Il pensiero orientale suscita ormai da molto tempo interesse in Occidente. Scoperto in epoca moderna grazie ai gesuiti [1] e ad altri missionari in Cina e nei territori ad essa vicini, da allora ha esercitato un’influenza forse minoritaria ma di sicuro duratura sulla filosofia, sulla poesia e sul sentire occidentali. E, tra tutti, un posto d’onore lo meritano di certo le frasi di Confucio.

Il grande pensatore cinese, vissuto tra il VI e il V secolo a.C., è considerato il padre delle filosofie orientali, oltre che il fondatore di quello che ancora oggi viene chiamato confucianesimo. Di lui non abbiamo testi diretti, ma solo delle frasi e delle massime tramandate oralmente per molti anni, fino a quando non furono messe per iscritto.

Come vedremo, il suo pensiero non costituisce un sistema filosofico per come abbiamo imparato ad intenderlo noi occidentali a partire da Platone e Aristotele.

La sua è infatti una filosofia votata esclusivamente alla vita morale, alla virtù e al raggiungimento della felicità. Una riflessione che si fonda, quindi, più sull’esempio e sulle massime di vita che sulla logica e la metafisica.

Proprio per questo motivo, recuperare alcune delle frasi più famose e belle di Confucio risulta oggi particolarmente significativo. Ne abbiamo selezionate cinque che ci permetteranno di conoscere più a fondo il grande filosofo cinese. Vediamole assieme.

 

1. Il bene degli altri e il proprio

Essere parte di una comunità

Uno dei punti focali della riflessione di Confucio riguarda il bene e più in generale la virtù. Come si può impostare la propria vita affinché si raggiunga entrambi? E perché è importante farlo?

Dialoghi di Confucio scritti sul bambùDa quel che ne sappiamo grazie alle testimonianze successive, l’etica di Confucio è fortemente basata su due direttrici: la lealtà e l’empatia. Da un lato bisogna infatti essere fedeli a se stessi e al mondo a cui si appartiene, a quella tradizione da cui si può imparare moltissimo. Dall’altro bisogna però anche aprirsi all’altro.

Colui che desidera assicurare il bene di altri si è già assicurato il proprio.

La frase che vi riportiamo qui sopra è, in questo senso, una delle più importanti di tutto il pensiero di Confucio. Gli altri non sono persone a cui ci affianchiamo per caso, o per interesse: gli altri sono parte di una comunità da cui noi stessi siamo influenzati.

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Il bene fatto agli altri, quindi, trova la sua ragion d’essere nel bene che, di rimando, assicuriamo anche a noi stessi. Nessuna azione è slegata dalle altre, nessun individuo è una realtà isolata e indipendente dal suo prossimo e da chi non conosce. D’altronde, abbiamo già sottolineato l’importanza dell’esempio: fare il bene porta altro bene.

 

2. Gli spiriti sono testimoni di tutto

In un’epoca di grande corruzione

Il cammino verso la virtù non è però un cammino semplice: lo sostiene ogni filosofo che mai abbia affrontato il tema, quindi da questo punto di vista la posizione di Confucio non è sorprendente. È però la forza con cui il pensatore cinese ribadisce questo concetto a distinguerlo dagli altri filosofi.

I detti di Confucio nell'edizione AdelphiIl filosofo, d’altronde, visse in un’epoca che era tutt’altro che virtuosa. Secondo gli storici, infatti, la sua vita si colloca alla fine del Periodo delle primavere e degli autunni, in un’epoca cioè di grande instabilità, di anarchia e di corruzione. In un’età così dissoluta e pericolosa, le tentazioni erano sempre dietro l’angolo.

Secondo i biografi, Confucio fu infatti anche costretto per una certa parte della sua vita a vivere in esilio al di fuori della Cina. I suoi insegnamenti infatti davano fastidio ai potenti, che più volte si scagliarono contro di lui; e qualcuno cercò anche di eliminarlo fisicamente.

Parlando ed operando, non crediate, quantunque siate solo, di non esser veduto né udito: gli spiriti sono testimoni di tutto.

In un’epoca del genere, l’unico modo per uscire da una situazione di evidente corruzione era insistere sulla virtù. Una virtù che non doveva essere praticata per interesse, per il puro scopo di mostrarsi giusto davanti agli altri, ma costantemente, anche quando nessuno vedeva.

Lo scotto per il vizio o il premio per la virtù, d’altra parte, ci fanno compagnia di continuo, ci tormentano in ogni fase della nostra vita. Non è possibile commettere il male senza pagarne in qualche modo le conseguenze.

 

3. La via della virtù

Più azione che intelletto

La dimensione sociale della filosofia di Confucio, che abbiamo appena introdotto, è sicuramente fondamentale nell’analisi del suo pensiero. Confucio non insegna – come a volte superficialmente si ritiene – una via puramente individuale verso la virtù e la felicità, ma un percorso che l’uomo deve seguire per portare giovamento anche a chi ha attorno.

