Il ‘900 è stato un secolo innovativo in praticamente ogni ambito. Le automobili, gli aeroplani, l’elettricità e l’energia atomica, il cinema, la radio, la televisione, i vaccini e decine di altre novità hanno cambiato la vita degli uomini ad ogni latitudine, indipendentemente dalla loro origine o ricchezza.

E se il XX secolo viene spesso ricordato come un secolo di immani tragedie, c’è anche da dire che, in mezzo a tutte quelle morti, ci fu anche un generale progresso dell’umanità, con un allungamento costante della speranza e della qualità della vita, un fortissimo aumento demografico e una crescita economica spaventosa.

I cambiamenti della fotografia

Tra tutte queste innovazioni, una parola vogliamo oggi spenderla per la fotografia, la novità che forse è cambiata più radicalmente in questi ultimi anni. Il cinema del XXI secolo non è poi così differente da quello del XX, e lo stesso vale per le automobili, la musica o la medicina.

La fotografia di questi primi anni Duemila, invece, vive in un modo completamente diverso da quella di pochi anni prima, digitale e iperdemocratica, in cerca di una propria nuova dimensione tra social network e cellulari.


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Nel ‘900 la fotografia era, almeno in parte, un’altra cosa. Anche se veniva praticata da turisti in gita e ragazzini alle prime armi, aveva professionisti che le dedicavano anima e corpo e un valore informativo ineguagliabile. Uscivano decine di riviste popolari piene di fotografie, spesso anche di ottima fattura. E grandi fotografi partivano per la guerra e per le zone più remote del mondo, in cerca di scatti che sarebbero entrati nella storia.

Fu un secolo, quindi, in cui emersero tantissimi talenti. Ed è anche per questo che oggi è pressoché impossibile stabilire quali siano stati i più grandi fotografi del ‘900. Noi ci accontentiamo, con questo articolo, di cercare di perseguire un obiettivo meno ambizioso: trovarne cinque che, per influenza e fama, bisogna assolutamente conoscere. Ecco le nostre scelte.

 

Man Ray

Il fotografo surrealista

Man Ray con la barba tagliata a metàLa fotografia ha saputo conquistarsi lo status di arte, nel corso del ‘900, un po’ alla volta. E l’ha fatto grazie anche al lavoro di personaggi in un certo senso borderline, che erano sì fotografi ma anche pittori, grafici, a volte cineasti. Uno di questi, forse il più famoso, è stato sicuramente Man Ray.

Nato a Philadelphia, negli Stati Uniti, nel 1890, era figlio di immigrati russi di origine ebraica. Il suo vero nome era infatti Emmanuel Rudzitsky, nome che mantenne durante i suoi studi a New York, dove iniziò a lavorare anche come disegnatore. Iniziò a firmarsi con lo pseudonimo di Man Ray (ovvero “Uomo Raggio”) nel 1912, mentre le prime esperienze con la macchina fotografica risalgono al 1914, anche se in quella fase la utilizzava ancora solo per immortalare i propri disegni.

L’incontro con Duchamp e il trasferimento a Parigi

La svolta per la sua carriera arrivò nel 1915. A New York gli venne infatti presentato Marcel Duchamp, che divenne suo grande amico e lo convinse ad aderire al dadaismo. Non trovando adeguati spazi negli Stati Uniti, nel 1921 si trasferì in Francia, alimentando quel gruppo di grandi artisti americani – la “Generazione perduta” degli Hemingway, dei Fitzgerald, dei Pound – che in quegli anni viveva a Parigi.

Qui si dedicò anima e corpo alla fotografia, trovando successo in particolare come ritrattista. Immortalò James Joyce, Gertrude Stein, Jean Cocteau e altri. Sperimentò anche nuove tecniche, ad esempio creando quella che lui chiamava la “rayografia”, cioè immagini fotografiche ottenute appoggiando degli oggetti direttamente sulla carta sensibile.

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Aderì poi al surrealismo e realizzò alcune foto celebri – come quelle che trovate qui di seguito – in cui la protagonista assoluta era Kiki de Montparnasse. Dietro questo pseudonimo si nascondeva una ballerina di can can, Alice Prin, con cui per qualche anno Man Ray intrattenne una complicata relazione sentimentale.

Con l’arrivo della Seconda guerra mondiale l’ispirazione di Ray, come di tutte le avanguardie parigine, andò scemando. Lui, ebreo, fu costretto nel 1940 a rientrare negli Stati Uniti, anche se nel dopoguerra ritornò a stabilirsi a Parigi, ormai sua vera e propria patria d’adozione. È scomparso nel 1976.

