Cinque fondamentali date della Seconda guerra mondiale

Lo sbarco in Normandia

La Seconda guerra mondiale vanta una serie di tristi primati: è in assoluto il più grande conflitto armato della storia, sia per numero di vittime militari che civili, che per l’ampiezza dei fronti e per il numero dei paesi coinvolti. Se già la Grande Guerra, combattuta meno di trent’anni prima, aveva sconvolto il mondo, il secondo conflitto planetario finì per ridisegnarlo completamente, portando con sé un periodo di relativa pace, anche se caratterizzato da costanti tensioni.

Un evento così decisivo per la storia dell’umanità concentrato in poco meno di sei anni porta inevitabilmente con sé una serie di date che assumono un significato fondamentale; date che entrano anche nell’immaginario collettivo e vengono ricordate a lungo come simboli di una svolta o di un tracollo che nessuno si era aspettato prima. Abbiamo perciò selezionato le cinque giornate che, a livello planetario, sono forse le più importanti all’interno della Seconda guerra mondiale; a scanso di equivoci, diciamo però subito che abbiamo lasciato fuori sia la data di inizio del conflitto (il 1° settembre 1939) che, soprattutto, le date che riguardano la questione italiana (il 10 giugno 1940 con l’entrata in guerra, il 10 luglio 1943 con lo sbarco degli Alleati in Sicilia, il 25 luglio 1943 con la deposizione di Mussolini, l’8 settembre 1943 con l’annuncio dell’armistizio, il 25 aprile 1945 con la Liberazione), queste ultime perché di importanza locale.

 

10 maggio 1940

La guerra lampo alla Francia

Hitler a ParigiCome detto, niente spazio al 1° settembre 1939, che è sì una data importante – segna pur sempre lo scoppio della più grande guerra della storia – ma che è arcinota e sulla quale c’è poco da dire: l’esercito tedesco era meglio armato e meglio preparato di quello polacco e, anche grazie agli accordi con l’Unione Sovietica, ebbe ragione dei propri vicini in poche settimane. Più interessante è invece quello che accadde nel maggio dell’anno successivo, quando Hitler rivolse la sua attenzione e le sue armate sulla Francia.

Come ricorderete, prima dell’inizio della guerra il Cancelliere tedesco si era cautelato firmando un patto di non aggressione con l’Unione Sovietica (il patto Molotov-Ribbentrop), con cui tra l’altro si spartiva con Stalin la Polonia; questo, una volta sistemato l’obiettivo polacco, gli consentiva di rivolgersi senza troppi problemi ad ovest, per regolare i conti con quello che era sentito come il principale nemico della Germania, la Francia, il paese cioè che aveva imposto ai tedeschi le condizioni umilianti del Trattato di Versailles che aveva chiuso la Prima guerra mondiale.

L’inutilità della linea Maginot

L’attacco tedesco fu rapido e tremendo, come la tattica della blitzkrieg già sperimentata ad est imponeva: nonostante i servizi segreti belgi e alleati avessero intercettato dei documenti che mostravano le possibili manovre della Wehrmacht, l’esercito tedesco sfondò quasi senza problemi attaccando Belgio e Paesi Bassi e scendendo in Francia attraverso la Foresta delle Ardenne, che i generali francesi avevano giudicato un terreno troppo impervio per i mezzo corazzati.

In questo modo l’armata tedesca aggirò la linea Maginot che i francesi si erano febbrilmente occupati di costruire nei dodici anni precedenti e poterono puntare su Parigi, rivelando l’inadeguatezza dei comandi transalpini. I nazisti entrarono nella capitale da trionfatori il 14 giugno e il 16 la Francia chiese l’armistizio: la parte settentrionale del paese fu occupata direttamente dai tedeschi, mentre al sud si formò un nuovo stato formalmente indipendente (ma collaborazionista), che manteneva le colonie ed era affidato al maresciallo Philippe Pétain.

 

7 dicembre 1941

L’attacco giapponese a Pearl Harbor

L'attacco alla flotta americana a Pearl HarborIl 1939, il 1940 e, per certi versi, anche il 1941 furono anni trionfali per la Germania. In breve tempo assoggettò direttamente o indirettamente quasi tutta l’Europa, soccorrendo anche l’alleato italiano che intanto era entrato nel conflitto per trarne un rapido profitto ma aveva incontrato una serie di clamorosi fallimenti.

Gli errori di Hitler, a questo punto, furono probabilmente due: da un lato, nel giugno 1941 attaccò la Russia sottovalutando la forza dell’avversario; dall’altro, non impedì al Giappone di coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto. In realtà, questi errori sono, ad un’analisi più attenta, meno gravi di quello che potrebbero sembrare: gli USA già da tempo aspettavano una scusa per poter entrare in guerra e, soprattutto, attendevano solo di essere militarmente ed economicamente pronti; la loro discesa in campo era questione di tempo. Fu anche per questo che Hitler decise di accelerare i tempi con l’Unione Sovietica, convinto di potersi sbarazzare del pericolo rosso prima che Roosevelt venisse in soccorso della Gran Bretagna.


