Cinque film depressi per chi vuole affogare nella disperazione

 
La depressione al cinema è stata per lungo tempo un tabù. I film potevano farci ridere e piangere, soffrire e divertire, ma non potevano assolutamente mai deprimerci. Una legge non scritta lo vietava. E, a pensarci bene, i produttori di Hollywood avevano i loro buoni motivi: una persona che esce depressa da un cinema raramente ha voglia di ritornarci presto. Anche la rabbia, solo per fare un esempio, è un sentimento negativo, ma è un sentimento che spinge all’azione; la depressione invece no, e forse per questo è considerata pericolosa per l’industria dei consumi.

Il tabù della depressione

In realtà, bisognerebbe distinguere da situazione a situazione, da cinematografia a cinematografia. Sono stati soprattutto i registi statunitensi ad avere a lungo il terrore del deprimente. I loro film giocavano sempre sulle emozioni forti, sullo shock, sul dramma. In Europa, invece, si sperimentava forse di più e a scartabellare gli archivi si trovano bei film in cui la depressione ha di sicuro un ruolo importante. Ma anche in questo caso ci si avventurava con una certa cautela nel settore. Mascherando il tutto con un certo intellettualismo e parlando di incomunicabilità, male di vivere e così via.

Oggi le cose sono in buona parte cambiate. Si parla di depressione a livello sociale e se ne parla anche al cinema. Anzi, forse se ne parla pure troppo. Negli ultimi vent’anni, infatti, il genere è letteralmente fiorito, con decine e decine di film che in un modo o nell’altro hanno finito per affrontare la questione. Scopriamone insieme i migliori.


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Il giardino delle vergini suicide

Cinque sorelle segregate in casa

Se siete giovani e tristi, se pensate che la vostra vita da adolescenti sia segnata dall’hashtag #mainagioia, forse dovreste vedere Il giardino delle vergini suicide. Un film talmente triste e disperato da farvi rivalutare ampiamente la vostra esistenza.

Le pellicola è uscita nel 1999, scritta e diretta da Sofia Coppola a partire da un romanzo – Le vergini suicide – di Jeffrey Eugenides. Si trattava dell’esordio dietro alla macchina da presa della figlia di Francis Ford, e fu uno di quegli esordi che lasciano il segno.

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La storia è infatti quella di cinque sorelle bionde e bellissime, di età compresa tra i 13 e i 17 anni. Vivono nella periferia di Detroit attorno alla metà degli anni ’70, ma hanno pochissimi contatti con l’esterno. Una madre oppressiva e bigotta, infatti, non permette loro di fare le normali esperienze di ogni adolescente. E anzi le cose peggiorano quando le ragazze provano almeno in parte a ribellarsi, complice un tentato suicidio che aveva in parte ammorbidito i diktat della madre.

La storia è coinvolgente ma anche narrata con un tono sognante, quasi onirico, irreale, ben reso pure dall’interpretazione delle protagoniste. La Coppola scelse infatti alcune giovani promesse destinate a una buona carriera, come Kirsten Dunst, Josh Hartnett e A.J. Cook, mettendo al loro fianco veterani come James Woods, Kathleen Turner e Danny DeVito. Un mix che funzionò e che portò alla regista italoamericana i primi premi in carriera.

Il Giardino delle Vergini Suicide- diario

 

The Hours

La storia di tre donne, una delle quali è Virginia Woolf

Se il cinema fino a qualche anno fa esplorava con molta parsimonia il tema della disperazione, la letteratura non si è mai allineata a questa tendenza. Anzi, nei libri il problema era già stato affrontato in molte e diverse declinazioni. E non solo erano presenti storie di disperazione e depressione, ma anche autori e autrici che in quella malattia erano incappati.

Una di queste, e forse la più nota, è Virginia Woolf, grande autrice britannica. La cui vita è stata raccontata in un bel romanzo di Michael Cunningham, Le ore, adattato in un film nel 2002. La pellicola in realtà, come d’altronde anche il libro, intreccia tra loro le vite di tre donne: quella della Woolf, tra gli anni ’20 e i ’40 del secolo scorso; quella dell’americana Laura Brown, vissuta negli anni ’50; quella di Clarissa, donna omosessuale dei nostri giorni.

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Il legame tra queste tre vite è poco chiaro all’inizio, ma emerge man mano che la trama si dispiega. La storia di Virginia si concentra soprattutto sul suo bipolarismo e sul rapporto col marito Leonard. Quella di Laura è per certi versi simile, visto che anche lei ha un marito fedele e innamorato, che però non riesce a placare i suoi demoni interiori. Clarissa, infine, si confronta con Richard, ex amante anche lui vicino al suicidio.

Il film è memorabile per l’ottima sceneggiatura di David Hare, che d’altronde aveva vita relativamente facile partendo da un ottimo libro. Anche il cast, però, è stratosferico. Le tre protagoniste femminili sono interpretate infatti da Nicole Kidman, Julianne Moore e Meryl Streep, mentre nei ruoli di contorno brillano anche Ed Harris, Toni Collette, Claire Danes, Jeff Daniels, John C. Reilly e Miranda Richardson.

