Ognuno ha i suoi generi di film preferiti. Io, ad esempio, non sono mai stato troppo attratto dai film horror, forse perché non capisco come mai nella propria vita si debba cercare l’infarto a tutti i costi. O forse perché ne esistono parecchi di livello medio-basso, con storie convenzionali e attori poco convincenti.

Al di là di questo, devo però ammettere che in alcuni casi i film di paura riescono davvero a scuoterti le viscere e a rimanerti impressi. Dandoti, a fine visione, quel sollievo che ti rende felice di essere ancora vivo, e sano e salvo, al di fuori della pellicola.


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Insomma, lasciando da parte i gusti personali bisogna ammettere che il genere ha saputo produrre alcuni autentici capolavori. Film che, proprio per questo, riescono a parlare anche a chi magari non sempre si appassiona a quel tipo di pellicole. Ma quali sono i più spaventosi, più paurosi, più emozionanti e più morbosamente affascinanti degli ultimi decenni? Ne abbiamo scelti cinque che ci sembrano vere e proprie pietre miliari del genere. Scopriamoli insieme.

 

L’esorcista

Lo spaventoso demone dentro a Linda Blair

L'esorcistaIl cinema horror non è sempre stato come lo conosciamo oggi, ma ha attraversato varie fasi. Espressionista negli anni ’20, un po’ pacchiano e legato a produzioni a basso costo negli anni ’50, psicologico (con film come Psyco e Che fine ha fatto Baby Jane?) nei ’60.

Fasi in cui, ad un iniziale interesse artistico, era subentrata l’idea che l’horror fosse un argomento riservato ai registi minori, di genere. Non a caso anche lo stesso Hitchcock, oggi considerato uno dei più grandi registi mai vissuti, ebbe molte difficoltà a farsi apprezzare dalla critica quand’era in vita. E questo nonostante i suoi film avessero raramente elementi dell’orrore al loro interno.

La svolta degli anni ’70

A sparigliare un po’ le carte furono prima Rosemary’s Baby diretto da Roman Polanski e poi L’esorcista, che nel 1973 concorse pure agli Oscar. Proprio quest’ultimo film fece comprendere che era possibile suscitare reazioni anche estreme nel pubblico e contemporaneamente puntare al titolo di miglior film dell’anno.

Il punto di partenza fu un romanzo omonimo scritto nel 1971 da William Peter Blatty, uno sceneggiatore fino ad allora specializzato in commedie brillanti scritte per Blake Edwards. Blatty era rimasto molto impressionato da un articolo del 1949 in cui si descriveva un rito di esorcismo praticato su un giovane ragazzo. Da lì creò una trama su una ragazzina posseduta da un demone e da forze soprannaturali.

La scelta di Friedkin

Il libro ebbe grande successo e la Warner Bros decise di trarne un film, affidandone la direzione a William Friedkin. Un regista che era al tempo fresco vincitore del premio Oscar per Il braccio violento della legge. Il regista diede al film un taglio quasi documentaristico e seppe scegliere sapientemente gli attori. Vi lavorarono infatti la giovanissima Linda Blair ed Ellen Burstyn, l’inquietante Max von Sydow e il convincente Lee J. Cobb. Il film fu un successo clamoroso e spaventoso.

Mentre gli spettatori da ogni parte del mondo reagivano in alcuni casi con scene anche di isteria collettiva, la pellicola incassò quasi 700 milioni di dollari, a fronte dei soli 10 milioni spesi nella produzione e dei numerosi divieti censori. Inoltre, riaccese l’interesse per i film paurosi, per l’occulto e per alcune antiche pratiche che la Chiesa cattolica aveva, nei decenni precedenti, messo in secondo piano per paura di essere accusata di superstizione e credenze sorpassate.

 

Alien

«Nello spazio nessuno può sentirti urlare»

La locandina di "Alien", film tra i più spaventosi di sempreUna delle componenti fondamentali dell’horror, da Edgar Allan Poe ed Henry James in poi, è la paura che viene suscitata dall’ignoto e dall’inspiegabile. A terrificarci non è tanto il modo più o meno macabro in cui vengono uccise le persone, ma la paura che possano morire, che dev’essere generata prima dell’omicidio stesso.

È il rischio – e soprattutto il rischio inspiegabile e irrazionale – che ci terrorizza, perché è un rischio da cui non si può scappare con le armi della logica o della scienza. Un rischio insomma che mette a repentaglio tutte quelle convinzioni su cui abbiamo basato le sicurezze della nostra vita.

