Cinque fondamentali tappe verso il suffragio universale in Italia

La celebre foto in cui una donna festeggia l'esito del referendum istituzionale del 1946, il primo a suffragio universale

Avrete seguito, sicuramente, i fatti della Brexit. Del referendum, cioè, con cui il Regno Unito ha deciso democraticamente di uscire dall’Unione Europea. L’esito di quella consultazione è stato molto combattuto, portando a una serie di sconvolgimenti – sia interni alla Gran Bretagna che esterni ad essa – non indifferenti. Ma ha avuto anche come conseguenza l’esplosione di un certo malcontento nel corpo elettorale.

Come funziona la democrazia?

Nei giorni immediatamente successivi al referendum, infatti, tutti i giornali hanno riportato le dichiarazioni di vari elettori britannici, mostrando come molti non avessero minimamente capito il significato del voto. Questo ha riportato a galla un vecchio tema, divenuto attuale in questi ultimi tempi in cui i populismi, in tutto il mondo, tendono a crescere: la democrazia è davvero il miglior sistema per governare un paese? Soprattutto una democrazia in cui è evidente che non tutti sono informati o consapevoli?

In America c’è anche stato chi, provocatoriamente, ha proposto una sorta di democrazia a punti. O un diritto di voto basato sul superamento di determinati test d’intelligenza. Tutte ipotesi che servono solo a far parlare al bar o sui social network, certo, ma che ci permettono, forse, di riscoprire le vere radici della nostra democrazia. Perché il suffragio universale è stata una conquista a cui siamo arrivati, anche in Italia, a costo di lotte e sacrifici, di dittature e guerre. E forse vale la pena di ricordare le tappe fondamentali di quel percorso.


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Toscana, 1848: si comincia con il suffragio anche femminile

L’innovativo Statuto emanato da Leopoldo II

Leopoldo II, Granduca di ToscanaIl primo, serio passo italiano verso il suffragio universale bisogna individuarlo, a nostro avviso, nella Firenze del 1848. Quell’anno, come certamente ricordate, fu decisivo per le sorti non solo dell’Italia ma dell’intera Europa. La cosiddetta “Primavera dei popoli” spiegò le proprie ali in quasi tutti i paesi e portò spesso alla concessione di nuove Costituzioni e alla nascita di regimi più liberali.

In Toscana all’epoca regnava il Granduca Leopoldo II, esponente degli Asburgo-Lorena (da non confondere col Leopoldo II che governò a Vienna e che era stato qualche decennio prima anche Granduca di Toscana, ma col nome di Leopoldo I). Di carattere piuttosto gioviale, il sovrano aveva varato già da prima di quelle date una politica molto accomodante, aperta alle richieste del popolo e parzialmente “illuminata”. Così, quando l’elezione di Pio IX al soglio pontificio sembrò aprire una nuova stagione di riforme, si convinse a concedere al suo popolo uno Statuto, che precedette di qualche mese quello Albertino emesso nel Regno di Sardegna.

L’Assemblea elettiva

Questo Statuto prevedeva che il potere legislativo fosse affidato a due assemblee, anche se il Granduca conservava il diritto di veto sulle leggi. Una camera era il Senato, di nomina regia; l’altra era il Consiglio Generale, che invece – novità – era era elettivo. A sancire chi poteva votare era una apposita legge elettorale che introduceva un suffragio censitario, cioè basato sul reddito e le proprietà. Cosa che, per l’epoca, era già una consistente innovazione.

L’elemento più interessante, però, è che questo suffragio ristretto era aperto anche alle donne: le possidenti, infatti, potevano votare. Certo, le donne che disponevano di un patrimonio personale erano pochissime, ma per la prima volta la legge le equiparava – almeno nei diritti politici – agli uomini. Purtroppo questo Statuto ebbe vita breve. Fu emanato a febbraio, e già a marzo Leopoldo II inviò le sue truppe per combattere al fianco di quelle piemontesi contro gli austriaci. La sconfitta e i contrasti con il Regno di Sardegna lo convinsero e lo costrinsero a fare marcia indietro. Lo Statuto venne subito disatteso e infine abrogato nel 1852.