 

Dorothea Lange

I ritratti della Grande Depressione

Dorothea Lange, una delle più grandi fotografe del '900, nel 1936Americana era anche Dorothea Lange, la seconda grande fotografa della nostra cinquina e l’unica donna. Non che, a ben guardare, nella storia siano mancate le grandi donne dedite alla fotografia: in altri nostri articoli abbiamo infatti presentato le interessanti figure di Diane Arbus, Cindy Sherman e della nostra Tina Modotti. La Lange, però, anche per motivi storico-sociali ci pare essere quella che più di tutte ha lasciato un segno.

Nata a Hoboken, nel New Jersey, nel 1895, si dedicò alla fotografia giovanissima, nonostante un handicap alla gamba destra dovuto alla poliomielite. La sua formazione avvenne a San Francisco, dove si sposò con un pittore e venne a contatto coi fotografi del Gruppo f/64, di cui parleremo, pur non aderendo mai formalmente al movimento.

La povertà degli anni ’30

Il periodo più proficuo della sua carriera furono gli anni ’30. La crisi del ’29, infatti, aveva gettato sul lastrico milioni di americani, e lei aveva colto l’occasione per ritrarre le pesanti condizioni di vita dei contadini californiani. I suoi scatti avevano attirato l’attenzione sia di economisti che di agenzie statali, che le commissionarono ulteriori lavori.

Fu in queste condizioni che la Lange realizzò quella che è la sua fotografia più famosa, Migrant Mother, che potete vedere anche qui sotto. La donna ritratta nello scatto era Florence Owens Thompson, una trentaduenne coltivatrice di piselli che però era rimasta senza terra, nonostante i sette figli al seguito.

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Gli anni ’30 furono importanti anche dal punto di vista personale, perché nel 1935 la Lange divorziò dal primo marito e sposò Paul Taylor, proprio uno degli economisti che avevano lavorato con lei alla raccolta dei dati sugli effetti della crisi.

Finita la stagione della Depressione e del conseguente New Deal, la Lange entrò nell’Agenzia Magnum e poi fu tra i fondatori della rivista Aperture. Un aggravamento delle sue condizioni di salute, però, la tenne presto lontana dalla strada, che era la prima radice della sua fotografia. È scomparsa a San Francisco nel 1965.

 

Ansel Adams

Il fotografo della natura incontaminata

Ansel Adams con la sua inseparabile macchina fotograficaCon Dorothea Lange abbiamo introdotto l’ambiente di San Francisco, che tanta importanza ebbe per lo sviluppo della fotografia come forma d’arte. E se la Lange da quella città partì per ritrarre le sofferenze delle popolazioni californiane, Ansel Adams invece ne fece la base per i suoi viaggi all’interno dei parchi nazionali americani.

Adams nacque proprio nella città californiana nel 1902, figlio di un imprenditore che, a 14 anni, durante una vacanza allo Yosemite National Park, gli regalò la prima macchina fotografica. Da quel momento in poi per lui la fotografia divenne essenzialmente un mezzo per ritrarre la natura e il paesaggio. Non a caso, i primi lavori li realizzò come socio del Sierra Club, una organizzazione ambientalista allora piuttosto diffusa.


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Nei primi anni ’30 divenne uno dei principali animatori del Gruppo f/64 a cui appartenevano futuri maestri come Imogen Cunningham, Edward Weston, Willard Van Dyke ed altri ancora. L’idea era quella di realizzare fotografie con una grandissima profondità di campo, che avrebbe consentito una grande accuratezza nei dettagli. Grande esperto dell’uso della luce, elaborò alcune tecniche d’avanguardia per controllarne la resa su carta.

Non solo parchi nazionali

Realizzò grandi e suggestive fotografie dei più importanti parchi nazionali americani, con una predilezione per quelli californiani. Inoltre, durante la guerra ritrasse i campi di lavoro a cui erano stati destinati i nippo-americani, realizzando dei reportage semplici e toccanti, dal grande impatto.

Continuò la sua attività anche negli anni ’50 e ’60, anche se il turismo di massa nei parchi gli rese più difficile ritrarre la natura incontaminata. Celebrato e insignito di molte onorificenze, è venuto a mancare nel 1984 a Carmel-by-the-Sea, in California, cittadina famosa per aver ospitato negli anni numerosi altri VIP come Clint Eastwood (che ne è stato anche sindaco), Kim Novak, Doris Day, Jennifer Aniston e lo stesso Edward Weston.

