Cinque film con storie di amore saffico

Le protagoniste de La vita di Adele, il più recente film dedicato a un amore saffico

È un affare piuttosto recente – limitato tutto sommato agli ultimi dieci o quindici anni – la comparsa di scene o di storie di amore saffico all’interno di pellicole cinematografiche. Un tempo, anche quando si affrontavano questi temi, la censura imponeva categoricamente di mascherarli, accennarli solamente, lasciarli sottintesi, stando bene attenti a non far capire troppo (è il caso, ad esempio, di Quelle due, bel film del 1961 diretto da William Wyler e interpretato da Audrey Hepburn e Shirley MacLaine).

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Col passaggio al nuovo secolo e con l’emergere sempre più preponderante dei diritti degli omosessuali, invece, il cinema ha finalmente cominciato a trattare l’argomento, anche se in una miriade di modi diversi: accanto ai film di denuncia, in cui si mostrano le difficoltà anche molto gravi a cui vanno incontro ancora oggi le donne omosessuali, si è dato spazio anche a storie in cui l’amore saffico diventa un espediente narrativo per presentare, banalmente e forse maschilisticamente, scene di sesso ammiccanti e più o meno esplicite.

Insomma, sull’argomento ce n’è per tutti i gusti. Noi abbiamo cercato di dare una panoramica di tutto, passando dal drammatico al noir, dall’erotico al sentimentale. Ecco le nostre scelte.

 

Boys Don’t Cry

Quando l’amore è minacciato e ucciso

Molto più complessa di un semplice amore saffico è la storia attorno a cui è costruito Boys Don’t Cry, bel film del 1999 di Kimberly Peirce ispirato – ed è l’unico della nostra cinquina – ad una storia vera. Al centro della vicenda, infatti, c’è un ragazzo trasgender, Brandon Teena (magistralmente interpretato da una giovane Hilary Swank), vittima di discriminazione, violenza e infine anche reati più gravi dai parte dei retrivi abitanti di una piccola città del Nebraska nei primi anni Novanta.

L’amore del protagonista per un ragazza, Lana (interpretata da Chloë Sevigny), si mescola qui infatti all’omofobia o più precisamente alla transfobia, perché la vera identità di Brandon, che all’anagrafe era la ragazza Teena Brandon, emerge dopo un banale controllo della polizia e si diffonde nel paese, portando odio, rancore e soprattutto attizzando la violenza di un paio di balordi, che già avevano conosciuto il ragazzo quando lo credevano a tutti gli effetti un maschio.


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La storia, da un amore nascosto e pieno di segreti, si trasforma così presto in dramma, prima giudiziario – con Brandon che non riceva grande aiuto dalla legge per i maltrattamenti subiti – e poi criminale, in un finale che, ricalcando pari pari quello che accadde veramente, non può lasciare indifferenti per la barbarie del pregiudizio e dei gesti ad esso associati.

La pellicola fruttò ad Hilary Swank il suo primo Oscar (e un Golden Globe) a soli venticinque anni, che sarebbe stato replicato cinque anni più tardi con Million Dollar Baby; per la Sevigny, invece, arrivarono perlopiù molte nomination, solo in qualche caso convertite in premio.

 

Mulholland Drive

Il mistero delle due attrici ideato da David Lynch

Conturbante e misterioso come pochi è invece Mulholland Drive, capolavoro del 2001 firmato da David Lynch, in cui il regista ha saputo condensare vari elementi tipici della sua cinematografia, come la carica sessuale inespressa, la misteriosa trama a metà strada tra sogno e realtà (e in cui, anzi, i due piani si mescolano e s’intrecciano pericolosamente) e l’amore per il noir e il cinema d’altri tempi, qui espresso al massimo livello.

Il film ha, infatti, una trama che è difficile raccontare, tanti sono i livelli che si intrecciano e ambigua è la sua interpretazione (sul web, di possibili spiegazioni, ne trovate a bizzeffe e non sempre in accordo tra loro): protagoniste sono essenzialmente due donne, Betty e Rita – che però ad un certo punto del film cambiano nome in Diane e Camilla –, la prima una giovane attrice di belle speranze appena giunta ad Hollywood e la seconda una donna che ha perso la memoria in seguito ad un incidente automobilistico.

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Nel tentativo di chiarire i ricordi di Rita, tra le due scatta una vera e propria attrazione sessuale che però viene interrotta dal rinvenimento di una piccola scatola blu che, una volta aperta, cambia notevolmente il destino dei due personaggi, perché Betty – ora trasformata in Diane – diventa una donna rancorosa e distrutta mentre Camilla la sua ex amante ora in procinto di sposarsi con un regista.

Tra musiche inquietanti, scene apparentemente inspiegabili e grandi prove d’attore, il film ha incassato grandi elogi dalla critica, vincendo il premio della regia a Cannes e diventando, negli anni, una pellicola di culto; meno soddisfacenti sono stati però gli incassi cinematografici, visto che soprattutto negli Stati Uniti la pellicola fu piuttosto snobbato all’uscita, salvo poi recuperare in parte i guadagni con la commercializzazione per il mercato dell’home video.

 

Femme fatale

La scena di sesso saffico di Rebecca Romijn

Più marginale è la questione dell’omosessualità in un altro noir firmato da un grande regista e uscito nei primi anni Duemila, Femme fatale di Brian De Palma, presentato anch’esso – ma fuori concorso – a Cannes e proprio alla città francese e al mondo del cinema in qualche modo legato. La scena di amore saffico è infatti una sola, all’inizio, anche se diventata molto celebre per la bellezza delle attrici coinvolte, Rebecca Romijn e Rie Rasmussen.

