Cinque fondamentali aforismi sulla felicità di Aristotele

Alla scoperta della filosofia di Aristotele per quanto riguarda la felicità, tramite alcuni suoi celebri aforismi

Quella dell’ellenismo è stata un’epoca storica caratterizzata da varie vicende, più o meno importanti; convenzionalmente, la si fa iniziare con le prime imprese di Alessandro Magno, cioè nel 334 a.C., e terminare con la nascita dell’Impero romano, la morte di Cleopatra e il crollo del suo regno ellenistico, tra il 31 e il 30 a.C. Un’epoca che, almeno nei primi decenni, fu importantissima anche dal punto di vista filosofico, visto che il mondo greco assistette ad una grande rivoluzione – non la prima né l’ultima – che riguarda i temi e gli interessi dei pensatori.

Se, infatti, l’epoca precedente era stata contrassegnata dalla riflessione dei tre grandi filosofi di Atene, cioè Socrate, Platone e Aristotele, con l’avvento dell’ellenismo si formarono varie scuole interessate a questioni ben diverse da quelle che avevano attraversato la mente dell’avversario dei sofisti e dei suoi allievi: non più la polis e la politica, ma la felicità; non più l’esaltazione di un mondo ultraterreno perfetto, ma il tentativo di barcamenarsi in questo; non più filosofi che da soli lasciavano un segno indelebile nella storia, ma piuttosto scuole, che si arricchivano del contributo di molti.


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Quello di cui ci si dimentica presentando in questo modo i cambiamenti dell’ellenismo, però, è che molti di questi temi erano stati già anticipati da Aristotele. Lo stagirita, infatti, si era già distinto rispetto al suo maestro Platone dando poco spazio alla politica e invece affrontando di petto il tema della felicità, che manifestava il ripiegamento verso la dimensione privata che la filosofia aveva già cominciato ad assumere. Ma cosa ne pensava, Aristotele, della felicità? Com’era possibile raggiungerla? Cerchiamo di rispondere alla domanda tramite cinque suoi aforismi e citazioni famose su questo argomento.

 

La felicità sta nella vita secondo ragione

L’ingegno e la libertà

Aristotele si pone una domanda molto semplice: cos’è che rende felici gli uomini? Un musicista è felice quando suona bene il proprio strumento, un artigiano quando realizza un lavoro ben fatto; e un uomo, in generale, quando sarà quindi felice? La risposta è: quando farà bene il proprio compito. E qual è il compito specifico dell’uomo, qual è quella capacità che lo distingue dagli animali, dalle piante e dagli esseri inanimati? Aristotele lo definisce in maniera molto chiara parlando dell’anima: l’uomo è l’unico essere dotato di un’anima razionale, cioè è in grado di pensare. Come recita la famosa definizione aristotelica, l’uomo è un animale razionale.

Esercitare liberamente il proprio ingegno, ecco la vera felicità.

Pertanto, se la felicità deriva dal fare bene ciò che è più tipico di noi, e questo qualcosa è il pensare, ne deriva necessariamente che la vita che ci può rendere felici, la vita più perfetta, è quella in cui il pensare ha un ruolo centrale. Detta in altri termini, la vita secondo ragione.

 

La bellezza della natura

L’interesse scientifico di Aristotele

Come abbiamo accennato in apertura, Aristotele fu un filosofo molto diverso da Platone, suo maestro, anche se non antitetico come in passato si sosteneva. Diverse erano le indoli dei due filosofi, ma anche gli interessi: ad esempio Platone fu un grande appassionato di matematica, materia che occupava anche una posizione di grande rilievo all’interno del suo sistema, mentre Aristotele snobbò bellamente la disciplina amata dai pitagorici, dando invece ampio spazio alle scienze naturali, studiando a lungo la biologia delle piante e degli animali.

In tutte le realtà naturali v’è qualcosa di meraviglioso.

Proprio in una delle sue opere più famose in questo campo, Le parti degli animali, scrisse la frase che riportiamo qui sopra, che ben delinea il suo pensiero sul mondo. Nonostante il suo universo risultasse diviso in due – con una parte perfetta e una imperfetta, la nostra –, Aristotele non svalutò mai la materia in sé e per sé come aveva fatto il suo maestro, ritenendo anzi che proprio il mondo naturale fosse una delle vie principali per trovare la bellezza nel mondo e, di conseguenza, il senso di meraviglia e di felicità legati all’esercizio della ragione e dell’intelletto.

