Per l’utente medio, i computer non sono particolarmente affascinanti. Li si usa al lavoro per inserire dati, scrivere lettere o per fare ricerche sul web, mentre a casa a volte neppure li si accendono, se non per controllare l’e-mail. Per la stragrande maggioranza delle persone, insomma, il computer è un mero strumento di lavoro. Ci sono però anche persone diverse, i cosiddetti “nerd”, per i quali l’informatica è uno strumento per entrare in mondi nuovi, addirittura forse una ragione di vita. Sono proprio questi nerd, spesso, ad essere protagonisti, soprattutto negli ultimi anni, di una serie di interessanti pellicole cinematografiche di cui oggi parleremo: i film sull’informatica.

A partire dagli anni ’90, infatti, nell’immaginario collettivo è entrata la figura dell’hacker. I mass media li presentavano come giovani privi di scrupoli ma espertissimi dei segreti della programmazione, capaci di insinuarsi nei database delle principali banche mondiali e di trafugare soldi, non per interessi economici ma per il puro gusto della sfida.

Con l’andare del tempo, abbiamo capito che in realtà gli hacker sono di diverso tipo e fanno cose anche molto diverse. Al cinema, però, questa figura del genio informatico che può fare quello che vuole con una tastiera (anche se magari non riesce a relazionarsi col prossimo) ha fatto furore, anche perché permetteva di essere usata in vari tipi di film.

Da un lato, infatti, c’era spazio per trame di tensione, thriller, che vedevano il protagonista entrare suo malgrado in un gioco più grande di lui. Dall’altro, con i nerd si poteva giocare sulla commedia, o sull’aspetto sociale e sentimentale.

In realtà, però, i film sull’informatica hanno un’origine più remota. A pensarci bene, anche alcuni lungometraggi di fantascienza usciti negli anni ’60 hanno messo al centro delle loro trame il computer, anche se magari in maniera ancora ingenua. Si trattava, allora, di macchine gigantesche, che però cominciavano già a preoccupare per le loro capacità.

Insomma, i temi da dipanare in questo nostro articolo saranno molti. Abbiamo cercato di darvene una panoramica il più possibile completa e di affrontarli più o meno tutti scegliendo cinque film che arrivano da cinque epoche diverse. Film che affrontano però tutti il tema dell’informatica da differenti punti di vista.

Ci sarebbero stati poi molti altri titoli da citare ma per il momento accontentiamoci di questi.

 

1. 2001: Odissea nello spazio

Dicevamo in apertura che già negli anni ’60 si cominciò ad inserire i computer, o più in generale l’intelligenza artificiale, all’interno di alcune trame cinematografiche. L’esempio principale da questo punto di vista non può che essere quello di 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, uscito nel 1968.

La locandina italiana originale di 2001: Odissea nello spazio

Questo film, per la verità, condensa in una trama relativamente esile una miriade di temi che vanno anche ben oltre l’informatica. C’è al suo interno molta filosofia, c’è sicuramente tanta fantascienza, c’è il tema dell’esplorazione spaziale. Ma il ruolo di primo piano spetta indubbiamente ad HAL 9000, il supercomputer con cui gli astronauti si devono relazionare.

Costruito per guidare l’ammissione Discovery 1, HAL è un’intelligenza artificiale molto evoluta. È ad esempio in grado di tenere sotto controllo tutti gli aspetti della nave ma anche di guidare gli astronauti verso la riuscita della missione.

Proprio questa sua particolare intelligenza, però, si rivela fatale. Ad un certo punto, infatti, HAL denuncia il malfunzionamento di un’apparecchiatura, malfunzionamento in realtà inesistente.

Questo convince gli astronauti a bordo della necessità di disattivare il computer, visto che non sembra più infallibile. Quando i due umani si scambiano queste opinioni, però, HAL riesce in un certo senso ad origliare il loro discorso, leggendone il labiale nonostante i due si fossero messi al riparo dai suoi sensori acustici.

I segreti di HAL 9000

HAL, da computer amico dell’uomo, si trasforma così rapidamente in una presenza inquietante ed incombente. E così facendo anticipa di molti anni le paure che l’uomo moderno ha poi davvero cominciato a provare, in certi casi, nei confronti della tecnologia.

Creato da Arthur C. Clarke nel romanzo che avrebbe poi ispirato il film di Kubrick, il supercomputer doveva inizialmente chiamarsi Athena. Il nome fu poi cambiato perché, almeno ufficialmente, “HAL” sembrava più umano, visto che in America è usato come diminutivo di Harry.