La storia è quella di un’audace ladra, Laure, che prima seduce e poi deruba una modella che, proprio a Cannes, sta sfilando indossando un prezioso gioiello d’oro a forma di serpente; da lì, dopo aver abbandonato i suoi complici, la ladra comincia la sua fuga, tallonata però dai suoi vecchi compagni, che vogliono trovarla e vendicarsi. In tutto questo si inserirà la figura di un fotografo – interpretato da Antonio Banderas – che rischierà di farla scoprire ma col quale si instaurerà un ambiguo rapporto erotico.

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Omaggio al noir d’altri tempi – come molto spesso accade a De Palma – ma calato nei ritmi e soprattutto nell’ammiccamento sessuale moderno, il film assomiglia al capolavoro di Lynch anche per il fatto di essere tutto giocato sull’ambiguità tra realtà e finzione, con una componente onirica non indifferente anche se priva dell’aspetto freudiano e metafisico che assume in Mulholland Drive e più indirizzata, semplicemente, a riflettere sul tema del destino e della rappresentazione cinematografica in sé.

Dal punto di vista della qualità artistica, comunque, Femme fatale ha diviso sia le platee che i critici: alcuni, infatti, ne hanno esaltato l’aspetto metacinematografico e la tensione, di cui De Palma è indubbiamente un maestro; altri ne hanno però evidenziato i limiti di trama e una recitazione non sempre all’altezza delle aspettative.

 

Il cigno nero

Un rapporto allucinato e teso

De Il cigno nero, il bel film di Darren Aronofsky del 2010 premiato con l’Oscar per la migliore attrice a Natalie Portman, abbiamo già parlato quando abbiamo presentato le più conturbanti scene di sesso della storia del cinema: in quel caso, infatti, segnalavamo proprio una scena di amore saffico che aveva per protagoniste la stessa Portman e la bella Mila Kunis, qui forse alla sua prima interpretazione veramente importante sul grande schermo.

La storia, però, non è tanto centrata sull’amore tra due donne – che, di fatto, non c’è, se non in una versione angosciosa e in parte psicotica – quanto sulla rivalità tra di esse e su quella strana commistione di repulsione e attrazione che si viene a creare quando l’odio sfocia sotto nell’ammirazione, lo studio nell’emulazione, l’invidia nel desiderio di assomigliarsi.


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La Portland è infatti Nina Sayers, promettente ballerina a cui viene offerta la possibilità di interpretare la parte principale ne Il lago dei cigni di Čajkovskij; una parte a cui non è però in realtà pronta, essendo naturalmente adatta a dar vita al cigno bianco ma sentendosi inadeguata per quello nero, che deve vibrare invece di passione ed istinto. In questo panorama, quindi, la Sayers vede come una crescente minaccia l’emergere, nella compagnia, di Lily (Mila Kunis), ballerina tecnicamente meno dotata ma più istintiva ed impetuosa.

In un clima che si fa sempre più oppressivo, pieno anche di crisi e allucinazioni, tra Nina e Lily sembra consumarsi anche un rapporto lesbico che, per tensione e intensità nervosa, è entrato tra le scene più importanti del film e del cinema degli ultimi anni. La pellicola, non a caso, ha fruttato un Oscar e un Golden Globe a Natalie Portman, oltre a varie nomination sia a Mila Kunis (che grazie a questa partecipazione ha visto decollare le sue quotazioni) che al regista.

 

La vita di Adele

La storia di due ragazze nella Francia di oggi

Per parlare de La vita di Adele, per una volta, preferisco non partire dalla trama, o dai premi, o dagli attori, ma dalle reazioni che ha suscitato nel pubblico, e che si possono leggere – lampanti e feroci, in un senso o nell’altro – anche nei commenti che il trailer ufficiale (che vi mostriamo qui di seguito) ha suscitato tra gli utenti di YouTube.

Solitamente, davanti a un film del genere – che non fa grandissimi incassi, e che viene visto solo da chi è veramente interessato a pellicole di questo tipo – i commenti sono tutti globalmente positivi e, in questo senso, ben poco sorprendenti. Se vi capita di scorrere quelli de La vita di Adele, invece, ne vedrete sì di entusiastici ma anche di volgari, offensivi, gretti, che attaccano gli omosessuali forse senza aver neppure visto il film (o avendolo visto per cercarci semplicemente delle scene erotiche).


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Ebbene, al di là delle opinioni e dei pregiudizi La vita di Adele non è un film che può lasciare indifferenti, ma che lascia a bocca aperta o genera attacchi: non solo per la storia che racconta, ma anche per il modo – coinvolgente e sconvolgente – in cui la racconta. La Adele del titolo è una ragazza all’ultimo anno di liceo a Lille, in Francia, che prima incontra e poi si innamora di una ragazza più grande, Emma, caratterizzata dal fatto di avere i capelli tinti di blu: dopo la fine della scuola, nonostante Adele stenti ancora ad ammettere la propria omosessualità, le due vanno a vivere insieme, anche se presto il loro idillio sarà distrutto dalla gelosia e dagli errori dell’una e dell’altra.

Tratto da un fumetto francese – Il blu è un colore caldo, titolo con cui anche il film è stato distribuito in alcuni paesi – di Julie Maroh, La vita di Adele è stato molto apprezzato sia in Francia (dove, a Cannes, ha conquistato la Palma d’oro) che in generale in Europa, anche se più di qualcuno, tra cui la stessa Maroh, non ha visto di buon occhio l’indugiare sulle scene di sesso, in un’ottica che è stata definita quasi di “voyeurismo maschile”. Memorabili in ogni caso le interpretazioni delle due protagoniste, Adèle Exarchopoulos (appena ventenne) e Léa Seydoux.

 

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