Cinque frasi di Schopenhauer sulla musica e sull’arte

Arthur Schopenhauer e le sue frasi su musica e arte

Arthur Schopenhauer è stato senza dubbio uno dei più grandi filosofi dell’Ottocento. Il suo Il mondo come volontà e rappresentazione, per quanto snobbato all’uscita, costituì il punto di svolta della filosofia del XIX secolo, necessario per superare l’idealismo e aprire la strada a Nietzsche e al decadentismo.

Di lui si ricordano sovente il pessimismo, la vicinanza spirituale con Giacomo Leopardi e con il pensiero indiano, ma anche una particolare attenzione per l’arte, disciplina che fornisce una prima – anche se non esaustiva – via di liberazione dal dolore che circonda tutta la nostra vita.


Leggi anche: Cinque tra i più grandi filosofi pessimisti

Pochi filosofi, anzi, si sono occupati con così grande attenzione di quest’ambito: il più delle volte, infatti, i pensatori precedenti si erano scontrati a muso duro con le discipline creative, come ben saprà chi ricorda le opere soprattutto di Platone ma anche di Hegel, caratterizzate da un tentativo di mettere in secondo piano le creazioni della pittura, della scultura e del teatro, in modo da non permettere loro di oscurare il ruolo della filosofia.

In Schopenhauer, invece, per quanto esse non bastino per giungere a una definitiva pace interiore, le arti sono le uniche creazioni umane a permetterci di staccarci da questo mondo. Cerchiamo però di illustrare meglio il suo pensiero al riguardo tramite cinque sue famose frasi.

 

Come di fronte a un principe

La voce dell’arte

Per formazione, Schopenhauer era un uomo ambivalente. In lui convivevano infatti interessi puramente utilitaristici e l’amore per l’arte, secondo quanto aveva appreso dai suoi stessi genitori: il padre, Heinrich Floris, era infatti un ricco mercante che lo portava spesso con sé nelle sue peregrinazioni lungo l’Europa; la madre,  Johanna Henriette Trosiener, era invece una salottiera amante delle arti e con velleità letterarie.

Tra i due, lui preferì sempre il padre, anche perché si sentì abbandonato e tradito dalla donna; purtroppo, però, Heinrich finì suicida, segnando irrimediabilmente il carattere del ragazzo e la sua fiducia nel prossimo. L’approdo della sua filosofia – che prende avvio da Kant ma si lascia presto influenzare sia dal Romanticismo che dalla saggezza orientale – era infatti un profondo pessimismo: la vita era irrimediabilmente segnata dal dolore da cui solo l’arte poteva, almeno in parte, salvarci. A patto che la si lasciasse parlare e la si lasciasse prevalere sulla nostra stessa natura di esseri umani.

Davanti a un’opera d’arte bisogna comportarsi come di fronte a un principe, e mai prendere la parola per primi. Altrimenti, si rischia di sentire soltanto la propria voce.

 

La lingua universale

La musica e la sua potenza

L’arte è, più precisamente, la prima delle tre vie di liberazione che Schopenhauer individua per uscire dal dolore. La prima e anche quella più facile da raggiungere: perché davanti all’arte –immedesimandoci nella vita altrui – smettiamo di vivere, smettiamo di soffrire, ci solleviamo dalle nostre angosce.

Tra tutte le arti, poi, uno statuto speciale è riservato alla musica, che è la forma d’arte più universale. Da quanto sappiamo dalla sua biografia, Schopenhauer prediligeva Rossini, Mozart, Bellini, mentre non era un grande estimatore di Wagner, delle opere del quale – nonostante il compositore gli avesse mandato il libretto della sua tetralogia de L’anello del Nibelungo, desideroso della sua approvazione – amava più i versi che non la parte melodica. Ma la musica, in generale, aveva il pregio di non rappresentare tanto le idee, quanto, come vedremo, la volontà stessa.

La musica, intesa come espressione del mondo, è una lingua universale al massimo grado, e la sua universalità sta all’universalità dei concetti più o meno come i concetti stanno alle singole cose.

 

La conoscenza delle idee

Il fine dell’arte

Ma parliamo meglio di questa faccenda delle idee, che quando si studia Schopenhauer a scuola viene spesso trascurata, perché non necessaria per comprendere il sistema complessivo del filosofo tedesco e legata quasi esclusivamente alle vie di liberazione. Schopenhauer, ispirato pesantemente da Platone e dal suo dualismo tra realtà sensibile e Iperuranio, introduce queste entità come stadio intermedio tra fenomeno e noumeno, tra rappresentazione e volontà.