L'occhio di HAL 9000 in 2001: Odissea nello spazioIn ogni caso si è molto discusso su questa sigla. Fu subito notato, infatti, che la “H”, la “A” e la “L” sono le lettere che nell’alfabeto anticipano rispettivamente la “I”, la “B”, la “M”, cioè le lettere che compongono la sigla IBM.

Qualcuno, quindi, vi ha letto un omaggio, o forse un riferimento critico, a quella che allora era la principale azienda informatica del mondo. Clarke e Kubrick, però, hanno sempre smentito questa lettura, asserendo che si trattasse di una pura coincidenza [1].

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2. Wargames – Giochi di guerra

Inquietante e ribelle rispetto agli umani è anche il computer protagonista di Wargames – Giochi di guerra. Il film, uscito nel 1983, coglieva d’altronde lo spirito dei tempi.

Wargames - Giochi di guerra, uno dei più interessanti film sull'informaticaDa un lato, infatti, l’informatica cominciava in quegli anni ad entrare prepotentemente nelle vite dei comuni cittadini, che però ancora non ci capivano molto. Dall’altra, si tornavano a respirare venti di guerra.

Proprio in quei primi anni ’80, con l’elezione di Ronald Reagan alla presidenza, i rapporti tra USA e URSS – che erano andati distendendosi negli anni precedenti – raggelarono di nuovo. Risale infatti a quel periodo la definizione di “Impero del male“, usata dal presidente contro l’Unione Sovietica.

Finché non arrivò sulla scena Gorbačëv, insomma, il clima tra le due superpotenze fu particolarmente teso. E i produttori e gli sceneggiatori di Wargames decisero che questa tensione avrebbe fatto loro comodo. Imbastirono infatti una gustosa trama che mescolava rischio atomico e giochi informatici.

David contro il supercomputer

Il protagonista della pellicola era infatti il giovane David Lightman, interpretato da Matthew Broderick. Il ragazzo si presentava come un appassionato di videogame ed hacker provetto. Proprio per l’impazienza di gustarsi una serie di nuovi giochi, il ragazzo cercava di penetrare tramite la rete telefonica nei computer di una software house.

Il problema è che finiva invece dentro al sistema del Dipartimento della Difesa, dove trovava alcune simulazioni di guerra. Non capendo, inizialmente, il problema, il protagonista cominciava a giocare, pensando di disputare delle partite simulate. Il computer con cui interagiva, però, pensava invece che si trattasse di eventi reali.

La famosa partita a tris di WargamesNel giro di poco tempo il gioco si faceva quindi molto più serio del previsto. Anche perché l’esercito americano, giudicando solo dal computer, non riusciva a comprendere se i russi avessero davvero lanciato un attacco missilistico o meno.

Purtroppo fermare il computer – chiamato Joshua – si rivelava poi meno facile del previsto per i militari, tanto è vero che alla fine toccava proprio a David salvare la situazione.

L’unica mossa vincente

Il film, diretto da John Badham – che aveva riscosso un grande successo qualche anno prima con La febbre del sabato sera – fu un inatteso successo. Dalla sua aveva una buona sceneggiatura, un certo umorismo di fondo e una futura star come Broderick come protagonista.

Inoltre, la sua capacità di esaltare le capacità dei giovani hacker, a volte in maniera verosimile ed altre in modo più fantasioso, fece scalpore. Anche per questo motivo, il film è diventato una vera e propria pellicola di culto, più volte citata anche nei decenni successivi.

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Memorabile, da questo punto di vista, la partita a Tris a cui Joshua viene costretto ripetutamente a giocare. Prima di rendersi conto che – come nel caso della guerra – alla fine in certe condizioni non vince nessuno, e quindi l’unica mossa veramente vincente è quella di non mettersi neppure a giocare.

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3. Matrix

Dopo aver visto l’archeologia dell’informatica e i primi echi del suo avvento negli anni ’80, spostiamoci ora in avanti. Man mano che ci si avvicinava al nuovo millennio, infatti, si sono capite meglio le potenzialità degli elaboratori. E soprattutto sono diventati di largo consumo, finendo in mano a praticamente tutti gli abitanti del pianeta.

Matrix, il celebre film con Keanu Reeves dai pesanti risvolti filosoficiAlcuni di essi, come dicevamo anche in apertura, non si sono accontentati solo di utilizzare questi strumenti per finalità pratiche, ma hanno cercato anche di comprenderne il linguaggio, trasformandosi in programmatori o hacker.

E proprio sul linguaggio delle macchine, sulle sue peculiarità e allo stesso tempo le sue insidie, si fonda uno degli action movie più intriganti degli ultimi vent’anni: Matrix.

