Quando si parla di film thriller da vedere, i titoli che si citano sono quasi sempre gli stessi. Sono quelli che abbiamo menzionato spesso anche noi, in qualche nostro vecchio articolo: Psyco tra i classici, Il silenzio degli innocenti, Il collezionista di ossa o Terminator tra quelli stagionati, Le vite degli altri, L’uomo senza sonno o Argo tra i recenti. Senza contare i film di 007, a cui bisognerebbe dedicare vari articoli a parte.

Così facendo, però, ci si dimentica di tutti quei film straordinari ma meno noti, che rimangono sconosciuti a chi si avvicina al genere per la prima volta. Lo scopo del nostro articolo è coprire proprio questo buco: andare cioè a recuperare film vecchi e meno vecchi che però non hanno una gran fama, pur essendo dei capolavori.

I motivi del loro oblio, d’altro canto, sono vari. A volte si tratta di film vecchi, che quindi i più giovani stentano a conoscere. Altre volte sono pellicole originarie di zone del mondo diverse da quelle a cui siamo abituati. In certi casi sono anche, semplicemente, pellicole poco fortunate al botteghino.

Qualunque sia la causa, sono in questa lista perché si tratta di film da vedere assolutamente. Eccoveli, con un po’ della loro trama, giusto per farvi capire di che cosa si tratta.

 

1. Il segreto dei suoi occhi

Come abbiamo detto, alcuni dei film della nostra lista arrivano da cinematografie inusuali per i nostri schermi. Il primo, che è anche il più recente, è infatti Il segreto dei suoi occhi, film argentino del 2009 diretto da Juan José Campanella e vincitore, l’anno dopo, dell’Oscar per il miglior film straniero [1].

Il film è un thriller ambientato tra gli anni ’70 e ’90. Il protagonista è Benjamín Esposito, un agente dei tribunali federali che indaga sul brutale assassinio di una donna. Grazie soprattutto all’aiuto della bella Irene, sua collaboratrice, riesce a scovare un indiziato, anche se i due non trovano prove a suo carico.

Dopo una serie di peripezie riusciranno a far proseguire le loro indagini e ad ottenere qualche risultato, ma i colpi di scena si susseguiranno uno dopo l’altro e si propagheranno tra il passato e il presente.

Il bel thriller argentino

La storia, basata su un romanzo di Eduardo Sacheri – co-autore anche della sceneggiatura –, si muove benissimo tra i diversi momenti storici, tenendo sempre alta la tensione. E mescolando con grande maestria riferimenti politici a storie umane, suspense a indagini giudiziarie.

Merito, soprattutto, di Juan José Campanella, regista classe 1959 che il pubblico internazionale aveva cominciato a conoscere con Il figlio della sposa. Un regista che, tra l’altro, ha imparato i ritmi del thriller negli Stati Uniti, dirigendo molti episodi di Law & Order: Special Victims Unit.

Non è un caso che la pellicola sia piaciuta molto agli americani, tanto da portarli anche alla decisione di realizzarne un remake. Il film, decisamente inferiore all’originale argentino, si intitola sempre Il segreto dei suoi occhi ed ha nel cast Chiwetel Ejiofor, Nicole Kidman e Julia Roberts.

Il segreto dei suoi occhi
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Il Segreto dei Suoi Occhi
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2. Old Boy

Proviene invece dalla Corea del Sud il secondo film del nostro elenco, Old Boy. Datato 2003, diretto e co-sceneggiato da Park Chan-wook, il film è un thriller molto duro che, quando arrivò in Europa, destò molto scalpore.

Fu infatti ampiamente sponsorizzato da Quentin Tarantino, che, presidente della giuria al Festival di Cannes proprio nell’anno in cui questa pellicola vi fu presentata, riuscì a farle ottenere il Grand Prix Speciale della Giuria.

D’altro canto, l’estetica e la storia di Park ben si combinano con le idee registiche e narrative del collega americano, che non ha mai nascosto l’influenza che il cinema orientale ha esercitato su di lui. Ma Old Boy è, pur nella sua durezza, un film che può piacere a tutti gli appassionati di thriller.

Un uomo rapito

La storia comincia nel 1988, quando un uomo, padre di una piccola bambina, viene improvvisamente rapito e rinchiuso in un appartamento da cui non può uscire. Non ha la minima idea del motivo per cui sia stato portato lì, né la sua detenzione sembra avere alcuno scopo.

Passa in quell’appartamento ben 15 anni. Poi, un giorno, ancora senza motivo, viene narcotizzato e liberato. Gli viene lasciato però un cellulare, attraverso cui il rapitore si mette in contatto con lui. E gli dà qualche indizio per poter risolvere il mistero.

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La soluzione dell’enigma passerà però ancora attraverso una dose non indifferente di sofferenze e colpi di scena. Senza dimenticare un certo quantitativo di violenza, visto che il protagonista non è più disposto ad usare le “buone maniere”.

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3. Chinatown

L’ordine di questa lista, come vi sarete resi conto se l’avete velocemente scorsa, è cronologico. Siamo partiti infatti con le pellicole più recenti e adesso abbiamo intenzione di portarvi un po’ alla volta indietro nel tempo, fino ai classici del passato.

Il nostro primo passo è quindi quello che ci porta a Chinatown, film del 1974 diretto da Roman Polanski e interpretato da Jack Nicholson, Faye Dunaway e John Huston. Un film che, ambientato negli anni ’30, ha portato i critici a parlare di genere neo-noir.