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A complicargli i piani, oltre alla feroce resistenza sovietica, fu l’intraprendenza dell’alleato giapponese. Secondo gli accordi, all’Impero nipponico sarebbe toccato il controllo del sud-est asiatico, ma la sua invasione dell’Indocina, ormai non più protetta dalla Francia, aveva portato gli Stati Uniti a dichiarare l’embargo vero il Giappone. L’attacco nipponico a Pearl Harbor, che si verificò appunto il 7 dicembre 1941, fu quindi non un atto suicida, ma l’unica carta che era rimasta da giocare ai giapponesi se volevano mantenere il loro piano, visto che le riserve petrolifere erano ormai vicine all’esaurimento.

Così, senza aver preventivamente dichiarato guerra e quindi in maniera altamente scorretta e inusuale, gli aerei giapponesi attaccarono la flotta statunitense ormeggiata a Pearl Harbor, alle Hawaii, distruggendo tutte le navi che erano lì ancorate e quindi infliggendo gravissimi danni alle forze armate americane, che impiegarono qualche mese a riorganizzarsi. Il presidente Franklin Delano Roosevelt lo chiamò il “giorno dell’infamia” e poté sfruttare il sentimento di riprovazione verso i giapponesi dell’opinione pubblica per spingere il suo paese a combattere sia sul Pacifico che in Europa.

 

2 febbraio 1943

I russi vincono a Stalingrado

Soldati della Wehrmacht a StalingradoL’anno più importante della Seconda guerra mondiale fu indubbiamente il 1943, e, all’interno di quei dodici mesi, la data fondamentale fu quella del 2 febbraio. In quel giorno, infatti, terminò definitivamente la lunga e sanguinosa Battaglia di Stalingrado, che segnò un cambiamento di rotta decisivo nelle sorti della campagna di Russia.

Come abbiamo anticipato, la Germania attaccò l’Unione Sovietica a partire dal 22 giugno 1941, sperando di poter concludere tutte le operazioni prima dell’arrivo dell’inverno. E in effetti, i primi mesi furono trionfali per la Wehrmacht, che penetrò profondamente nei territori sovietici, arrivando praticamente ad assediare Leningrado e conquistando Kiev e tutta l’Ucraina. L’esercito tedesco, però, non riuscì a sferrare l’attacco decisivo per piegare le forze sovietiche, che erano fortemente provate ma non ancora distrutte, e l’arrivo dell’inverno permise a Stalin e ai suoi di riorganizzarsi.

Hitler aveva avuto troppa fiducia nella forza del suo esercito, mandandolo allo sbaraglio con un equipaggiamento leggero, completamente inadatto al rigido inverno russo, il cui fango e il cui ghiaccio non permettevano le veloci avanzate che avevano caratterizzato tutte le prime azioni dei nazisti; d’altro canto, gli alleati (italiani, rumeni e ungheresi, perlopiù) non riuscirono a dare l’aiuto sperato.

Stalingrado, una città strategica posta tra il Don e il Volga e oggi ribattezzata Volgograd, divenne presto il punto cardine degli scontri, che divennero sanguinosissimi. Nel giro di qualche mese, però, le truppe tedesche iniziarono ad avere la peggio e la sesta armata fu presto sbaragliata. Quella vittoria dei russi fu la prima vera sconfitta militare e politica del Reich, ma quella decisiva: da lì in poi l’Armata Rossa avanzò velocissima verso la Germania, senza che il nemico potesse più realmente riprendersi.

 

6 giugno 1944

Lo sbarco in Normandia

Lo sbarco in NormandiaRimaniamo agli Stati Uniti, che, soprattutto dopo la vittoria a Stalingrado dell’Unione Sovietica e la sua prepotente avanzata verso Berlino, divennero i principali attori sullo scacchiere di guerra: era infatti ormai chiaro che l’esito della guerra pendeva verso gli Alleati, ma non era affatto evidente come l’Europa e il mondo sarebbero usciti ridisegnati dai trattati di pace. Gli Stati Uniti – il cui presidente Roosevelt continuava a intrattenere frequenti rapporti diplomatici sia con Stalin che con Churchill – avevano l’esigenza di aprire un fronte in Europa e marciare parallelamente all’Armata Rossa, in modo da poter poi avanzare pretese su almeno una parte del vecchio continente.

L’apertura di un secondo fronte ad ovest, d’altra parte, era stata più volte invocata dallo stesso Stalin tra il 1942 e il 1943: il dittatore russo, infatti, aveva passato momenti di tremenda difficoltà durante l’Operazione Barbarossa, cioè l’invasione del suo paese da parte delle truppe naziste, e sperava che Gran Bretagna e Stati Uniti potessero alleggerire la pressione tedesca impegnando una parte delle forze del Reich a Occidente. Un atto che Roosevelt pare fosse anche ben disposto a compiere, ma che fu frenato da Churchill, che preferì che tedeschi e russi si indebolissero e fiaccassero a vicenda per qualche mese.