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Roma, 1849: il primo suffragio (teoricamente) universale

La Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi

La Costituzione della Repubblica Romana, con cui si istituiva il suffragio universale, almeno formalmenteGli eventi del 1848 portarono anche ad alcune esperienze repubblicane. La più importante delle quali fu probabilmente la Repubblica Romana, che nacque nel febbraio 1849 e rimase in vita solo fino al luglio dello stesso anno. Fu importante sia per l’importanza simbolica di Roma, sia per la cacciata del papa, sia ancora perché nella futura capitale d’Italia accorsero tutti i più importanti rivoluzionari dell’epoca. Lì troviamo, con compiti diversi, sia Giuseppe Mazzini che Giuseppe Garibaldi, oltre a un giovane Goffredo Mameli, l’autore del nostro inno.

Quella fu praticamente l’unica occasione in cui Mazzini poté mettere realmente in pratica le proprie idee politiche. E una di queste verteva sul suffragio universale, tema su cui si era già espresso più volte nei propri scritti negli anni precedenti. In ossequio ai principi illuministi, democratici e repubblicani venne abolita la pena di morte e venne ammessa la libertà di culto, mentre dal punto di vista elettorale si varò, appunto, il suffragio universale.

Donne escluse per consuetudine

Formalmente, non veniva fatta alcuna distinzione tra maschi e femmine. Si parlava, nella Costituzione, di semplice diritto di voto, senza eccezioni. A votare, però, nei fatti furono solo gli uomini. La consuetudine era dura a morire e la questione femminile non era ancora sentita, spesso neppure dalle stesse donne. In ogni caso, l’esperienza politica di quella Repubblica fu talmente breve che non fu possibile metterla alla prova del tempo.

 

Regno d’Italia, 1912: il suffragio universale maschile, anche se ristretto

Le eccezioni alla legge del governo Giolitti

Giovanni Giolitti negli anni '10 del NovecentoCome sapete, quando l’Italia si unì, nel 1861, adottò in toto il corpus legislativo del Regno di Sardegna. E quindi lo Statuto Albertino divenne la carta fondamentale dello Stato. Pertanto il diritto di voto era garantito su base censitaria, e ovviamente solo ai maschi. I tempi però si evolsero rapidamente. Dalla destra storica si passò alla sinistra storica, poi al governo arrivarono prima Francesco Crispi e in seconda battuta Giovanni Giolitti, che dominarono politicamente il loro tempo.

Giolitti, in particolare, fu ai tempi accusato di trasformismo, ma è oggi ricordato dai libri di storia come uno dei politici più capaci della storia del Regno d’Italia. Pur vivendo l’emergere dei partiti di massa, riuscì a rimanere al potere per molti anni, virando di volta in volta la sua politica a soddisfare le esigenze degli uni o degli altri avversari, che potevano diventare così alleati sul breve periodo. Una politica, diremmo oggi, del bastone e della carota che per un certo periodo diede i suoi frutti, almeno fino a quando resistette la vecchia impostazione liberale.


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Proprio con una di queste mosse strategiche, nel 1912 Giolitti propose una riforma elettorale che non tutti si sarebbero aspettati. Il Partito Socialista, che aumentava di elezione in elezione le proprie fila, chiedeva da tempo in Parlamento di affrontare la questione del suffragio universale maschile, premessa indispensabile al coinvolgimento delle masse operaie e contadine nella vita politica del paese. Ovviamente, le altre forze non avevano nessun interesse ad accontentare il partito di Turati, che sarebbe stato il primo beneficiario (in termini di voti) di una riforma del genere.

