Cinque film da vedere nella filmografia di David Lynch

David Lynch, regista di culto e autore di una filmografia tra le più apprezzate e originali della storia

Ritengo che tra tutti i registi contemporanei, David Lynch sia il più rappresentativo e seminale. Al di là dei suoi film, infatti, al di là della sua arte, Lynch ha lasciato il segno con quel certo qual modo di mettere in atto la messa in scena, al limite del weird (e che spesso nel weird rientra pienamente), definendo i canoni attuali tra la rielaborazione del passato e un’idea nuova della strada da intraprendere. Le idee di David Lynch in effetti vengono dal profondo, forse persino dal subconscio, e vengono rielaborate attraverso la cultura di un uomo che l’arte visiva (scultura e cinema in primis) la conosce a menadito.


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Per tutti questi motivi è necessario conoscere l’opera di Lynch, affrontarne il percorso. Necessario ma assolutamente complicato, di sicuro non per tutti. Affrontare l’opera cinematografica di un uomo che non si è limitato solo al cinema durante la sua lunga carriera non è infatti la cosa più semplice del mondo. Per questo oggi parleremo di cinque film imprescindibili, cinque film da vedere assolutamente della filmografia di David Lynch.

 

Cuore selvaggio

A metà strada tra il thriller e il road movie

Cuore selvaggio è stato il quinto lungometraggio di David Lynch, girato nel 1990 più o meno in contemporanea con la fortunata serie TV I segreti di Twin Peaks (titolo originale: Twin Peaks), da cui il regista – che ne era ideatore e curatore – si era allontanato per diverbi con la produzione. Quello stesso anno Cuore selvaggio fu presentato al 43° Festival di Cannes, durante il quale vinse la Palma d’Oro come Miglior Film per giudizio insindacabile del presidente di giuria, Bernardo Bertolucci.

Sailor Ripley (Nicolas Cage), appena uscito di galera e in libertà vigilata, e Lula Pace (Laura Dern), l’amore della sua vita, sono in fuga da Marietta Fortune (Diane Ladd), madre di lei, e dagli uomini che la donna ha sguinzagliato loro dietro: l’investigatore privato Johnnie Farragut (Harry Dean Stanton) e il gangster Marcelles Santos (J.E. Freeman), entrambi vecchi e nuovi amanti della donna.

Cuore Selvaggio
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Sogno e violenza pop

A metà strada tra il thriller e il road movie, condito da elementi onirici e da un gusto pop e fumettistico per la violenza, Cuore selvaggio è il film che ha anticipato il pulp sul grande schermo e che, per la prima volta, ha proiettato il cinema del regista verso un gusto iperrealista per il grottesco.

Un viaggio on the road tra i desolati e splendidi scenari americani, fatti di boschi, deserti e piccoli paesi, di squallidi alberghetti dimenticati da Dio e discoteche dove il ballo somiglia ad un antico rito oscuro, proveniente da chissà quale mondo lontano e selvaggio. Il risultato è un viaggio formativo a metà strada tra la commedia dantesca e Il mago di Oz, uno dei lavori più estremi di Lynch nonostante non venga annoverato tra i suoi capolavori.

 

Velluto blu

Uno dei migliori e più rappresentativi film degli anni ’80

Velluto blu è il quarto lungometraggio di David Lynch, un esperimento riuscitissimo dopo il disastro rappresentato dal precedente Dune e che manifesta il desiderio del regista, sotto forma di metafora, di svelare la realtà che si cela dietro quel sipario che noi tutti chiamiamo normalità. In Velluto blu c’è l’America fatta a pezzi a colpi di MDP, le staccionate, gli alberi e i prati sradicati solo per vedere cosa c’è sotto. Con violenza, perché è la violenza a rivelare la verità di un mondo dal cuore selvaggio.

Jeffrey Beaumont (Kyle MacLachlan) trova in un prato un orecchio mozzato e, spinto dalla curiosità, comincia ad indagare grazie anche al supporto di Sandy (Laura Dern), figlia del detective Williams. Le indagini lo porteranno a conoscere Dorothy Vallens (Isabella Rossellini), cantante di nightclub, e Frank Booth (Dennis Hopper), psicopatico sadomasochista. Così la storia di un orecchio tagliato assumerà le sembianze di un viaggio da incubo.

