«Il sesso è stata la cosa più divertente che ho fatto senza ridere»: basterebbe questa frase di Woody Allen per chiudere baracca e burattini e non avventurarsi oltre nel nostro tentativo di riportarvi alcune divertenti battute sul sesso e sull’amore. Basterebbe perché è una frase che, oltre a strappare un sorriso, riassume la filosofia dell’amore del comico newyorkese: in una vita fatta di delusioni, mancanza di senso, dolore e sofferenza, l’amore, o meglio il lato più comico dell’amore, è l’unica cosa che ci può alleviare l’esistenza.

È il concetto di fondo anche di Basta che funzioni, film di qualche anno fa ma il cui copione risaliva non a caso agli anni Settanta, periodo di grandi riflessioni su questi temi: in qualunque modo si trovi un po’ di sollievo, un po’ di felicità, un po’ di divertimento, quel modo dobbiamo tenercelo stretto, non badando alle convenzioni sociali, a ciò che è ritenuto comunemente giusto o buono. E su questi temi la comicità di Woody Allen ha giocato per anni: sul personaggio dell’uomo impacciato, incapace di trovare l’anima gemella, pieno di tic e di complessi freudiani, ma che cerca comunque un appiglio per scrollarsi tutto di dosso e godersi qualche brandello di vita.


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Di per sé, di battute sul sesso nei film e nella produzione anche letteraria di Woody Allen ce ne sarebbero moltissime: ne abbiamo scelte cinque, sintetiche, divertenti ma anche in parte riflessive, delle quali siamo in grado anche di mostrarvi la scena in cui vengono pronunciate; ma chissà che in futuro non se ne possano presentare anche altre cinque, di tenore magari diverso. Intanto, godetevi queste prime cinque grandi battute di Woody Allen sull’amore e sul sesso.

 

L’approccio davanti a un quadro di Pollock

da Provaci ancora, Sam (1972)

Partiamo dalle origini, dai primi tempi del Woody Allen attore (e regista) cinematografico. Il suo esordio a Hollywood era avvenuto a metà anni ’60, dopo una solida carriera da stand-up comedian e come autore di testi per trasmissioni televisive: aveva infatti scritto Ciao Pussycat, film nel quale aveva avuto anche una particina, ma anche a teatro aveva contemporaneamente dato prova di sé con la pièce Don’t Drink the Water, alla quale avrebbe fatto seguire Provaci ancora, Sam, un successo clamoroso a Broadway – dove Allen recitava per la prima volta contrapposto a Diane Keaton – tanto da essere portata sul grande schermo già nel 1972 per la regia di Herbert Ross e più o meno con gli stessi interpreti.

La storia è quella di un trentenne disadattato che si innamora della ragazza di un suo amico, ragazza che all’inizio non si accorge delle avances e tenta invece di aiutarlo a trovare una fidanzata, mentre lui contemporaneamente si immagina di ricevere costantemente consigli dall’Humphrey Bogart di Casablanca, suo ideale di uomo virile e sicuro di sé. La scena che abbiamo scelto si svolge all’interno di un museo e presenta proprio Linda, il personaggio della Keaton, che spinge Sam (o Allan, com’era nell’originale) a farsi avanti con una ragazza.

– È uno dei migliori Pollock, non trova?
– Sì, infatti.
– A lei che cosa le dice?
– Secondo me riafferma la negatività dell’universo, la terribile vacuità solitaria dell’esistenza, il nulla assoluto, la condizione dell’uomo costretto a vivere in una deserta eternità senza Dio come una piccola fiammella tremolante in un immenso involucro vuoto con null’altro che paura, orrore, schifo e degradazione che formano una squallida ed inutile camicia di forza sospesa in un cieco ed assurdo cosmo.
– Che fa sabato sera?
– Occupata, devo suicidarmi.
– Allora venerdì sera?

 

Come diventare il più grande amante che una donna abbia mai avuto

da Amore e guerra (1975)

Nella produzione di Woody Allen, Amore e guerra è un film di passaggio. I precedenti erano infatti dei lavori in cui predominava l’aspetto comico e satirico, delle vere e proprie commedie, in parte anche leggere nonostante affrontassero in termini parodistici anche questioni sociali e politiche.

A partire da Amore e guerra, invece, le tematiche si fanno più profonde e il tentativo di Allen non è più semplicemente quello di far ridere il suo pubblico, ma anche di prenderlo in giro e contemporaneamente di farlo pensare. Studiato come una parodia di Tolstoj e Dostoevskij, il film – interpretato ancora una volta da Allen e Keaton – è in realtà quasi un inno comico alla depressione, alla paura della morte (il titolo originale è, non a caso, Love and Death), all’inutilità della vita e dell’amore, con un gusto quasi sadico per la beffa e insieme l’affetto nei confronti della filosofia e della cultura in generale.

Boris, unico rappresentante goffo e pauroso di una valorosa famiglia russa, parte suo malgrado per la guerra contro Napoleone, non riuscendo a conquistare l’amata Sonja; una serie di circostanze lo fa però ritornare pluridecorato e quindi appetibile agli occhi di altre avvenenti signore. E, dopo una (veloce) notte di sesso, così interloquisce con una sua amante.

– Sei il più grande amatore che ho avuto…
– Be’, io mi esercito tanto da solo.

 

La masturbazione

da Io e Annie (1977)

A parere di molti critici, Io e Annie è il capolavoro di Woody Allen; sicuramente è stato il film più premiato della sua carriera, quello di maggior successo e quello che più è stato “digerito” dalla cultura americana ed europea, forse perché arrivava anche in un momento in cui la sua comicità, le sue riflessioni, il suo sarcasmo ben si sposavano con la richiesta del pubblico di mettere da parte certi eccessi degli anni Settanta e tornare a riflettere sulla propria esistenza, in maniera divertita e disincantata.


