola strappalacrime, insomma, che però non ebbe ovunque vita facilissima. In Danimarca, ad esempio, fu proibita perché accusata di corrompere i giovani. Stavolta, però, il problema non erano tanto gli ammiccamenti della piccola Temple – in abiti per la verità piuttosto castigati – ma la strana trama che vedeva la di lei sorella finire per innamorarsi del proprio padre adottivo, in un’ambigua e strana forma di incesto.

 

La piccola ribelle

Tra razzismo e guerra civile

Hollywood, negli anni ’30, aveva uno strano rapporto con la Guerra di Secessione. Come dimostra Via col vento, che ne è il più riuscito esempio, erano comuni una per nulla velata simpatia per le truppe sudiste, uno strisciante razzismo e una visione edulcorata della guerra civile.

A questo filone appartiene anche il secondo grande successo del 1935 con Shirley Temple come protagonista, La piccola ribelle. Un film che oggi è guardato con sospetto dalla critica moderna, che gli imputa un uso stereotipato e irrealistico dei personaggi di colore. All’epoca però fu accolto con grande successo anche nel nord del paese.


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La trama, pure qui, vede la morte di uno dei genitori della Temple, che era destinata a non poter mai avere una famiglia completa sul grande schermo. Figlia di un ufficiale sudista, la piccola Virgie Cary vede la sua casa conquistata dai nordisti, cosa che fa ammalare e morire la madre. Il padre, a rischio della vita, entrerà di nascosto nelle linee nemiche per salvarla ma sia lui che il buon ufficiale nordista che l’aveva coperto vengono incarcerati e condannati a morte.

Con l’aiuto di uno dei suoi schiavi – interpretato dal re del tip tap Bill “Bojangles” Robinson – la piccola riuscirà però a raccogliere qualche soldo ballando e cantando in pubblico. Potrà raggiungere così Washington e chiedere la grazia addirittura al presidente Lincoln, che non potrà non darla davanti a una bambina così volenterosa e carina. Paradossalmente, nonostante sia un film in cui gli schiavi di colore sembrano tutti spaventati dalla prospettiva di venir liberati, la pellicola fu male accolta al sud. Il motivo? Shirley Temple finiva qua e là per dare la mano a Bojangles Robinson, cosa intollerabile per alcuni vecchi razzisti.

 

Zoccoletti olandesi

In vetta ai monti e al botteghino

A partire dalla seconda metà degli anni ’30 cambiò l’ambientazione di molti film interpretati da Shirley Temple, come già si vede ne La piccola ribelle appena citato. L’economia cominciava pian piano a risalire, ma Roosevelt aveva soprattutto bisogno di dare impulso alle campagne e di esaltarne lo stile di vita. Zoccoletti olandesi, pessimo adattamento di un titolo che era in realtà Heidi, trae spunto proprio dal romanzo di fine ‘800 di Johanna Spyri che decenni dopo avrebbe ispirato anche la celebre serie a cartoni animati nipponica. Un romanzo che esaltava la vita tra i monti, pura e semplice, e la contrapponeva a una vita di città in cui regnavano la perfidia e il doppiogiochismo.

Il film fu ancora una volta un grande successo e catapultò la Temple per il terzo anno consecutivo in vetta al box office. La bambina però stava crescendo (aveva ormai nove anni) e anche sul set iniziava a essere considerata una veterana. Il regista Allan Dwan, che l’avrebbe diretta anche l’anno successivo in Rondine senza nido, raccontava che la piccola star stava molto attenta al comportamento degli altri bambini che recitavano con lei, tanto da correggerli quando sbagliavano un passo di danza come una coreografa provetta. Proprio per assecondarla il regista inventò anche dei distintivi con scritto “Polizia Shirley Temple”, che venivano assegnati ad ogni bambino del set previo giuramento di fedeltà e obbedienza alla star.

D’altro canto, la situazione sul set era realmente “poliziesca” e l’invenzione di Dwan era un modo per sdrammatizzare. Shirley Temple, che era all’apice della sua carriera, girava con almeno otto guardie del corpo che la scortavano dalla roulotte al set e viceversa, non concedendole mai nessun diversivo.

 

La piccola principessa

L’ultimo successo

Come detto, il tempo stava però passando. Arriviamo infatti al 1939, anno che segna un grande cambiamento nella carriera di Shirley Temple, per vari motivi. Primo, ha ormai undici anni ed è sempre più vicina ad essere una teenager più che una bambina. I classici ruoli da orfanella cominciano ad andarle stretti (anche se in questo film lo è ancora).

Secondo, questa è la prima pellicola girata in Technicolor, e come sempre l’arrivo di una nuova tecnologia ad Hollywood segna anche un rimescolamento dei generi e delle star. Terzo, nel mondo iniziano a soffiare venti di guerra e l’ottimismo un po’ semplicistico a cui Shirley è sempre stata associata non è più proponibile. Quarto e ultimo, cresce il budget delle sue pellicole ma iniziano a calare gli introiti, visto che La piccola principessa è di fatto il suo ultimo vero successo.

La trama, tratta stavolta dal romanzo per ragazzi di Frances Hodgson Burnett, è più o meno sempre la stessa. Orfana di madre, la piccola Sara Crewe viene affidata a un esclusivo collegio londinese mentre il padre va a combattere la guerra anglo-boera. La presunta morte di lui, però, la farà precipitare nella miseria più nera e la costringerà a fare la sguattera, fino a quando, però, sempre fiduciosa nella sua buona stella, non ritroverà il padre preda di un’amnesia tra i feriti di un ospedale militare.

 

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