Votavano tutti gli uomini sopra i 30 anni d’età (e non solo loro)

Giolitti quindi prese tutti in contropiede quando intervenne alla Camera e si dichiarò a favore della proposta socialista, rendendola anzi addirittura più innovativa. La legge che fu approvata, infatti, stabiliva che avessero diritto di voto tutti i maschi sopra i 30 anni d’età, indipendentemente dal censo e dall’istruzione. Inoltre, potevano votare anche gli uomini che avevano meno di 30 anni (ma più di 21) se avevano un reddito di almeno 19,20 lire, o se avevano la licenza elementare (cosa non comune, all’epoca), o se avevano prestato il servizio militare.

D’un sol colpo, il corpo elettorale italiano passò dal 7% della popolazione al 23,2%, triplicando di numero. E sarebbe stato destinato ad aumentare via via che l’istruzione elementare avesse iniziato a funzionare a pieno regime. Una riforma del 1904 – la legge Orlando – aveva infatti reso obbligatori tutti gli anni delle elementari (per la precisione, fino al dodicesimo anno del bambino) e quindi presto sarebbe cresciuta una generazione in cui tutti o quasi disponevano di licenza elementare.

Certo, si rimaneva limitati solo agli elettori maschi. Anche perché, paradossalmente, erano proprio i socialisti a non voler estendere il diritto di voto alle donne. Quando si votò in aula sulla questione, i turatiani votarono contro. Il motivo era che i leader della sinistra di allora temevano che le donne – influenzate dal clero – avrebbero votato in massa per delle forze confessionali. Lo pensava anche Giolitti, probabilmente, che non a caso, dopo l’approvazione della legge, si fece fautore del Patto Gentiloni. Un accordo stretto coi cattolici in cui Giolitti si impegnava a non proporre nessuna legge sul divorzio e a tutelare le scuole cattoliche, in cambio di una indicazione di voto a suo favore.

 

Regno d’Italia, 1918: arriva il suffragio universale maschile senza restrizioni

La ricompensa per la vittoria nella Prima guerra mondiale

Vittorio Emanuele Orlando nel 1918La legge elettorale firmata da Giolitti non ebbe vita lunga. Già tra la fine del 1918 e l’inizio del 1919 venne infatti rivista. In primo luogo, si cambiò sistema, passando al proporzionale, assecondando una richiesta sempre più pressante portata avanti dai partiti di massa. Inoltre – e questo interessa a noi – fu ritoccato il sistema del diritto di voto.

Bisogna infatti considerare il contesto storico. Nel 1912, quando Giolitti e il PSI si accordarono su quella riforma, l’Italia stava vivendo un periodo di relativa prosperità. La conflittualità sociale cresceva, per via della diffusione delle industrie, ma allo stesso tempo i governi giolittiani erano riusciti a tenere a bada la situazione con una serie di importanti riforme sociali. Inoltre, dopo i fallimenti della politica coloniale di Crispi, si veniva da qualche anno di pace.

Le guerre che cambiarono le carte in tavola

Tutto cambiò tra quello stesso 1912 e il 1918. Prima, Giolitti portò il paese in guerra contro l’Impero Ottomano per assicurarsi la Libia. Poi scoppiò la Prima guerra mondiale, conflitto da cui l’Italia inizialmente si tenne fuori (anche a causa della contrarietà proprio di Giolitti) ma in cui alla fine rimase coinvolta. Fu per tutti i paesi europei una guerra sanguinosa e sostanzialmente inutile, che chiese un enorme (e inedito) sacrificio alle truppe in termini di vite umane, di ferite e di traumi.

Non è un caso che in tutta Europa la fine della guerra coincise con vistosi problemi di ordine pubblico. In certi paesi si arrivò addirittura alla rivoluzione, in certi altri – come l’Italia – le tensioni sembravano sempre sul punto di scoppiare. I governi, per quanto poterono, cercarono di correre ai ripari, celebrando i morti e concedendo tutto quello che potevano concedere alle classi più umili, quelle che avevano pagato sulla propria pelle lo scotto del conflitto.

