Cinque film da vedere assolutamente prima di morire e che forse non avete ancora visto

Breakfast Club e altri film che non avete ancora visto ma che dovete vedere prima di morire

 
Le riviste, i libri e i siti internet (compreso il nostro) sono pieni di elenchi di film straordinari che vengono consigliati, anno dopo anno, agli spettatori. Se ci fate caso, il più delle volte le liste si ripetono. I film migliori sono i migliori un po’ dappertutto, quindi si potrebbe anche dire, di queste liste, che vista una le si son viste tutte.

Quarto potere, Casablanca, Intrigo internazionale, Il buono, il brutto, il cattivo, 2001: Odissea nello spazio, Il padrino, Io e Annie, Schindler’s List, Pulp Fiction, Forrest Gump e Fight Club sono certamente film straordinari, ma una lista che continua ad elencarli all’infinito, forse, non serve poi a molto.

Film non inclusi nei soliti elenchi

Per questo abbiamo cercato dei film che sono sì memorabili, ma che raramente vengono inclusi in questi elenchi. I motivi dell’esclusione sono vari. In certi casi si tratta di pellicole sottovalutate dalla critica. In altri, di film che hanno ormai una certa età e di cui le emittenti televisive sembrano essersi dimenticate. In altri ancora, sono titoli che non hanno avuto un gran battage pubblicitario e quindi può darsi che qualche recensore se li sia persi.

In ogni caso, sono film che a nostro avviso bisogna vedere almeno una volta prima di morire, e siamo sicuri che molti di voi, soprattutto se giovani, non l’hanno ancora fatto.


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Eva contro Eva

Bette Davis contro Anne Baxter

Partiamo da lontano, da un film in bianco e nero che risale addirittura al 1950 ma che raramente viene citato tra i classici della cinematografia hollywoodiana. Quando si scorrono le classifiche redatte dalle riviste, infatti, ci si imbatte giustamente nei capolavori di Alfred Hitchcock, di Billy Wilder, di William Wyler, di Vincente Minnelli. È inconsueto che si citi però uno dei più importanti film di quegli anni, Eva contro Eva, che anche i giovani cinefili più appassionati rischiano di non aver mai visto.

La pellicola, invece, merita di essere salvata per vari motivi. In primo luogo, per il ritratto disincantato del mondo di Broadway, che ben si potrebbe traslare a quello di Hollywood. Poi soprattutto per i suoi interpreti, in particolare le attrici, che non a caso riuscirono a guadagnare ben 4 nomination agli Oscar, due per la statuetta da protagonista (Bette Davis e Anne Baxter) e due per la non protagonista (Celeste Holm e Thelma Ritter).

La più grande storia di rivalità femminile

La storia è quella di una rivalità femminile che è divenuta proverbiale, e che ben viene messa in risalto dal titolo italiano della pellicola. Margo Channing è infatti un’affermata diva teatrale, apprezzata e stimata da tutti. In particolare da una sua giovane fan, Eva Harrington, che la riempie di complimenti e che riesce a farsi assumere come assistente. In questo modo entra a poco a poco all’interno della cerchia di amici di Margo, composta da altri attori, critici e registi.

Margo diventa però sempre più sospettosa nei confronti della ragazza, pensando che voglia approfittare delle sue conoscenze per far carriera. In effetti nel giro di qualche mese Eva riesce a farsi benvolere da tutti, ottenendo parti importanti che prima sarebbero state destinate a Margo. Ma questo balzo in avanti di carriera non è casuale. Eva si rivela infatti una spregiudicata approfittatrice, cosa che diviene presto chiara a tutti.

 

Mezzogiorno e mezzo di fuoco

Mel Brooks si misura col western

Mel Brooks è stato un regista capace, per molti anni, di rivoluzionare il modo di fare comicità negli Stati Uniti e non solo negli Stati Uniti. Le sue farse, a volte sbracate e spesso esilaranti, sono diventate film di culto, come dimostra il successo imperituro di Frankenstein junior, pellicola che continua ad essere vista e citata ancora oggi.

Pochi ricordano, però, che prima di ridicolizzare l’horror Brooks aveva realizzato un altro film che merita di essere ricordato: Mezzogiorno e mezzo di fuoco, parodia del genere western. La pellicola, che giocava ovviamente coi temi tipici del mondo dei cowboy e della frontiera, aveva tra l’altro anche una forte connotazione sociale, visto che il tema centrale era l’integrazione razziale. Un tema molto caldo in quegli anni ’70 in cui fu realizzata.

Uno sceriffo di colore nel Far West

Al centro della storia, infatti, c’era uno sceriffo di colore, Bart, interpretato da Cleavon Little, anche se originariamente la parte era stata pensata per Richard Pryor, coautore anche dalla sceneggiatura. Questo giovane tutore della legge andava a prendere servizio in una cittadina isolata nel West, non sapendo di essere la pedina di un piano che voleva portare tutti gli abitanti a lasciare la zona. Con l’aiuto di un assistente (Gene Wilder) e dopo una serie di rocambolesche avventure, lo sceriffo arrivava a confrontarsi con una banda di malviventi.

Alla sua uscita il film – che oggi in Italia è noto a pochissimi – generò grandi dibattiti, sia per la presenza di scene volgari (come quella delle flatulenze dei cowboy che mangiano fagioli), sia per l’uso smodato della parola “negro”. Visto oggi, però, presenta delle punte di genialità pari a quelle degli altri capolavori di Brooks.