Lo stesso titolo del film è emblematico. Come certamente saprete, la matrice a cui si fa riferimento è infatti, nella finzione filmica, il linguaggio in cui è scritto un programma. Non un programma qualsiasi, però, bensì la stessa realtà (virtuale) in cui viviamo.

La realtà virtuale

Tutto ciò che ci circonda, infatti, nel film non è altro che un’illusione. Si tratta sostanzialmente di un software che ci viene proiettato nella mente e all’interno del quale ci troviamo a vivere senza rendercene conto.

Il protagonista del film, Neo, viene a conoscenza di questa verità grazie a un gruppo di combattenti della resistenza, che dall’interno di Matrix tentano di contrastare il dominio che le macchine hanno ormai assunto sull’intero pianeta.

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Lui, selezionato come l’eletto, si scopre quindi nell’ingrato ruolo di quello che sarà in grado, secondo alcune profezie, di comprendere il linguaggio di Matrix, decifrarlo e quindi governarlo. E che quindi porterà l’umanità alla salvezza.

Senza computer, ma con virus e antivirus

In realtà nel film di computer se ne vedono pochi. Giusto all’inizio, quando Neo ancora non sa la verità sul mondo, lo vediamo di tanto in tanto manovrare con un elaboratore, di cui è un utente piuttosto esperto. Poi però i computer scompaiono ma non scompare l’idea di fondo della pellicola, cioè una realtà scritta in un codice verde.

In questo modo si spiegano anche vari altri fattori, come la presenza di antivirus del sistema ma anche della capacità del personaggio interpretato da Keanu Reeves di deviare le pallottole e di plasmare in parte la realtà a suo piacimento.

Le due pillole in Matrix, simbolo dei dualismi tutti filosofici tra realtà e illusioneIl film è stato come sapete un grandissimo successo sia di critica che di pubblico. Dalla sua, d’altra parte, ha un ritmo incalzante, con una trama piena di combattimenti, inseguimenti e colpi di scena.

Il retroterra filosofico, inoltre, ne fa uno dei film più interessanti degli ultimi decenni, sicuramente già un classico. La pellicola ha inoltre avuto un paio di seguiti che, seppur intriganti, non sono riusciti a raggiungere l’equilibrio e la qualità del primo film della serie.

 

4. Millennium – Uomini che odiano le donne

Prima di essere un film, Uomini che odiano le donne, il quarto titolo della nostra lista, è stato un romanzo di grandissimo successo. Il suo autore è lo svedese Stieg Larsson, un giornalista purtroppo morto prematuramente, prima ancora che i suoi romanzi migliori arrivassero in libreria.

Dopo la sua morte, infatti, i suoi inediti sono stati pubblicati con grandissimo successo prima in patria e poi in tutto il mondo.

Millennium - Uomini che odiano le donneSi tratta di thriller piuttosto classici nello sviluppo della trama, anche se vicini a una sensibilità nordica che ultimamente rende molto bene nelle storie di tensione. In più, e questo è quello che qui ci interessa, all’interno della saga ci sono forti legami con l’informatica.

La protagonista femminile, ricomparsa poi in altri romanzi dello stesso autore, è infatti l’ormai celebre Lisbeth Salander, una hacker dal passato tormentato e vittima di rapporti spesso segnati dall’abuso da parte degli uomini.

Uomini che odiano le donne si inserisce in questo contesto, sia nella sua versione letteraria che in quella cinematografica.

I film

A proposito del film, c’è da dire che in realtà il romanzo di Larsson è stato adottato due volte per il grande schermo, a breve distanza l’una dall’altra. La prima è stata una produzione europea, realizzata con fondi tedeschi e scandinavi. La seconda invece è un remake realizzato in America per la regia di David Fincher.

Entrambe le versioni sono ben fatte e hanno i loro pregi. Forse la seconda, realizzata con tutti i crismi e con un cast anche di un certo rilievo ad Hollywood, è al momento quella più facile da reperire. Qui comunque parleremo in generale di entrambi i film.

La trama è piuttosto intricata, ma cerchiamo di darvi un assaggio di massima. Al centro della scena c’è un giornalista, Mikael Blomkvist, che, dopo una fallimentare causa giudiziaria, viene assunto da un ricco uomo d’affari svedese.

Quest’ultimo, a distanza di tanti anni dai fatti, vuole infatti dipanare un mistero che attanaglia la sua famiglia. La nipote Harriet è infatti scomparsa da cinquant’anni, probabilmente morta, ma non si è mai scoperto né il motivo, né il modo in cui è stata uccisa.

