L’anarchia è una filosofia che ha sempre esercitato un certo fascino sui giovani. Anche perché è particolarmente duttile. La sua esaltazione dell’individualismo può essere intesa da diversi punti di vista e da diverse prospettive. E può piacere, paradossalmente, sia a persone che si considerano di sinistra che di destra, sia a liberali che a rivoluzionari.

Da Proudhon a Tolstoj

Convenzionalmente, si ritiene che l’iniziatore dell’anarchismo moderno sia Pierre-Joseph Proudhon, anche se predecessori possono essere individuati in Tommaso Moro, William Godwin, Etienne Bonot de Condillac e altri. Nell’Ottocento, cercò di trasformarsi da pura utopia in una dottrina politica attiva, soprattutto grazie all’opera di Michail Bakunin. E trovò, in questa fase, simpatia in ambienti tra loro anche molto diversi. Basti dire che perfino Lev Tolstoj ne lodò alcune cause (pur deprecandone la violenza).


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E oggi? L’anarchismo – si potrebbe dire usando quasi uno slogan – non è più quello di una volta. Le lotte e le sconfitte del dopoguerra sono state superate, in parte, dalla cultura hippie, che ha ripreso le pulsioni libertarie, anche se in maniera spesso eclettica e poco organica. Poi, col reflusso degli anni ’80, queste esperienze sono passate in secondo piano. Oggi gruppi anarchici più o meno forti riemergono in corrispondenza delle situazioni più gravi della crisi economica, ad esempio in Grecia. E per capirci qualcosa, è bene, pensiamo, recuperare alcune delle frasi fondamentali con cui anarchici e nemici dell’anarchia hanno, nel corso dei decenni, etichettato il movimento.

 

Lo Stato come negazione dell’umanità

Il pensiero di Michail Bakunin

Michail Bakunin, uno dei più celebri padri dell'anarchismoCome detto, uno dei capofila del giovane movimento anarchico, nella seconda metà dell’Ottocento, fu il russo Michail Bakunin. Nato nel 1814 vicino a Tver’, era l’erede di una nobile famiglia, tanto è vero che studiò da ufficiale dell’esercito. Si appassionò però alla filosofia e si trasferì in Germania, a Dresda, dove, durante gli eventi della Primavera dei popoli, venne arrestato. Dopo un lungo periodo di detenzione in Siberia, riuscì a scappare e a rifugiarsi in Italia.

Fiero avversario di Mazzini e di Marx, rimproverava ad entrambi il ruolo eccessivo dato allo Stato. Nell’ideale anarchico, infatti, lo Stato è sempre fonte di oppressione e non può in nessun caso diventare strumento di liberazione. In questo, la critica di Bakunin a Marx era profetica. Il russo – che pure venne isolato all’interno delle varie leghe dei lavoratori, più propense ad ascoltare le parole del pensatore tedesco – sosteneva che la dittatura del proletariato marxiana non avrebbe fatto altro che creare una nuova “burocrazia rossa” che avrebbe perpetrato il dominio.

Lo Stato è la più flagrante, la più cinica, la più completa negazione dell’umanità. Esso frantuma la solidarietà universale di tutti gli uomini sulla terra e li spinge all’associazione al solo scopo di distruggere, conquistare e rendere schiavi tutti gli altri. Protegge solo i suoi cittadini e solo entro i suoi confini riconosce diritti, umanità e civiltà.

 

Comunismo e anarchia

L’allarme di Errico Malatesta

Errico Malatesta in età avanzataAmico di Bakunin, seppure più giovane, fu l’italiano Errico Malatesta, la figura di maggiore spicco dell’anarchismo nostrano. Nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1853, discendeva da una famiglia di proprietari terrieri, legata alla lontana ai nobili Malatesta di Romagna. Aderì prima alla causa repubblicana, poi, rapidamente, a quella anarchica, distinguendosi già in gioventù come sovversivo e organizzatore di rivolte. Incarcerato ed espulso dall’Italia, girovagò a lungo in Europa e in nord Africa, senza però che le sue dottrine trovassero grande successo.

Tutto cambiò al termine della Prima guerra mondiale. Nel 1919 riuscì a rientrare nella penisola e fu salutato da molti come “il Lenin d’Italia”. Si era nel pieno del biennio rosso, e la Rivoluzione russa – a cui gli anarchici, almeno nella prima fase, avevano collaborato attivamente – sembrava ancora una realtà replicabile e accettabile. La disillusione avrebbe però presto avuto la meglio. Malatesta denunciò anche gli eccessi di violenza del biennio rosso, prima che tutto venisse soffocato dall’avvento del fascismo, mentre l’esempio sovietico si rivelò presto una tirannia.

Fare il comunismo prima dell’anarchia, cioè prima di avere conquistata la completa libertà politica ed economica, significherebbe (come è significato in Russia) stabilire la più esosa tirannia, tale da far rimpiangere il regime borghese, e ritornare poi (come purtroppo si ritornerà in Russia) al regime capitalistico.