Lo sceriffo Bart arriva a Rock Ridge

 

Breakfast Club

Il film adolescenziale per eccellenza

Altro film di culto che però le giovani generazioni forse non conoscono è Breakfast Club, pellicola diretta nel 1985 da John Hughes. Come abbiamo scritto più volte, quest’ultimo era uno specialista in film adolescenziali che proprio in quegli anni visse la sua stagione migliore.

Il film racconta infatti un giorno di punizione passato da un gruppo di liceali nella biblioteca della scuola, tra le angherie del preside e le antipatie reciproche. Antipatie che però, nel corso della storia, lasciano spazio a confessioni e complicità. In una modalità che molti film avrebbero poi imitato, infatti, i cinque protagonisti si aprono pian piano l’uno con l’altro, confidando debolezze e paure.


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Forse anche per questa sua capacità di introdurre modalità narrative poi riprese da altri, il film è diventato di culto, influenzando almeno in America un’intera generazione. Nella quale c’era tra l’altro anche Matt Groening, il creatore de I Simpson e da sempre appassionato fan della pellicola.

Groening ha infatti riutilizzato molti nomi e battute dei personaggi all’interno del suo cartone. Basti pensare al tormentone di Bart – ciucciati il calzino – che corrisponde in inglese all’eat my shorts pronunciato proprio da uno dei personaggi. Inoltre il preside Richard Vernon ha ispirato nella fisionomia Seymour Skinner e il personaggio John Bender ha prestato il nome al robot di Futurama.

John Hughes e il brat pack

Scritto dallo stesso Hughes, il film si avvaleva tra l’altro di una serie di giovani attori di belle speranze – presto ribattezzati brat pack visto che recitarono insieme in altri film – che però in molti casi non sono riusciti a replicare i successi di metà anni ’80.

Tra loro merita una menzione in primo luogo Molly Ringwald, protagonista di molti lavori di Hughes e qui appena diciassettenne. C’era inoltre Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie Sheen (Sheen è infatti un cognome d’arte). Chiude il cerchio Anthony Michael Hall, poi nel cast anche di Edward mani di forbice, I pirati di Silicon Valley e protagonista della serie TV The Dead Zone.

 

I Goonies

Una magica avventura firmata Spielberg, Columbus e Donner

Difficilmente avrei pensato di dover includere I Goonies in questa lista. Per la mia generazione – quelli cioè dei nati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 – la pellicola di Richard Donner (sceneggiata da Chris Columbus a partire da un soggetto di Steven Spielberg) era una di quelle che contribuiscono alla formazione dell’individuo. Un film che nessuno avrebbe dovuto consigliarvi di vedere prima di morire, perché di sicuro l’avevate già visto.

Oggi però, per questioni poco comprensibili, il film pare essere caduto nel dimenticatoio, visto che i più giovani preferiscono pellicole di tutt’altro genere. Vale però, credo, la pena riscoprirlo, soprattutto per il suo amore disinteressato per l’avventura che in quegli anni contraddistingueva anche altre opere di Spielberg e del suo entourage, come ad esempio la saga di Indiana Jones.

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Alla ricerca del tesoro di Willy l’Orbo

Il film racconta infatti di un gruppo di ragazzini che vive con apprensione l’imminente sfratto che coinvolgerà varie famiglie del quartiere. Uno sfratto a cui cercano di opporsi dopo aver ritrovato quella che pare essere una mappa del tesoro redatta da un fantomatico pirata, Willy l’Orbo. Seguendola, arriveranno a vivere avventure nei cunicoli sotterranei della città, tra l’altro braccati da una banda di malviventi che spera di agguantare lo stesso tesoro.

Tra scene comiche memorabili e inseguimenti al cardiopalma, la pellicola scorre via fino al ritrovamento del vascello di Willy, allo scontro con la banda Fratelli e al recupero di almeno parte del tesoro. Ovvero quanto basta per restare a vivere nelle loro case.

I goonies – Il bacio

 

Rushmore

Il primo grande film di Wes Anderson

Risale invece alla fine degli anni ’90 l’ultimo film del nostro elenco, Rushmore. Si tratta dell’esordio di Wes Anderson nel cinema che conta, dopo un lungometraggio – Un colpo da dilettanti, del 1996 – realizzato allungando il corto che era stato presentato al Sundance Film Festival. E quindi la prima vera conferma dell’esistenza di un giovane regista dotato di talento e di un’estetica molto particolare.

Scritto insieme all’amico fraterno Owen Wilson, il film vede come protagonisti due attori-feticci di Anderson. Da un lato il giovane Jason Schwartzman, nipote di Francis Ford Coppola e cugino di Sofia Coppola e Nicolas Cage. Dall’altro Bill Murray, che poi avrebbe lavorato in tutti i film successivi del regista.


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Il quindicenne e l’imprenditore

La storia è quella di un insolito trio che si trova a convivere e a dividere le esperienze. Il protagonista è sicuramente Max Fischer, un quindicenne molto dotato e fantasioso ma dallo scarso rendimento scolastico. Poi c’è un imprenditore disilluso e triste, Blume, che stringe una strana amicizia col ragazzino (che in certi frangenti si dimostra molto più adulto di lui). Infine c’è una giovane maestra elementare, Rosemary, da poco rimasta vedova, di cui si innamorano entrambi gli uomini.

Ma a dominare la scena è lo stile personalissimo di Anderson, in cui tutto è velato da una certa inspiegabile malinconia, e le cose più assurde prendono forma. Uno stile che abbiamo imparato ad amare anche ne I Tenenbaum, Moonrise Kingdom o Grand Budapest Hotel, tutti film che – se ve li siete persi – meritano di essere visti prima di morire.

Società degli aquiloni – Rushmore (Wes Anderson).avi

 

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