Le indagini di Mikael e Lisbeth

Per cercare di dipanare questa matassa, il giornalista ricorro all’aiuto proprio di Lisbeth, una donna ombrosa, segnata dalla violenza, che però è abilissima proprio col computer.

La sua capacità di trovare informazioni riservate e di far emergere nuove prove sarà fondamentale per la risoluzione del caso. Tanto che la ragazza diventerà di fatto la partner investigativa del protagonista.

Lisbeth Salander nella prima versione di Uomini che odiano le donneAnche in questo caso sia il romanzo che film hanno avuto dei seguiti, tanto è vero che si parla più propriamente di una vera e propria saga intitolata Millennium. I libri successivi si intitolano La ragazza che giocava con il fuoco e La regina dei castelli di carta.

A livello cinematografico, invece, in America si sta ultimando in queste settimane il sequel Quello che non uccide. La trama è però tratta dal quarto libro della saga, dal titolo omonimo, non scritto da Larsson ma redatto più di recente da David Lagercrantz, lo scrittore che è stato scelto per continuare la serie.

 

5. The Social Network

A ben guardare, finora abbiamo parlato di film perlopiù angosciosi. 2001: Odissea nello spazio ci presenta una macchina che mira ad uccidere gli esseri umani. Wargames ci mostra un mondo a un passo dall’olocausto nucleare. Matrix addirittura ci fa immaginare un mondo in cui le macchine hanno preso il potere.

La locandina americana di The Social NetworkInfine Uomini che odiano le donne, il film di cui abbiamo appena finito di parlare, insiste sulla figura dell’hacker segnato dal dolore e incapace di inserirsi in un contesto di vita normale.

Insomma, in generale questi film ci mostrano l’informatica come qualcosa di negativo, o comunque difficile da gestire. Sulla stessa falsariga, anche se con toni molto meno apocalittici, si pone anche The Social Network.

Il film tra l’altro è stato diretto nel 2010 dallo stesso David Fincher che aveva realizzato, appena l’anno prima, Uomini che odiano le donne. E aveva nel proprio cast delle giovani promesse che poi sono già diventate delle star, come Jesse Eisenberg e Andrew Garfield.

La storia di Mark Zuckerberg

La storia, in questo caso, è vera, perché si basa su fatti reali. E non si tratta affatto di una storia qualunque: il protagonista infatti è nientemeno che Mark Zuckerberg, il fondatore e proprietario di Facebook. Ovvero il principale social network presente nel nostro pianeta.

Fincher cerca infatti di raccontare la nascita di una delle più grandi e pervasive aziende della New Economy, basandosi su biografie e dati reali ma anche soprattutto su cause legali che Zuckerberg ha dovuto affrontare nel corso degli anni.

Il gruppo che creò Facebook, così come viene rappresentato nel filmCause non legate, almeno allora, ai problemi politici e sociali che Facebook sta facendo emergere in questi ultimi mesi, quanto piuttosto alla paternità del social network.

In questo modo il film ci racconta in maniera molto realistica in quale modo un piccolo genio dell’informatica ha avuto l’idea di costruire quello che sarebbe diventato il più importante sito del mondo. E come ha fatto a raccogliere i fondi, ad espandere i suoi affari e a proteggersi da chi stava tentando di governare con lui quella creazione.

Un ritratto umano, più che informatico

Nel film emerge così un ritratto che, più che focalizzarsi solo sull’informatica, cerca di abbracciare un problema più ampio: quello del rapporto tra vita virtuale e vita reale.

Zuckerberg era in quel momento infatti l’uomo più popolare del mondo, e forse lo è ancora oggi. Ma il film insiste molto sul fatto che era allo stesso tempo anche l’uomo più solo, perché tutti tentavano di prendergli qualcosa (per lo più soldi).

The Social Network quindi ci dà un ritratto della Silicon Valley e dei suoi problemi, ma dipinge anche un affresco del capitalismo, dei rapporti che instaura tra chi ha successo e chi invece sta a guardare. E soprattutto ci regala un’analisi della solitudine di chi preferisce l’affermazione personale al rapporto con gli altri.

 

 

Note e approfondimenti

[1] D’altronde, qualche anno fa sono emerse delle lettere scambiate, durante la fase di pre-produzione, tra Stanley Kubrick e uno dei suoi produttori, Roger Caras. In queste lettere, che possono essere lette qui, si parlava molto del film e di IBM (che aveva fornito qualche consulenza agli sceneggiatori), ma mai si faceva riferimento al fatto che la sigla avrebbe dovuto ricordare l’azienda americana.

 

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