Quasi ogni filosofo, si sa, fa storia a sé. Molto spesso, anzi, i pensatori si rinfacciano l’uno con l’altro le diverse teorie, azzerando il percorso fatto dal loro predecessore e cercando di criticare ogni conclusione a cui l’altro è giunto. Per questo è sempre difficile trovare degli elementi di continuità, soprattutto nel lungo periodo, quando il peso delle correnti si fa meno forte e il naturale cambiamento dei temi porta a differenziare le analisi e le dottrine.

Ciononostante, è possibile rintracciare dei fili conduttori non tanto nelle ipotesi e nei contenuti, quanto nello stile filosofico, nel modo di indagare il mondo e interpretarlo. Per questo abbiamo individuato cinque fondamentali dualismi della storia della filosofia che, sebbene molto diversi per quanto riguarda i termini del binomio, segnano una costante nel modo di analizzare la realtà. Vediamoli insieme.


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Il mondo delle idee e il mondo delle cose sensibili

Platone e il mito della caverna

Platone riprese molti dei più importanti dualismi della storia della filosofia a lui precedenteSe da un dualismo dobbiamo partire, tanto vale farlo da quello che per Nietzsche era il fondamentale della cultura occidentale. Ovvero quello posto da Platone tra il nostro mondo e una realtà superiore, perfetta e immutabile che lui chiamava Mondo delle idee.

Di questa dottrina il filosofo greco parla a più riprese in tutta la sua produzione. L’esposizione forse più coerente e convincente però la si trova all’interno del più famoso dei suoi dialoghi, Repubblica, e in particolare nel cosiddetto mito della caverna. Platone presenta le sue idee tramite infatti un racconto metaforico in cui uno schiavo si trova fin dalla nascita incatenato ad un muro posto all’interno di una caverna. Questo muro gli impedisce di guardare verso l’esterno e gli permette solo di scorgere le ombre di vari oggetti che vengono trasportati da un punto all’altro della caverna stessa.

La liberazione dello schiavo

Ad un certo punto lo schiavo riesce a liberarsi. Prima si rende conto che quelle che vedeva erano solo ombre e non cose reali. Poi riesce anche ad uscire dalla caverna e, dopo essersi abituato alla luce esterna, capire che c’è un mondo migliore, là fuori. Infine, torna all’interno per cercare di liberare gli altri schiavi ma viene da questi ucciso perché, rientrato nell’oscurità, appare improvvisamente cieco e vaneggiante.

Lo schiavo è il filosofo. Si accorge che quello che vediamo nel mondo è solo apparenza, illusione, e riesce con un certo sforzo a liberarsi dalle passioni. Tutto questo lo porta a scoprire che il nostro mondo è solo la copia, l’imitazione di una realtà ben migliore e perfetta. Quando però prova a comunicare questa scoperta ai suoi simili, viene da questi deriso e non compreso, tanto è vero che – come Socrate – rischia addirittura la morte.

L’apparenza del mondo

Il nostro mondo è quindi solo apparenza, e la conoscenza di esso, di conseguenza, non è che semplice opinione, perché la realtà è talmente mutevole da non darci alcuna sicurezza. L’Iperuranio (altro nome con cui il filosofo di Atene identifica il Mondo delle idee) è invece eterno e immutabile, e quindi la conoscenza delle idee è l’unica vera forma di scienza.

Questo dualismo tra un mondo terreno imperfetto e un mondo celeste perfetto sarà alla base, attraverso la mediazione del Neoplatonismo, di buona parte della teologia cristiana da Agostino in poi.

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Res cogitans e Res extensa

Cartesio e il dualismo tra anima e corpo

Cartesio, il padre del dualismo fondamentale dell'età modernaDi dualismi è tutto sommato piena la filosofia antica. I pitagorici – ai quali si rifaceva lo stesso Platone – dividevano la realtà in pari e dispari, convinti che il mondo avesse le stesse caratteristiche dei numeri. Parmenide, altro importante modello per Platone, parlava di due vie per conoscere, quella della verità e quella dell’opinione. Eraclito divideva l’umanità in desti e dormienti. Quasi tutti i presocratici, infine, sottolineavano come il mondo fosse popolato da opposti, che erano perennemente in lotta tra loro senza che uno riuscisse a prevalere sull’altro.