L’angoscia e la paura

Dicevano gli esistenzialisti che l’uomo riscopre se stesso solo davanti alla morte e che questa riscoperta genera angoscia. Di sicuro, però, non avevano mai pensato che questa loro idea si potesse adattare benissimo anche ad Alien, pellicola del 1979 che è tra le più spaventose mai prodotte.

La trama è nota e in parte ne abbiamo già parlato quando abbiamo presentato le razze aliene più interessanti della fantascienza. Una nave spaziale risponde a una misteriosa richiesta di aiuto su un pianeta disabitato, ma si ritrova invasa da un parassita alieno che nel giro di poche ore fa fuori in maniera atroce quasi tutti i membri dell’equipaggio. L’unica che riesce a salvarsi è l’ufficiale Ripley, che scappa su una scialuppa di salvataggio solo per accorgersi che l’alieno sta viaggiando con lei.

Il pessimismo di Ridley Scott

Capolavoro di ritmo e di tensione, il film riprende il classico tema alla “dieci piccoli indiani” in cui tutti i protagonisti sembrano lentamente destinati a cadere vittime di una mano oscura. Anzi, lo riadatta alla visuale cupa e angosciante della fantascienza di Ridley Scott, ben distante da quella tutto sommato più solare e ottimistica di Steven Spielberg e George Lucas.

Alla sua uscita il film, nonostante gli ottimi incassi, non esaltò la critica, ma è stato rivalutato nel corso degli anni. Oggi, anzi, tutte le più prestigiose guide del settore lo identificano come uno dei migliori film di fantascienza di sempre. Dalla sua ha infatti l’abile regia di Scott e l’ottimo lavoro di Hans Rudi Giger, il designer (scomparso tra l’altro lo scorso maggio) responsabile assieme a Carlo Rambaldi degli effetti speciali del film e della forma degli alieni xenomorfi.

 

Shining

Il terrore provocato dalla steadycam

La locandina di "Shining" di Stanley KubrickAnche Shining, il terzo film del nostro elenco, è una pellicola di cui abbiamo già parlato, ma non si poteva non aggiungerla alla cinquina. Tratta da uno dei primi romanzi di Stephen King, fu la prima e unica incursione di Stanley Kubrick nel mondo dell’horror, anche se, in maniere molto diverse, sia 2001: Odissea nello spazio che Arancia meccanica avevano più di qualche elemento spaventoso.

La rivoluzione di Kubrick e Brown

Un’incursione che però non lasciò indenne il genere. Kubrick decise infatti di usare al massimo delle sue potenzialità la steadycam appena commercializzata dall’operatore americano Garrett Brown. Per chi non lo sapesse, questo tipo di telecamera è fornita di una sorta di imbragatura che viene messa addosso all’operatore e di pistoni e ammortizzatori che permettono di effettuare riprese a mano in maniera fluida, senza eccessivi sobbalzi.

Brown aveva preparato dei prototipi della sua invenzione già negli anni precedenti, prototipi che erano stati usati ne Il maratoneta e Rocky. E soprattutto in Halloween di John Carpenter, che aveva mostrato come la tecnica potesse essere funzionale all’horror. Fu solo con Kubrick, però, che il modello giunse alla sua forma definitiva e che raggiunse le sue migliori possibilità espressive.

Un film di claustrofobia, disagio e paura

Il regista infatti utilizzò la steadycam in maniera intensiva. Seguì i giri in triciclo del piccolo Danny Torrance lungo i corridoi dell’Overlook Hotel ma anche le concitate peregrinazioni di suo padre Jack in preda alla follia. Questo influì notevolmente sull’effetto della pellicola, esaltando l’aspetto labirintico delle ambientazioni e, grazie anche al sapiente uso delle luci, creando un senso di claustrofobia e disagio. Tutto questo contribuì al successo, sia di critica che di pubblico, del film.

Anche in questo caso, però, i riconoscimenti arrivarono tardi. Nel 1980, alla sua uscita, sia Kubrick che la sua protagonista Shelley Duvall furono anzi addirittura candidati ai Razzie Awards, i premi che vengono dati ai peggiori film e attori dell’anno. Erano peraltro in ottima compagnia visto che quell’anno, in quelle stesse categorie, erano candidati anche Brian De Palma, lo stesso William Friedkin di cui abbiamo appena parlato, Faye Dunaway e Olivia Newton-John.