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Con questo film, David Lynch sembra scoprire definitivamente se stesso e la strada che il suo cinema dovrà percorrere. Proprio per questo, al di là di una certa acerbità nel trattare quella che sarà una delle sue tematiche più importanti, in Velluto blu c’è la necessità di indagare la realtà estremizzandone le caratteristiche, tanto quelle positive quanto quelle negative. A metà strada tra thriller, dramma e weird, Velluto blu è considerato uno dei migliori e più rappresentativi film degli anni ’80. Fece incetta di premi e permise al suo regista di ottenere la seconda candidatura all’Oscar della sua carriera.

 

Una storia vera

Calore ed emozione

Una storia vera è un road movie lontano dalle solite tematiche e dallo stile lynchano, ma non per questo un film meno rappresentativo del suo cinema. Anzi, con questa pellicola il regista firma un atto d’amore verso l’America di provincia e i suoi panorami, la sua bellezza, la gente che la vive, quasi fosse una narrazione di frontiera.

Alvin Straight (Richard Farnsworth) è vecchio e malato. Vive in un piccolo paesino con la figlia disabile (Sissy Spacek) e ha troncato da tanti anni i rapporti con il fratello Lyle (Harry Dean Stanton) per non si sa quale antico litigio. Quando scopre che Lyle ha avuto un attacco di cuore, però, decide di raggiungerlo prima che sia troppo tardi. Partirà così per un lungo viaggio attraverso l’America a bordo di un tagliaerba.


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Una storia vera, prodotto dalla Disney, è un film atipico, da molti definito “normale” ma semplicemente più lineare rispetto ad altri del maestro. L’esempio di come si possa raccontare una vita on the road, semplicemente facendo parlare la storia e la strada che percorre. Ci si commuove, si sorride e alla fine si rimane con qualcosa che è diventato raro trovare nel cinema: calore ed emozione.

 

Mulholland Drive

Il film capolavoro nella carriera di David Lynch

Mulholland Drive è forse il film capolavoro nella carriera di David Lynch, un’opera weird, onirica, la somma di tutto il cinema del regista ma anche di più: di tutta la sua arte. Perché c’è l’esperienza filmica del Maestro, c’è quella televisiva e quella musicale. Forse è l’opera più matura ma anche quella più psicologica, che si presta ad un’infinità di letture.

Rita (Laura Harring) è una donna senza memoria sopravvissuta ad un tentato omicidio e ad un incidente stradale. Incontra Betty (Naomi Watts), appena arrivata a Los Angeles per cercare di realizzare il suo sogno d’attrice. Intanto Adam (Justin Theroux), un regista, lotta contro una losca famiglia per realizzare il suo ultimo film. Tutte storie che si intrecciano in Mulholland Drive, la celebre strada che attraversa il mondo del cinema hollywoodiano.

Un film su Hollywood

Nato per essere il pilot di una serie televisiva mai girata, Mulholland Drive è senza ombra di dubbio un’opera d’arte che si abbatte, come un’accetta, sul sistema hollywoodiano, quasi fosse un’indagine anatomica della fabbrica di sogni per eccellenza, giungla metropolitana e non più castello delle fiabe di disneyana memoria. Al di là di tutto questo, però, Mulholland Drive è un thriller dai toni dark e surreali, un puzzle di cui non è facile mettere assieme tutti i pezzi, la decostruzione di una storia noir. Irripetibile e imprescindibile.

 

Inland Empire

Il punto zero del cinema di David Lynch

Inland Empire è il punto zero del cinema di Lynch. Anzi, forse è il punto zero di tutto il cinema tout court. Un gioco di scatole cinesi senza soluzione di continuità, interamente (e per la prima volta nella storia del regista) girato in digitale. Il cinema inteso come viaggio extradimensionale o come sogno: nulla è reale, c’è solo l’occhio dello spettatore che osserva e rielabora. Un film forse al limite dell’arte visiva.

Nikki (Laura Dern) è un’attrice che viene scritturata per recitare in Il buio cielo del domani, remake di 47, un film polacco definito “maledetto”. E forse questa maledizione si abbatterà proprio su Nikki e tutta la troupe del film.

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Inland Empire
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Inland Empire più che un film è un’esperienza. Non importa come inizi o come finisca, è il racconto di un viaggio onirico apparentemente senza coordinate. Un viaggio in grado di terrorizzarci, farci piangere e sorridere. Noi spettatori ci perdiamo assieme alla protagonista, affrontiamo un percorso catartico e doloroso per arrivare in quel non-luogo le cui pareti sono quelle del nostro inconscio. Può non piacere, farsi odiare ed essere indigesto, ma non importa: Inland Empire decostruisce il cinema stesso, per la prima volta nella sua storia.

 

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