Ma se quasi tutti questi dualismi si trovavano riassunti in fondo nell’opera di Platone, quello messo in campo nel ‘600 da Cartesio era tutto sommato inedito per la storia della filosofia, anche se fortemente influenzato dalla teologia cristiana. Il pensatore francese, infatti, partendo alla ricerca di un fondamento indubitabile della nostra conoscenza, si rese conto che l’unica cosa assolutamente certa è che noi esistiamo, o, meglio, che io stesso, per il solo fatto di poter dubitare di tutto, devo per forza esistere (da cui il celebre aforisma cogito ergo sum).

L’inganno dei sensi

Ma, almeno all’inizio, io non posso essere sicuro di esistere in quanto corpo. Non posso, cioè, essere sicuro di avere due braccia, due gambe, due occhi, perché tutto questo potrebbe essere un sogno o un inganno dei miei fallaci sensi. No, io posso essere certo di esistere solo in quanto qualcosa che pensa, cioè una sostanza pensante (res cogitans), che per Cartesio è immateriale.

Partendo da questa res cogitans e dimostrando, attraverso tre prove razionali, l’esistenza di un Dio buono che non può avermi creato per ingannarmi, Cartesio conclude che, oltre alla sostanza pensante, esiste anche un’altra realtà. Questa realtà viene chiamata res extensa e comprende tutto ciò che è materia.

Ci troviamo così di fronte al dualismo che dominerà l’età moderna almeno fino a Kant. Da una parte la materia, che è soggetta alle leggi della fisica e che quindi è meccanicamente determinata. Dall’altra qualcosa di molto simile all’anima, che è invece libera.

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Fenomeno e noumeno

Kant e l’inarrivabile cosa in sé

Immanuel Kant in un ritratto giovanileCome abbiamo visto, i dualismi spesso – almeno fino a un certo punto dello sviluppo della storia della filosofia – furono alla base di un’indagine gnoseologica che poi si trasformava in ontologica. O, detta in altri termini un po’ più semplici, si partiva analizzando la conoscenza e si finiva per parlare dell’essere, della realtà.

Qualcosa di simile avvenne anche nella riflessione di Immanuel Kant, che non a caso è considerato il filosofo che ha chiuso – forse definitivamente – una certa stagione del pensiero. Il nativo di Königsberg infatti notò che quello che conosciamo non è mai la cosa in sé (che lui chiamava noumeno), ma la cosa come viene percepita dai nostri sensi e dalla nostra forma mentis (o, per essere più specifici, dalle forme a priori della nostra mente). Cioè quello che lui chiamava il fenomeno, la realtà come appariva a noi.


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In pratica, quando noi guardiamo, tocchiamo o in qualche modo percepiamo la realtà che ci circonda, non riusciamo mai a coglierla pienamente per ciò che essa è, in quanto il solo percepire una cosa fa sì che quella percezione venga mediata e organizzata dai nostri sensi e dal nostro modo di ragionare. Non è detto, però, che la realtà risponda esattamente ai nostri sensi e che noi riusciamo a coglierla nella sua pienezza.

Una X inconoscibile

Per il questo il noumeno per Kant è una X inconoscibile, un obiettivo che non potremo mai raggiungere. Un obiettivo che rimane però come un monito, a ricordarci che la nostra conoscenza è sempre limitata e sicura solo fino a un certo punto.

Questa distinzione sarà poi alla base di tutta la riflessione immediatamente successiva a Kant. Avremo infatti filosofi idealisti che cercheranno di superare questo dualismo riunendo soggetto e oggetto in una realtà infinita ed altri, come Schopenhauer, che si diranno continuatori del pensiero di Kant, pur in fondo tradendolo e rovesciandone i termini, trasformando il fenomeno in un’illusione e il noumeno nell’unica certezza.

 

Capitalisti e proletari

La dialettica marxiana

Karl MarxLa seconda metà dell’Ottocento segna un profondo cambiamento nell’ambito della filosofia. Se, infatti, fino a quel punto i temi principali erano sempre e comunque quelli classici – sui limiti della conoscenza, sull’esistenza di Dio, sulla natura delle cose –, la comparsa in scena di tre pensatori rivoluzionò tutto. Erano filosofi tra loro diversissimi ma accomunati da una certa tendenza distruttiva: Marx, Nietzsche e Freud.