 

Nightmare

Quando Freddy Krueger tormenta i tuoi incubi

La locandina originale di "Nightmare" di Wes CravenI film che presentiamo in questa cinquina sono tutti, inevitabilmente, per adulti, capaci di spaventare e scuotere in una maniera che solo una persona cresciuta (e razionale) può sopportare senza esserne eccessivamente turbata. D’altro canto, gli incubi peggiori sono quelli che si fanno da bambini, quando non si hanno gli strumenti o la sicurezza per capire che nel buio non si nasconde nessuno o che i fantasmi, i mostri e i licantropi non esistono.

Forse anche per questo alcuni film dell’orrore hanno trovato la loro cifra stilistica nel rievocare proprio gli incubi dei bambini, le loro paure e le loro fobie. Il caso più eclatante, da questo punto di vista, è Nightmare – Dal profondo della notte, primo capitolo di una delle saghe di maggior successo degli anni ’80. Il film è celebre per aver lanciato uno dei personaggi più inquietanti della storia del cinema, quel Freddy Krueger caratterizzato dalla pelle ustionata e dal guanto artigliato.


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Budget ridotto per Wes Craven

Scritto e diretto da Wes Craven – che al cinema dell’orrore ha contribuito anche con Le colline hanno gli occhi, Scream e molte altre pellicole –, comparve nelle sale americane nel 1984. Contraddistinto da un budget ridotto (con pure dall’esordio come attore di Johnny Depp), esibiva però un gusto dell’orrore completamente nuovo.

Un gruppo di ragazzi di una pacifica cittadina americana, infatti, scopriva di essere vittima dello stesso incubo ricorrente. Un incubo il cui protagonista era proprio Freddy Krueger, figura inquietante che anni prima era stata arsa viva dai genitori della stessa città perché colpevole dell’omicidio di numerosi bambini.

Sogni che hanno conseguenze reali

La presenza onirica, però, non si limitava a rimanere nei sogni, in quanto le sue azioni avevano anche conseguenze nella vita reale, con morti, lutti e scene splatter. Tutti avvenimenti che sembravano alla fine lasciare in vita solo la giovane Nancy Thompson, l’unica che sembrava essere in grado di sopravvivere agli attacchi di questo moderno “uomo nero”.

Il finale ben poco rassicurante ha di sicuro aperto la porta ai numerosi seguiti, ma ha anche confermato in fondo la filosofia di tutto il film. Cioè l’idea che l’orrore ti può colpire quando meno te lo aspetti e che nessuno può essere al sicuro.

 

The Ring

La morte annunciata da una telefonata

La locandina di "The Ring"Concludiamo con un film più recente, dopo che quelli che abbiamo presentato finora erano tutti usciti nel decennio compreso tra il 1973 e il 1984. È datato infatti 2002 il grande successo di The Ring, remake americano di un quasi omonimo film giapponese lanciato pochi anni prima e tratto a sua volta da un romanzo di Koji Suzuki.

Non solo il film era più recente, ma anche gli spunti di partenza erano fortemente legati agli anni 2000. Secondo una leggenda metropolitana, infatti, esisterebbe una particolare videocassetta che, una volta vista, condannerebbe a morte gli spettatori dopo sette giorni esatti e dopo una minacciosa telefonata anonima.

La paurosa trama del film

In effetti nel film, quando una ragazzina muore apparentemente per questo motivo, una giornalista comincia ad indagare, venendo suo malgrado colpita anche lei (come suo figlio e il suo ex fidanzato) dalla medesima maledizione. Il viaggio alla scoperta della ragazza la cui storia è celata dietro alla videocassetta diventa quindi anche una corsa contro il tempo scandita dai giorni che passano.

Alla fine la giornalista – interpretata dalla brava Naomi Watts – scoprirà che tutto è provocato da una bambina, Samara Morgan. Questa, dotata di poteri paranormali e uccisa dalla madre adottiva, è riuscita ad imprimere il proprio potere e il proprio dolore in quella videocassetta così letale. E l’unico modo per salvarsi diventerà quello di passare la videocassetta ad altre persone in maniera, diremmo oggi, “virale”, in modo che il maleficio venga ceduto ad altri.

Il contributo di Ehren Kruger

Diretto da Gore Verbinski, al primo grande successo dopo l’incoraggiante Un topolino sotto sfratto e il mezzo flop di The Mexican, il film è stato adattato per il mercato americano da Ehren Kruger. Questi è un giovane sceneggiatore che aveva già lavorato a Scream 3 e che avrebbe poi scritto pure I fratelli Grimm e l’incantevole strega e le ultime tre pellicole della saga dei Transformers. Sua, infine, anche la sceneggiatura di The Ring 2, sequel meno convincente con, però, gli stessi interpreti.

 

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