 

Filosofia e cultura, aiuto per gli uomini

Le frasi riportate da Diogene Laerzio

Già Socrate aveva descritto il filosofo come un innamorato, cioè qualcuno che sente la mancanza di qualcosa e tenta di colmare questa mancanza. Ma né lui, né Platone, che viaggiava sulla sua stessa lunghezza d’onda, avevano mai insistito più di tanto sui pregi e sui difetti della cultura nella vita quotidiana dell’uomo, insistendo piuttosto sulle persecuzioni a cui i filosofi erano spesso condannati dalla politica. Aristotele rovesciò la questione, mostrando come la filosofia potesse essere una consolazione, anche se non una delle più morbide.

La cultura è un ornamento nella buona sorte ma un rifugio nell’avversa.

Oltre alla frase che vi abbiamo appena riportato qui sopra, attribuita al fondatore del Liceo dal biografo Diogene Laerzio, bisogna ricordare anche quella che recita: «Le radici della cultura sono amare, ma i frutti sono dolci». Ovvero: studiare e filosofare costa fatica, ma può ripagare a lungo termine; e se anche in certe situazioni la cultura può sembrare inutile, in certe altre diventa decisiva per salvarsi dalle avversità e vivere meglio.


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Il problema del desiderio

Prima di Epicuro

Quando abbiamo dedicato spazio ad Epicuro e al suo pensiero, abbiamo sottolineato come un peso centrale nella sua filosofia della felicità l’avessero i desideri, veri ostacoli nella strada verso il raggiungimento della serenità. Questo concetto, che Epicuro rese centrale nel suo sistema, non era però in realtà del tutto inedito, visto che già Aristotele l’aveva introdotto, anche se con intenti diversi.

È nella natura del desiderio di non poter essere soddisfatto, e la maggior parte degli uomini vive solo per soddisfarlo.

La frase che avete appena letto, infatti, non venne scritta dallo stagirita nell’Etica nicomachea o in qualche altra opera morale, ma nella Politica, quando cioè quello che gli interessava non era dare un ideale di vita all’uomo ma mostrare come gli stati potessero degenerare. Il desiderio, insomma, venne studiato da Aristotele più in chiave pubblica che privata, anche se l’esito era comunque lo stesso: il desiderio era, a ben guardare, il principale impedimento verso il raggiungimento della felicità. E il guaio è che quasi nessuno se ne rendeva conto.

 

E Dio?

Il ruolo della divinità nella felicità umana

È evidente a tutti che una filosofia della felicità non può prescindere da Dio: una figura con cui, sia che ci si creda, sia che non ci si creda, bisogna inevitabilmente fare i conti. Lo sapevano bene le principali scuole ellenistiche, lo stoicismo e l’epicureismo, che avevano affrontato subito il problema come preliminare alla definizione delle vie per la felicità del saggio; e lo sapeva, prima di loro, anche Aristotele, che il tema l’aveva toccato all’interno della sua maestosa Metafisica.

Se, pertanto, Dio è sempre in quello stato di beatitudine in cui noi veniamo a trovarci solo talvolta, un tale stato è meraviglioso; e se la beatitudine di Dio è ancora maggiore, essa è oggetto di meraviglia ancora più grande. Ma Dio è, appunto, in tale stato! Ed è sua proprietà la vita, perché l’atto dell’intelletto è vita, ed egli appunto è quest’atto, e l’atto divino, nella sua essenza, è vita ottima ed eterna. Noi affermiamo, allora, che Dio è un essere vivente, sicché a Dio appartengono vita e durata continua ed eterna: tutto questo, appunto, è Dio!

Traducendo questo passo in un linguaggio più semplice, Dio, che è perfetto, vive la vita più perfetta e beata che si possa vivere, e cioè quella dedicata al pensiero e alla ragione. Dio è anzi l’atto del pensiero, cioè non fa nient’altro che questo, perché tutto il resto – agire, amare, costruire – non sarebbe degno della sua perfezione. Da qui deriva, ed è una conseguenza decisiva per la vita dell’uomo, che secondo Aristotele Dio non si interessa all’uomo, non lo ama né tantomeno interviene nelle sue vicende.

 

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