Un ritratto di Confucio

Ognuno deve infatti cercare dentro di sé il modo di abbracciare la rettitudine, la capacità di moderare i propri impulsi e di scegliere il comportamento più adatto e giusto, ma deve anche mostrarlo agli altri. Attenzione, quindi: pur essendo un grande maestro, Confucio non crede che la virtù si possa solo comunicare. Essa si trasmette con l’esempio.

Questo è forse uno dei punti che più distingue il pensatore cinese dai suoi “colleghi” greci e occidentali, che più o meno nello stesso periodo e nei secoli immediatamente successivi affrontarono gli stessi temi. Anche i greci si chiesero come raggiungere la virtù. Ma, appunto, se lo chiesero: il loro percorso fu cioè soprattutto intellettuale.

Poiché vogliamo insegnare agli altri la via della virtù, incominciamo dall’entrarvi noi medesimi, e ci seguiranno.

Confucio, come ci dimostra anche la frase che vi abbiamo appena riportato, non era solo un maestro del pensiero. Voleva essere prima di tutto un maestro di vita. E allora nessuno può insegnare la virtù senza essere egli stesso, per primo, nella virtù. Nessuno può sapere di cosa parla, né può infondere la virtù nei suoi discepoli, se non la vive.

 

4. La reciprocità

La domanda dell’allievo Zigong

I testi che ci riportano il pensiero di Confucio sono di varia natura. Il libro forse più importante è però Dialoghi, una raccolta di aforismi, pensieri e frammenti operata dai discepoli, anche appunto sotto la forma di interazioni, battute, domande e risposte con altri uomini.

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Non si conosce una data precisa di pubblicazione di quest’opera, né chi ne sia l’autore definitivo, visto che fu composta probabilmente molti anni dopo la morte di Confucio, raggruppando diverse memorie e tradizioni sul maestro. Anche per questo motivo, esistono differenti versioni dell’opera, con delle parti in comune tra loro ma anche con variazioni.

Zigong domandò: «C’è una parola che faccia da guida per tutta la vita?». Il Maestro disse: «È la reciprocità. Quel che non desideri per te, non farlo agli altri».

In questo caso, vi riportiamo un veloce botta e risposta tra Confucio e l’allievo Zigong. Questi era un mercante più giovane del maestro di 31 anni, che aveva lasciato il suo mestiere dopo aver maturato un forte senso della moralità. Tra i discepoli, era uno di quelli più acuti.

Un tempio confuciano a TaipeiLa sua domanda è utile per cercare di sintetizzare il pensiero di Confucio, che era ricco di stimoli ma a volte poteva apparire dispersivo. Il maestro, infatti, non trattava i vari argomenti in maniera sistematica, ma per esempi, brevi e sagge frasi. Era quindi difficile ricavarne una regola unica di vita.

In compenso, queste parole sulla reciprocità chiariscono molto bene qual era il primo intento di Confucio. E richiamano, indirettamente, ad un celebre passo biblico, che vi somiglia molto: il «non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te».

 

5. Risollevarci dopo una caduta

Il pragmatismo

Finora abbiamo parlato di virtù, di lealtà, di reciprocità. Tutti valori di cui nessuno negherà l’importanza, a meno che non sia in malafede. Valori, però, che rimangono pur sempre di difficile attuazione: una cosa è capire come ci si dovrebbe comportare, e un’altra cosa è poi comportarsi davvero in quel modo.

Vi tornerà probabilmente alla mente, in tutto questo discorso, la morale di Socrate, il grande pensatore greco che diede il via alla riflessione occidentale su questo tema. Per il maestro di Platone, in realtà, chi conosceva il bene non poteva non farlo, perché ognuno cerca di perseguire il suo bene.

Il Confucius Sinarum Philosophus del 1687, uno dei primi libri occidentali a parlare di ConfucioIl male, per Socrate, derivava dunque dal non saper riconoscere il bene, dall’errore che potremmo definire intellettuale, dalla scarsa sapienza. Il vero sapiente, invece, consapevole della giustezza della morale, sarebbe stato naturalmente propenso al bene.

La nostra gloria più grande non sta nel non cadere mai, ma nel risollevarci sempre dopo una caduta.

Come vedete dall’ultima frase che abbiamo scelto, Confucio non è dello stesso avviso. Certo, la sapienza è indispensabile, perché solo la sapienza ci permette di avvicinarci alla virtù e di comprendere qual è il giusto comportamento. Ma la sapienza da sola non basta, perché l’errore e la caduta sono sempre dietro l’angolo.

Molto più pragmaticamente, quindi, il maestro cinese ci spiega che gli errori sono parte della nostra natura, che il vizio è sempre pronto a riprenderci per mano. Ma che, allo stesso tempo, questo non deve frenare il nostro cammino: perché il saggio è appunto chi riesce a rialzarsi dopo tutte queste cadute.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Qui potete leggere un articolo di qualche anno fa del Corriere della Sera che descrive l’incontro di Matteo Ricci con il pensiero di Confucio.

 

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