Proprio in quegli anni, infatti, Hollywood sembrava scoprire il fascino dei thriller in bianco e nero degli anni ’40, i noir appunto, caratterizzati da storie dure, personaggi spietati, antieroi disillusi e un clima di incombente e diffuso pericolo.

Le indagini di J.J. Gittes

In effetti la trama di Chinatown segue proprio questo canovaccio, pur affidandosi al colore invece che all’antico bianco e nero. Jack Nicholson interpreta J.J. Gittes, un detective privato che si trova coinvolto in un grosso affare di corruzione e violenza a Los Angeles.

Assunto inizialmente per indagare su un marito fedifrago, si rende ben presto conto di essere stato usato per incastrare un ingegnere che dirige il dipartimento per l’acqua della città. Ingegnere che tra l’altro muore poco dopo, con la polizia che comincia a sospettare della moglie.

I segreti e i colpi di scena si rincorrono, mentre un po’ alla volta Gittes comincia a far luce sulla vicenda. Ispirato dai romanzi di Raymond Chandler, in cui un detective disilluso si scontra con la moralità deviata dei potenti, il film colpisce ancora oggi per la sua forza. Non a caso ottenne a suo tempo 4 Golden Globe e 11 nomination agli Oscar.

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4. La donna che visse due volte

In un elenco dei migliori thriller del passato non può mancare almeno un titolo di Alfred Hitchcock. Il re del brivido ha infatti sfornato, durante la sua carriera, molti dei capolavori del genere. Alcuni sono arcinoti e ne abbiamo parlato anche noi molto spesso. Ma altri, pur dello stesso livello qualitativo, a volte rischiano di venire dimenticati.

Noi oggi vogliamo segnalare La donna che visse due volte, uno dei suoi film più inquietanti e disturbanti. Realizzato nel 1958, vede come protagonisti James Stewart e Kim Novak, ma oltre che per gli attori e la storia si segnala anche per alcune invenzioni registiche (e tecniche) di grande impatto.

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In primo luogo ci piace ricordare la bella e famosa sequenza introduttiva di Saul Bass, che all’epoca fece scuola. Ma poi Hitchcock in questo film mise a punto il cosiddetto “Effetto Vertigo”, quella particolare tecnica che permette di simulare le vertigini tramite un uso incrociato di zoom e dolly.

La trama del thriller

Il film vede al centro un ex poliziotto, Scottie, che ha lasciato il lavoro dopo che, a causa delle sue vertigini, un collega è morto durante un inseguimento. Mentre si sta riprendendo viene contattato da un compagno di college, che gli chiede di sorvegliare la moglie, preda di una strana ossessione per una sua antenata morta suicida.

Scottie si mette quindi a pedinare la donna e finisce anche per salvarla quando questa si butta dal Golden Gate di San Francisco. Innamorato di lei, la scorta poco dopo in una vecchia missione spagnola che compare spesso nei sogni di lei. Qui, però, a causa delle vertigini non può evitare che la donna si uccida gettandosi da una torre.

Caduto in depressione, Scottie cerca faticosamente di rifarsi una vita, un anno dopo gli eventi. Ma finisce per imbattersi in una donna che, a parte il colore dei capelli, sembra assomigliare in tutto e per tutto alla ragazza morta suicida. E quello è solo l’inizio di una serie di ulteriori sorprese.

 

5. M – Il mostro di Düsseldorf

Concludiamo con un film sicuramente molto vecchio, ma non per questo troppo lontano dal nostro sentire. Stiamo parlando infatti di M – Il mostro di Düsseldorf, capolavoro di Fritz Lang addirittura del 1931, ma così in anticipo sui tempi, alla sua uscita, da poter essere interessante ancora oggi.

Realizzato nella Repubblica di Weimar poco prima dell’avvento del nazismo, il film prendeva spunto da alcuni fatti di cronaca nera. Negli anni precedenti, infatti, nella Germania del dopoguerra avevano fatto molto discutere un paio di diversi serial killer. E Lang colse la palla al balzo per trarre un film da quelle vicende.

M – Il mostro di Düsseldorf è infatti la prima pellicola a trattare il tema degli assassini seriali, oggi tanto di moda, e un precursore del genere noir che si sarebbe sviluppato in America pochi anni dopo.

Il talento di Peter Lorre

Il film segue le vicende di un maniaco – magistralmente interpretato da Peter Lorre – che agisce in una città tedesca. Al suo attivo ha già l’omicidio di 8 bambine, ma la polizia sembra brancolare nel buio, incapace di stanare un killer che agisce senza movente razionale.

Contro di lui decidono di agire, quindi, i criminali della città, anche perché la presenza massiccia della polizia nelle strade mette a rischio i loro affari. Grazie all’aiuto di un mendicante cieco riescono prima a tracciare una “M” [2] sulla giacca dell’assassino e poi a catturarlo, sottoponendolo a una sorta di processo.

Il film fu accolto benissimo in tutto il mondo, e quando sia Lang che Lorre lasciarono la Germania per l’avvento del nazismo trovarono quindi ponti d’oro anche in America. In Italia però non poté uscire – per il no della censura – né negli anni ’30, né nel dopoguerra. Arrivò nelle sale solo nel 1960, con un incredibile ritardo.

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Note e approfondimenti

[1] Qui potete vedere il momento della premiazione, quando Juan José Campanella fu chiamato sul palco da Pedro Almodóvar e Quentin Tarantino.
[2] La lettera è l’iniziale della parola Mörder, cioè “assassino”.

 

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