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La storia è quella del difficile rapporto d’amore tra Alvy Singer, alter ego di Woody Allen, e la sua amica e compagna Annie Hall, una magnifica Diane Keaton, in una delle ultime prove come spalla femminile del regista; un rapporto che si fonda sulle nevrosi di entrambi i personaggi e proprio per questo si rivela fin da subito assai fragile, anche se carico d’affetto. Del finale del film parleremo nel prossimo punto, visto che dalla pellicola abbiamo tratto due citazioni, ma qui basti sapere che la scena che abbiamo scelto arriva in un momento in cui Alvy si rivela particolarmente geloso nei confronti della sua compagna, già consapevole del fatto che qualcosa nel loro rapporto si è rotto, o meglio si è allentato, e che quindi anche lei si stia guardando inconsapevolmente attorno.

– Mi hai pedinato, io non posso crederci.
– Io non ti ho pedinato.
– Mi hai pedinato.
– Perché ti venivo dietro a distanza non perdendoti di vista? Quello non è pedinare!
– Allora qual è la tua definizione di pedinare?
– Be’, pedinare è diverso. Io ti spiavo.
– Ti rendi conto di quanto sei paranoico?
– Paranoico? Io ti sto solo guardando andare tra le braccia di un altro.
– Questa è la peggiore forma di paranoia.
– Non avevo neanche intenzione di spiarti. Volevo farti una sorpresa, venire a prenderti a scuola.
– Be’, eri tu che volevi mantenere la nostra relazione elastica, ricordi?
– Sì, ma stai avendo un flirt col tuo professore di università. Quel fesso che insegna quell’incredibile stronzata, “Crisi contemporanea nell’uomo orientale”…
– No, “Motivazioni di fondo del romanzo russo”. Ci sei andato vicino.
– Che differenza c’è? Tutte masturbazioni intellettuali.
– Ah, finalmente un argomento che conosci veramente a fondo.
– Ehi, non denigrare la masturbazione: è sesso con qualcuno che amo.

 

La maggior parte di noi ha bisogno di uova

da Io e Annie (1977)

I dissidi tra Alvy e Annie si rivelano insanabili, nonostante lui cerchi di riconquistarla superando uno dei suoi numerosi blocchi psicologici e lasciando momentaneamente New York per andarla a trovare a Los Angeles, città che odia con tutto il cuore. Ma, proprio dopo questo tentativo fallimentare e dopo aver cercato di sublimare le disavventure amorose in una commedia teatrale, Alvy riesce ad andare avanti, salvo poi incontrare nuovamente Annie a New York, tempo dopo.


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I due fanno colazione assieme, si immergono in un po’ di nostalgia, ma poi si salutano come si erano incontrati e vanno avanti con le loro vite, in un clima malinconico che riassume in parte l’umore di tutto il film. E la pellicola si conclude con un monologo di Alvy, come d’altronde aveva preso avvio (tra l’altro, all’inizio, con il personaggio che guardava dritto in camera e si rivolgeva direttamente agli spettatori); un monologo in cui sfrutta una vecchia battuta per proporre una riflessione sull’amore e sulla vita, in un modo piuttosto caro al Woody Allen a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, periodo in cui spesso affidava alla voce del suo personaggio una sorta di analisi conclusiva su quanto appena mostrato.

E io pensai a… quella vecchia barzelletta, sapete… Quella dove uno va dallo psichiatra e dice: “Dottore miorede di essere una gallina”, e il dottor fratello è pazzo, ce gli dice: “Perché non lo interna?”, e quello risponde: “E poi a me le uova chi me le fa?”. Be’, credo che corrisponda molto a quello che penso io dei rapporti uomo-donna. E cioè che sono assolutamente irrazionali… e pazzi. E assurdi, e… Ma credo che continuino perché la maggior parte di noi ha bisogno di uova.

 

L’ultima donna

da Crimini e misfatti (1989)

L’ultima battuta che abbiamo scelto arriva da un film di qualche anno successivo a quelli che abbiamo presentato finora; c’è da dire, infatti, che tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta il modo di far film di Allen era infatti cambiato, lentamente ma inesorabilmente; meno spazio veniva lasciato alle battute – anche se alcune rimanevano, e fulminanti – mentre i copioni iniziavano a scavare più in profondità nella psicologia dei personaggi, nei loro rapporti interpersonali sia dal punto di vista sessuale, sia, per la prima volta, nei termini più complessi dell’amore fraterno, dell’amicizia e così via.

Compaiono, nella filmografia di Allen, perfino delle pellicole drammatiche, insieme ad altre che si presentano come degli atti d’affetto per la New York di un tempo, o per il cinema, e sempre più spazio trovano i temi etici, che diventeranno centrali anche in alcune pellicole successive. Crimini e misfatti, uscito nel 1989 e interpretato, oltre che da Allen, anche da Martin Landau, Mia Farrow e Alan Alda, si inserisce proprio in questo filone: la comicità è ridotta ai minimi termini, giusto a qualche battuta sparsa qua e là per non appesantire una storia che è invece profondamente drammatica, perché da un lato c’è un uomo che si macchia di un omicidio pur di non dover rinunciare al proprio prestigio, e dall’altro un personaggio che viene in fondo umiliato da persone prive di scrupoli e superficiali, non trovando, neppure negli intellettuali che stima, dei modelli di riferimento.

Ma tra queste battute che Allen sciorina en passant ce n’è una che è entrata di diritto tra le sue più famose, belle e citate.

– Be’, però non mi dicesti che ormai era platonico da un anno? E io dico: quando è finito il sesso, è finito tutto.
– È vero, è vero. L’ultima donna in cui sono stato dentro era la Statua della Libertà…

 

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