Visto che sia Karl Marx che Friedrich Nietzsche lo fecero, tra l’altro, utilizzando altri interessanti dualismi, chiudiamo la nostra cinquina parlando di questi due “maestri del sospetto”. Per quanto riguarda Marx bisogna dire che il suo dualismo si basa in realtà su una triade, quella dialettica hegeliana.

La critica di Marx a Hegel

Secondo Hegel, infatti, l’Assoluto – e di conseguenza tutta la realtà – rendeva manifesta la sua presenza nel mondo tramite un percorso formato da tre tappe fondamentali, l’ultima delle quali costituiva una sintesi dei contrasti emersi nelle due tappe precedenti. Marx, molto più realista e materialista di Hegel, notò che la conclusione positiva e rassicurante di ogni lotta che emerge nel mondo era solo una pia illusione. E che nella realtà delle cose quando due forze arrivano a scontrarsi non c’è nessuna equa pacificazione finale, ma semplicemente una forza che trionfa e l’altra che perde.

Così è sempre stato e così sarà anche per lo scontro tra proletari e capitalisti. I primi sono la classe emergente, che si identifica con le forze produttive (sono loro, infatti, che producono i beni), mentre i secondi sono la forza egemone ma in decadenza che si identifica coi rapporti di produzione (hanno infatti dalla loro la legge e il possesso dei mezzi di produzione).

Come in passato la borghesia si è scontrata con l’aristocrazia uscendone vincitrice, così il proletariato è destinato a fare lo stesso con la borghesia. E questo avverrà, secondo Marx, anche a causa di alcuni limiti insiti nella stessa economia capitalista, che porta in sé i germi della propria disfatta.

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Spirito dionisiaco e spirito apollineo

Nietzsche e le due categorie interpretative del mondo

Friedrich NietzscheConcludiamo, come anticipato, con Friedrich Nietzsche, filosofo che si definiva – non sbagliando poi di molto – “una dinamite”. Il dualismo che lui mette in campo emerge già in una delle sue primissime opere, La nascita della tragedia, pubblicata nel 1872, quando Nietzsche aveva appena 28 anni.

Qui infatti il filosofo tedesco individua due categorie interpretative proprie del mondo antico, quelle che chiama spirito dionisiaco e spirito apollineo, ispirandosi evidentemente alle divinità di Dioniso e Apollo. Il primo spirito è quello che riesce a cogliere il lato caotico dell’esistenza, quello che capisce che molte delle cose che accadono nel mondo sono senza senso, casuali, immotivate, e che all’interno di questa mancanza di senso si trova tutto sommato bene.

L’irrazionale

Non a caso, Dioniso era il dio dell’ebbrezza, della danza scatenata, della sessualità. Nella tragedia greca quest’aspetto era presente nella forma della musica, che tra le arti era quella che più di tutte toccava le corde irrazionali dell’animo umano.

Il secondo spirito, invece, è quello che tende a razionalizzare il mondo, a cercare le cause e gli effetti, a vedere un senso in tutto quello che accade. In questo modo tende a dare sicurezza all’uomo, che davanti a un mondo ordinato e coerente si sente in qualche modo difeso.

La colpa di Socrate e dei suoi eredi

Non per nulla, lo spirito apollineo è quello che diventerà dominante proprio “per colpa” dei filosofi che verranno da Socrate in poi. Filosofi che, nel loro tentativo di razionalizzare l’esistente, soffocheranno quasi completamente lo spirito dionisiaco, condannando l’umanità a una fuga dalla realtà della vita. E, di conseguenza, a un’esistenza molto più facile da sopportare ma contemporaneamente del tutto vana.

Ancora oggi, secondo Nietzsche, questi due spiriti sono in competizione tra loro. Da un lato c’è chi dice sì alla vita e ne accetta il carattere caotico e insensato (ed è il caso, in fondo, dell’oltreuomo). Dall’altro c’è chi, invece, cerca rifugio in spiegazioni logiche e razionali, in costrutti più o meno metafisici che però costituiscono una fuga, ormai neppure tanto mascherata, da ciò che realmente siamo.

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