 

Henri Cartier-Bresson

L’attimo decisivo

Henri Cartier-Bresson in una foto ormai di qualche anno faDopo i fotografi americani, spostiamoci in Europa. Qui abbiamo identificato due artisti che furono tra loro amici e colleghi, nonché fondatori, assieme, di una delle più importanti agenzie di fotografie del dopoguerra, la Magnum. A crearla, nel 1947 a Parigi, furono infatti David Seymour, George Rodger, William Vandivert e soprattutto Henri Cartier-Bresson e Robert Capa.

Cartier-Bresson nacque a Chanteloup-en-Brie, poco distante da Parigi, nel 1908. Inizialmente fu attratto dalla pittura, avvicinandosi definitivamente alla fotografia solo attorno ai 24 anni. Subito iniziò a formulare una sua teoria sull’istante decisivo che ne avrebbe segnato tutta la carriera e anche alcuni scritti teorici.

Durante e dopo la Seconda guerra mondiale

Durante la guerra fu arrestato e incarcerato dai nazisti, ma riuscì a fuggire dal carcere e ad unirsi alla Resistenza. Nel dopoguerra collaborò con alcune riviste di moda ma, soprattutto, si imbarcò in alcuni importantissimi reportage. Padre, assieme all’amico Robert Capa, del fotogiornalismo moderno, tra la fine degli anni ’40 e gli anni ’50 si recò in Cina, Unione Sovietica, India, Cuba, Giappone, Messico.

Negli anni ’70 limitò di molto la sua attività fotografica, ritornando alla pittura. Continuò comunque ad eseguire ritratti, specialità in cui era particolarmente abile. È scomparso nel 2004 in Provenza, a quasi 95 anni d’età.

 

Robert Capa

Il più celebre fotografo di guerra

Robert Capa all'Ippodromo di Longchamp di ParigiConcludiamo la nostra lista con Robert Capa, che fu il più giovane tra i cinque che abbiamo scelto ma anche quello che, disgraziatamente, scomparve prima. La sua data di morte è infatti il 22 maggio 1954, ad appena 40 anni. D’altronde, il suo modo di intendere la fotografia – sempre in prima linea in ogni guerra – l’aveva già esposto a rischi del genere e gli aveva portato via nel corso degli anni alcune persone care.

Nato a Budapest nel 1913 col nome di Endre Ernő Friedmann, Capa aveva origini ebraiche. Iscritto al Partito Comunista locale, dovette lasciare l’Ungheria a causa del suo coinvolgimento in alcune proteste contro il governo di destra e riparò per qualche tempo a Berlino. Fu proprio nella capitale tedesca che si avvicinò alla fotografia, ma dovette lasciare anche questa città nel 1933, all’avvento del nazismo.

In Spagna con Gerda Taro

Appena ventenne si rifugiò a Parigi, ma per qualche tempo faticò a trovare impiego. Anche per questo accettò di recarsi in Spagna per documentare la guerra civile che là era scoppiata. Fu proprio sul suolo spagnolo che inventò lo pseudonimo di Robert Capa, scelto un po’ per scimmiottare il nome del celebre registra Frank Capra, un po’ per usare un nome neutro a cui attribuire i lavori suoi e della sua compagna Gerda Taro.

La Guerra civile spagnola cambiò radicalmente la vita e la carriera di Capa. Le sue foto cominciarono infatti presto a trovare un grande mercato nelle riviste francesi e in generale in tutta Europa. L’apice lo toccò nel 1936, quando Life e decine di altre riviste pubblicarono la sua celebre foto del miliziano. Purtroppo sempre in Spagna trovò la morte, in un tragico incidente, Gerda Taro.

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Concluso il conflitto spagnolo si immerse nella Seconda guerra mondiale, seguendo lo sbarco degli Alleati in Sicilia e poi quello in Normandia. Proprio in quest’ultimo caso Capa riuscì ad effettuare degli scatti dal centro degli scontri, scatti che secondo le testimonianze sarebbero stati di importanza storica. Un tecnico di laboratorio, però, ne distrusse la gran parte in fase di sviluppo, tanto è vero che di quelle foto se ne salvarono solo 11 (e qui di seguito ne trovate una).

Nel dopoguerra si stabilì a Parigi, fondando – come detto – assieme ad amici e colleghi la cooperativa Magnum. Continuò però a partire per i vari fronti in cui si combatteva e proprio durante una situazione di questo genere – in Indocina nel 1954 – trovò la morte per un piede messo inavvertitamente su una mina.

 

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