Queste idee (che Schopenhauer lega all’esperienza estetica) precedono logicamente le rappresentazioni empiriche: l’idea di cane, ad esempio, precede i vari cani reali anche perché l’idea di cane comprende già in sé tutte le possibili rappresentazioni dello stesso. Ma, se è vero questo, l’idea allora non dipende da spazio, tempo e casualità, e quindi è un ente universale ed eterno di cui la realtà empirica non è altro che una copia. L’arte, pertanto, è una rappresentazione di tali idee, perché – come vedremo nel prossimo paragrafo – l’artista riesce a cogliere e mostrare l’idea meglio ancora di quanto non faccia la natura stessa.

L’unica origine dell’arte è la conoscenza delle idee; e il suo unico fine è la comunione di tale conoscenza.

 

L’idea pura

L’artista e il suo talento

La volontà, quindi, prima di oggettivarsi nella realtà empirica, passa attraverso lo stadio delle idee, che Schopenhauer chiama “oggettità”. Ora, l’artista ha un dono particolare: quello di poter contemplare l’idea di bello – cioè vivere un’esperienza estetica in un certo senso extrasensoriale, che cioè si distacca dalle cose sensibili e si rivolge alla Bellezza in sé – più a lungo di quanto non possa fare un uomo normale; e in questo modo ha anche più tempo per “fissare” in un certo senso quell’esperienza, per imprimerla sulla tela o sul marmo o su qualunque altro supporto operi.


Leggi anche: Cinque frasi tratte da Siddharta di Hermann Hesse

In questo modo, l’arte non rappresenta più, come voleva Platone, la realtà sensibile, ma l’idea che si cela dietro alla realtà sensibile. La statua di un discobolo, per usare un esempio, non è pertanto l’imitazione di un tal discobolo vissuto nell’antica Grecia, e in effetti non ne mostra le imperfezioni della pelle o della muscolatura, ma la rappresentazione dell’idea eterna di discobolo, che trascende la realtà. Da qui, il superamento delle pesanti critiche che Platone aveva rivolto all’arte (definendola “imitazione di imitazione”) e invece un avvicinamento alle posizioni di Hegel, che riteneva che l’arte fosse la rappresentazione sensibile dello Spirito.

Se percepiamo più facilmente l’idea nell’opera d’arte che nella contemplazione diretta della natura e della realtà, ciò si deve al fatto che l’artista, il quale non si fissa che nell’idea e non volge più l’occhio alla realtà, riproduce anche nell’opera d’arte l’idea pura, distaccata dalla realtà e libera da tutte le contingenze che potrebbero turbarla.

 

La musica esprime l’essenza

Mondo fenomenico e volontà

Spendiamo, infine, due parole più in particolare sulla musica, alla quale Schopenhauer dedicò alcune delle sue pagine più sentite. Se le arti rappresentano, tramite una sorta di allegoria, le idee, la musica va dritta al nocciolo della questione diventando un’oggettivazione diretta della volontà, posizionandosi quindi allo stesso livello delle idee stesse.

La volontà, come ricorderà chi ha studiato Schopenhauer, è forza cieca e irrazionale, è passione e sentimento; e così è infatti anche la musica, cioè sentimento contrapposto alla ragione. La melodia non fa altro che parlarci del fenomeno, presentandocene la forza bruta ma anche i moti più delicati. E proprio perché oggettivazione della volontà che si trova allo stesso livello delle idee, la musica ci comunica il perenne ciclo di insoddisfazione e appagamento che contraddistingue la stessa radice del mondo, pur però senza farci soffrire, perché riesce allo stesso tempo a mantenere la qualità catartica dell’arte.

La musica, la quale oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari. La musica, dunque, non è affatto, come le altre arti, l’immagine delle idee, ma è invece immagine della volontà stessa, della quale anche le idee sono oggettità: perciò l’effetto della musica è tanto più potente e penetrante di quello delle altre arti: perché queste esprimono solo l’ombra, mentre essa esprime l’essenza.

 

Segnala altre frasi di Schopenhauer sulla musica e sull’arte nei commenti.