La promessa del governo ai soldati e il suffragio universale maschile

In quel 1918, capo del nostro governo era Vittorio Emanuele Orlando. Un politico che oggi ricordiamo in maniera non troppo positiva, perché tornò dagli accordi di pace di Versailles con la coda tra le gambe. Non ottenne, infatti, che una parte di quanto era stato promesso all’Italia al momento dell’entrata in guerra, cosa che avrebbe alimentato, da parte fascista, il mito della “vittoria mutilata”. Ma quella è un’altra storia. Per quanto riguarda noi, Orlando fu anche fautore di una importante riforma elettorale.

Dopo la disfatta di Caporetto del 1917 era stato promesso infatti alle truppe che in caso di vittoria sarebbe stato concesso il diritto di voto a tutti gli ex combattenti, anche minorenni. All’epoca, infatti, la maggiore età era fissata a 21 anni, ma si finiva a combattere anche parecchio prima di quell’età. E così avvenne. Il 16 dicembre 1918, un mese e mezzo dopo la vittoria, venne varata una nuova legge che estendeva il diritto di voto a tutti gli uomini che avessero compiuto 21 anni o avessero prestato servizio militare. Era il vero suffragio universale maschile, senza restrizioni.

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Italia, 1946: il voto alle donne

Prima alle amministrative, poi al referendum

Le elezioni amministrative del 1946, il primo caso in Italia in cui anche le donne poterono votareArriviamo all’ultima tappa del nostro percorso, quella che ha stabilito le regole che seguiamo ancora oggi. Alla fine della Seconda guerra mondiale, infatti, si presentava una situazione per certi versi simile a quella del 1918. La popolazione aveva patito strazi e lutti infiniti per via di una guerra che non aveva voluto. Una guerra che si era trasformata rapidamente da guerra d’invasione a guerra di liberazione, oltre che a guerra civile.

Il ritorno alla democrazia dopo vent’anni di dittatura doveva quindi coincidere per forza con un allargamento della base elettorale. Non era più pensabile far votare solo gli uomini, tanto più che era stato addirittura il fascismo il primo ad aprire al voto alle donne. Nel novembre 1925 Mussolini aveva infatti approvato una riforma che ammetteva alcune donne (le istruite, le benestanti, le madri e le vedove di caduti) al voto amministrativo. Una riforma molto innovativa, che però non era mai stata applicata. Pochi mesi dopo, infatti, le elezioni amministrative scomparvero, visto che il sindaco eletto venne sostituito dalla figura del podestà, un funzionario scelto dal governo.

L’accordo tra De Gasperi e Togliatti

Neppure sotto il fascismo, quindi, le donne avevano potuto votare. Tutto sembrò pronto a cambiare nel 1945. Nella parte liberata dell’Italia si era formato un governo guidato da Ivanoe Bonomi, che raccoglieva tutte le forze antifasciste. Nel gennaio di quell’anno, mentre al nord infuriava ancora la guerra, De Gasperi e Togliatti si accordarono con lo stesso Bonomi per estendere il diritto di voto alle donne. La riforma fu fatta per decreto e ricevette subito il plauso di papa Pio XII. Le cose stavano realmente cambiando.

Contrariamente a quanto di solito si pensa, le donne non votarono per la prima volta il 2 giugno 1946, durante il referendum. Già nel marzo di quell’anno, infatti, poterono andare alle urne per le elezioni amministrative. E non potevano solo votare: un altro decreto, datato proprio marzo 1946, le aveva rese anche eleggibili. Infatti a Padova e Forlì alcune donne risultarono elette nel Consiglio comunale.

Il 2 giugno, poi, tutta la popolazione, maschi e femmine, si recò alle urne per scegliere la forma istituzionale dello Stato ed eleggere i membri dell’Assemblea Costituente, che doveva redigere la nuova Costituzione. Le donne elette furono 21. Tra queste vi erano 9 comuniste (tra le quali Nilde Iotti), 9 democristiane, 2 socialiste (tra cui Lina Merlin) e una qualunquista.

 

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