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Nella primavera del 1944, coi russi che puntavano su Berlino, si era però ormai capito che non c’era più tempo da perdere. Già l’anno prima gli angloamericani erano sbarcati in Sicilia partendo dall’Africa, facendo così cadere il governo italiano e iniziando a liberare l’Italia, un’impresa che però si era rivelata più complessa del previsto. Bisognava però mettere le mani sulla Francia e così il 6 giugno 1944 – data denominata D-Day – il generale Dwight Eisenhower diede l’ordine di effettuare lo sbarco su una serie di spiagge della Normandia, la più famosa delle quali è quella che fu ribattezzata dagli americani Omaha Beach.

Lo sbarco, compiuto alle prime ore dell’alba e supportato da forti bombardamenti e dalle truppe aviotrasportate, fu particolarmente complesso e provocò molte vittime, perché nel frattempo i tedeschi avevano creato quello che definivano il Vallo Atlantico, cioè una serie di fortificazioni che dalla Francia arrivavano fino alla Danimarca e poi su in Norvegia, per impedire agli inglesi e ai loro alleati di sbarcare sul continente. Ma alla fine gli angloamericani (supportati da ingenti truppe canadesi) riuscirono a superare quella prima resistenza e a organizzare una testa di ponte che sarebbe diventata la principale via per portare truppe che puntassero prima su Parigi e poi su Berlino.

 

6 agosto 1945

La bomba atomica su Hiroshima

Il fungo atomico sopra a NagasakiScegliendo le date più importanti della Seconda guerra mondiale, avremmo sicuramente potuto optare per quella che ha chiuso quel sanguinoso conflitto, se non fosse che in realtà di date di questo tipo ce ne sono varie: per l’Italia la guerra finì il 25 aprile 1945, in Europa si concluse invece l’8 maggio con la resa della Germania, mentre perché si arrendesse pure il Giappone si dovette aspettare il 15 agosto. C’è una data che però segna il colpo decisivo alle resistenze delle potenze dell’Asse e l’inizio di una fase nuova: il 6 agosto 1945, giorno del lancio della bomba atomica su Hiroshima.

Come sapete, per tutta la durata della guerra sia gli Stati Uniti che la Germania lavorarono attivamente alla costruzione di un ordigno nucleare. Gli studi, condotti da alcuni dei più importanti fisici dell’epoca, erano considerati decisivi per l’esito del conflitto: il primo paese che fosse riuscito a costruire una bomba di questo tipo avrebbe probabilmente vinto la guerra. Fortunatamente i tedeschi non ci riuscirono, mentre gli americani, grazie al lavoro di fisici come Robert Oppenheimer, furono pronti già nei primi mesi del 1945.

Le bombe furono in realtà due: la prima, appunto il 6 agosto, venne sganciata su Hiroshima, città del sud del paese; la seconda tre giorni più tardi, il 9 agosto, sulla vicina Nagasaki. In tutto Little Boy e Fat Man – questo il nome in codice che gli americani diedero agli ordigni – fecero più di 200mila vittime, quasi completamente civili, dimostrando sì la potenza delle bombe e costringendo alla resa senza condizioni i giapponesi, ma anche lasciando un profondo sgomento in tutto il mondo.

L’ordine di Truman

L’ordine era stato dato dal nuovo presidente, Harry Truman, succeduto a Roosevelt alla morte di quest’ultimo, passando dopo appena tre mesi di mandato da vicepresidente a capo della più potente nazione del pianeta. Nell’annuncio che diede alla radio, Truman disse che l’obiettivo era una base militare; si trattava in realtà di una metropoli popolata di civili, senza alcun obiettivo strategico. La decisione americana di bombardare è stata, di conseguenza, molto criticata: molti scienziati si dissociarono, alcuni osservatori la proclamarono un crimine di guerra, altri anche un atto di terrorismo. In effetti, per quanto la RAF e la Luftwaffe avessero bombardato a lungo città e obiettivi civili, questo fu il primo caso di una strage di tale portata.

La motivazione ufficiale statunitense è che solo quella tragedia poteva porre immediatamente fine alla guerra. La conquista dell’isola di Okinawa, d’altronde, era costata 140mila vittime solo 8 settimane prima, e l’invasione del Giappone – che i comandi americani avevano già preparato – probabilmente avrebbe avuto un numero di vittime almeno triplo. Inoltre, l’Unione Sovietica aveva pronta, da par suo, un’invasione simile e l’America voleva evitare di dover poi spartire le sue sfere di influenza col futuro nemico rosso. Infine, particolare non di poco conto, lo sgancio delle bombe rappresentava anche una prova di forza inequivocabile per il dopoguerra, che avrebbe dimostrato ai russi che gli americani possedevano l’atomica.

 

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