The hours – La morte di Virginia Woolf

 

A Single Man

L’ultimo giorno di un uomo solo

L’omosessualità fa la sua comparsa anche in A Single Man, film del 2009 che ha segnato l’esordio dietro alla macchina da presa dello stilista Tom Ford. Una scelta che non deve stupire. Basti pensare a quanto sia stata a lungo repressa, perseguitata e umiliata questa scelta di vita per comprendere come per gli omosessuali sia stato spesso facile incappare nella depressione.

La storia raccontata da Ford affronta proprio uno di quei casi. La sceneggiatura – scritta dallo stesso regista assieme a David Scearce e tratta da un bel romanzo di Christopher Isherwood – racconta infatti l’ultimo giorno di vita di George Falconer, un professore d’inglese, nel 1962. L’uomo ha da poco subito la morte del suo compagno e sembra non essere in grado di uscire dal dolore. Tanto che medita il suicidio.


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In realtà, durante quell’ultima giornata vari eventi accadono, tra l’incontro con un giovane studente e un pasto consumato a casa di una vecchia fidanzata. Falconer è sul punto di rivedere la sua decisione, ma allo stesso tempo il fato sembra accanirsi contro di lui.

Il film, come il titolo lascia intuire, è l’esplorazione di una singola vita, e quindi non si compone di un cast particolarmente numeroso. Ma quei pochi attori sono straordinari. Il protagonista è interpretato da Colin Firth, talmente convincente da guadagnarsi una nomination agli Oscar e una ai Golden Globe, premi che gli sono sfuggiti anche se è stato ricompensato dalla vittoria della Coppa Volpi a Venezia. Accanto a lui compaiono di nuovo Julianne Moore – una specialista in ruoli di questo tipo – e il giovane Nicholas Hoult.

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5 giorni fuori

Della depressione si può anche sorridere?

Paradossalmente, quando si parla di depressione non si deve per forza finire nel vortice del dramma. Si può – con cautela e a sprazzi – a volte anche sorridere, anche se si tratta di un sorriso dolceamaro. È quello che avviene, ad esempio, anche in 5 giorni fuori, pellicola del 2010 diretta da Ryan Fleck e Anna Boden.

Anche in questo caso, alla base della storia c’è un romanzo, Mi ammazzo, per il resto tutto OK di Ned Vizzini. Un romanzo che non può in questo caso essere liquidato in una riga, più che altro per il suo autore. La storia che Vizzini racconta è infatti in buona parte autobiografica, visto che il giornalista italoamericano è stato più volte ospite di ospedali psichiatrici fin da quando aveva vent’anni. Questo non gli ha impedito di diventare un importante editorialista del New York Times, anche se poi, di fatto, Vizzini è comunque morto – probabilmente suicida – a 32 anni.

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La storia si concentra su Craig, un adolescente vicino al diploma e molto promettente. Vive però con grande sofferenza la pressione che suo padre gli trasmette e questo lo avvicina al suicidio, anche se alla fine decide di entrare in un ospedale psichiatrico per farsi curare. Qui rimane per solo 5 giorni, ma questa breve permanenza gli permette di conoscere molti casi umani, al limite del paradossale.

Nel cast figurano Keir Gilchrist, già protagonista della serie TV United States of Tara, Zach Galifianakis (Una notte da leoni) e Emma Roberts. Importanti anche gli attori di contorno, come Zoë Kravitz e Lauren Graham.

It's kind of a funny story (5 giorni fuori) – trailer ITA HD

 

Melancholia

Quando la fine appare imminente

Tutto si può dire di Lars von Trier, tranne che nella sua carriera non abbia avuto il coraggio di esplorare temi inconsueti. Dal sesso al dolore, dall’assurdo allo sperimentale, il suo cinema si è spinto spesso dove altri neppure avrebbero osato. E anche dal punto di vista della depressione non si è smentito.

Melancholia, uscito nel 2011, nasce infatti da un’esperienza di depressione vissuta dallo stesso regista danese, autore pure della sceneggiatura. E dalla consapevolezza, maturata durante una seduta di psicoterapia, che le persone che si trovano in questo stato tendono a mantenere la calma in situazioni di forte stress.

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Von Trier ha quindi creato la situazione più stressante in assoluto, la minaccia della fine del mondo dovuta a un grosso pianeta – Melancholia, appunto – che si scaglia contro la Terra. E per esaminare le reazioni degli esseri umani ha scelto due sorelle, Justine e Claire. La prima, novella sposa, fa letteralmente fallire il matrimonio già nel primo giorno per colpa di problemi psichici. La seconda ha una famiglia apparentemente normale, ma non riesce ad affrontare la vicina catastrofe.

Il cast – come spesso avviene nei film di von Trier – è di prim’ordine. Le due protagoniste sono interpretate da un’ispirata Kirsten Dunst e da Charlotte Gainsbourg, mentre accanto a loro gravitano Kiefer Sutherland, Alexander Skarsgård, Charlotte Rampling, Udo Kier e altri. Proprio la Dunst (con cui avevamo aperto la nostra cinquina, visto che era protagonista de Il giardino delle vergini suicide) si è aggiudicata il premio per la miglior attrice a Cannes.

Melancholia – trailer italiano

 

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