 

Una filosofia infelice?

Il caustico commento di Jules Renard

Jules Renard, autore di "Pel di carota"Lasciamo da parte i teorici dell’anarchismo e avviciniamoci a chi quell’ideologia, a cavallo tra Ottocento e Novecento, la guardava da fuori, con un misto di curiosità e preoccupazione. Uno di questi era Jules Renard, scrittore francese noto soprattutto per la scrittura di un romanzo di formazione che lui stesso non reputava granché ma che è stato baciato da una enorme fortuna, Pel di carota. Quel libro, in parte autobiografico, raccontava l’infanzia rabbiosa di un ragazzino dai capelli rossi, che sfogava il mancato amore familiare in una serie di pratiche anche crudeli.


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Anche nelle altre sue opere – tra le quali meritano una menzione Il piacere di troncare e Storie naturali – manifestava una certa ironia cattiva, frutto del suo carattere introverso e di una gioventù non felice. Un rifiuto della vita che non mancò, decenni dopo, di affascinare anche Jean-Paul Sartre. In età matura, però, mutò in parte idea. Abbracciò ideali repubblicani e socialisti, ma in generale si dipinse come soddisfatto della propria vita. E questo – non senza un certo sarcasmo – lo portò alla frase che trovate qui di seguito.

Io sarei anarchico se fossi infelice. Ma non ho niente di cui lamentarmi. Come si potrebbe essere al tempo stesso anarchici e soddisfatti?

 

Il male dell’Italia

L’analisi di Giuseppe Prezzolini

Giuseppe PrezzoliniCompletamente estraneo agli ideali anarchici era anche Giuseppe Prezzolini, uno dei maggiori intellettuali italiani di inizio Novecento. Nato a Perugia nel 1882, figlio di un prefetto, abbandonò il liceo prima del diploma per avviarsi all’attività giornalistica. Assieme al collega Giovanni Papini fondò prima Leonardo e poi soprattutto La Voce, due riviste che ebbero un ruolo fondamentale nello svecchiare la politica e la cultura italiana del periodo.

Attestato su posizioni filosoficamente vicine a quelle di Benedetto Croce, combatté da volontario durante la Prima guerra mondiale. Quando La Voce perse d’importanza, cominciò a collaborare anche con Lacerba, foglio fondato dall’amico Papini ma dallo stile più feroce e vicino al futurismo. Negli anni ’20, però, guardò con interesse anche alle posizioni dei liberali, collaborando con le riviste di Piero Gobetti. Poco dopo l’avvento del fascismo iniziò ad accettare sempre più spesso incarichi all’estero, trasferendosi a Parigi e poi soprattutto alla Columbia University di New York. In generale, esibì posizioni politiche difficilmente riconducibili a una corrente chiara, e manifestò un certo interesse pure per l’anarchia. Non è un caso che una delle biografie a lui dedicate s’intitoli proprio L’anarchico conservatore.

Tutto il male dell’Italia viene dall’anarchia. Ma anche tutto il bene.

 

La migliore forma di convivenza civile

La speranza di Fabrizio De André

Fabrizio De André e i suoi album più belliAnche se non siete appassionati di filosofia politica e se i nomi che abbiamo presentato finora li masticate poco, di sicuro non potete non conoscere Fabrizio De André. Cantautore tra i più amati, ha scritto coi suoi collaboratori pagine memorabili della canzone italiana, inserendo spesso nei suoi testi riferimenti più o meno velati alla situazione politica del suo tempo. E non ha mai nascosto le sue simpatie anarchiche.

Influenzato da Georges Brassens dal punto di vista musicale e da Max Stirner da quello filosofico, visse anche con difficoltà gli anni della contestazione. Il suo Storia di un impiegato fu duramente attaccato dalla sinistra extraparlamentare, ma anche i suoi concerti in quegli anni furono spesso interrotti dagli autonomi. La sua adesione all’anarchismo fu, d’altronde, basata su presupposti individualisti e libertari, che qualcuno definirebbe borghesi. Un’adesione comunque sincera e mai esibita, il cui eco si trova anche nel testo di Se ti tagliassero a pezzetti, soprattutto nella sua versione live, in cui si trovano alcune espressioni richiamate anche nella citazione che segue.

Aspetterò domani, dopodomani e magari cent’anni ancora finché la signora Libertà e la signorina Anarchia verranno considerate dalla maggioranza dei miei simili come la migliore forma possibile di convivenza civile, non dimenticando che in Europa, ancora verso la metà del Settecento, le istituzioni repubblicane erano considerate utopie. E ricordandomi con orgoglio e rammarico la felice e così breve esperienza libertaria di Kronštadt, un episodio di fratellanza e di egalitarismo repentinamente preso a cannonate dal signor Trockij.

 

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