Cinque frasi da Il piacere di D’Annunzio

Gabriele D'Annunzio al tempo del suo massimo successo, quando le frasi de Il piacere facevano scalpore

 
Il piacere di Gabriele D’Annunzio esce per la prima volta nel 1889 per l’editore Treves, per poi ricomparire cinque anni dopo nella silloge che prende il nome di “romanzi della rosa”, di cui fanno parte anche L’innocente e Il trionfo della morte. Per D’Annunzio si tratta del primo romanzo, nel quale riversa tutta la sua volontà di superare il Naturalismo, ispirandosi alla corrente francese del Decadentismo.

Il dandy Andrea Sperelli

Il protagonista infatti – che si chiama Andrea Sperelli ed è uno dei molti alter ego dello scrittore – è un dandy e un esteta, tutto dedito all’arte e allo sconvolgimento che porta nella sua vita la struggente passione per Elena Muti.

Gran parte del romanzo è composta da un lungo flashback che ripercorre la storia d’amore con la donna, che verrà poi contrapposta a Maria, per la quale Andrea Sperelli proverà un delicato amore platonico. Il romanzo è caratterizzato da lunghe e dettagliate descrizioni, in particolare di Roma, e l’amore per l’arte è l’assoluto protagonista.

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L’uomo contemplativo

Ogni oggetto nasconde dentro di sé un segreto: compito dell’uomo contemplativo è scoprirlo

Con un evidente riferimento alla corrente simbolista francese, qui l’autore cerca di spiegare che cosa accade nella mente di un uomo abituato alla contemplazione. Quando infatti si è avvezzi a osservare le cose nella loro profondità, a riflettere su di esse, a non lasciare che nulla travalichi la nostra attenzione senza aver avuto l’occasione di riflettere un po’ sulla natura di ciò che si ha di fronte, allora è impossibile smettere.

Ogni oggetto o essere vivente che incontra gli acuti sensi dell’uomo contemplativo viene sottoposto alla sua severa analisi, che ha sempre lo scopo di trovare il significato nascosto, il mistero. L’uomo dedito alla contemplazione è instancabile, ma perde anche, per questo, la capacitò di fidarsi del proprio istinto, che viene soffocato dal continuo rimuginare sugli arcani della vita.

Gli spiriti acuiti dalla consuetudine della contemplazione fantastica e del sogno poetico danno alle cose un’anima sensibile e mutabile come l’anima umana; e leggono in ogni cosa, nelle forme, ne’ colori, ne’ suoni, ne’ profumi, un simbolo trasparente, l’emblema d’un sentimento o d’un pensiero.


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La vita come arte

L’intento del protagonista di trasformare la propria esistenza in un’opera d’arte

In questa frase pronunciata da Andrea Sperelli è racchiusa la poetica fondante dell’opera, ma anche della vita, di Gabriele D’Annunzio, che non può non ricordare quella di Oscar Wilde. La vita deve essere vissuta come fosse un’opera d’arte, ma il modo in cui questa intenzione può compiersi sta tutto nelle mani dell’essere umano. È l’uomo che decide la natura della propria esistenza, e che quindi può fare della propria vita un vero e proprio oggetto artistico.

Un uomo colto non può lasciarsi vivere, ma deve impegnarsi a trasformare la sua quotidianità in arte. È questa la differenza fra l’uomo d’intelletto e l’uomo comune, ciò che rende il primo superiore al secondo: la capacità di rendere tutto ciò che vede e sente, tutto ciò che percepisce, pura e semplice arte.

Bisogna fare la propria vita come si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di lui. La superiorità vera è tutta qui.

 

La preziosità della lingua

Un esempio dello stile colto di D’Annunzio, in contrasto con un contenuto brutale

Questa citazione fornisce un chiaro esempio dello stile aulico e misticheggiante dell’autore, che amava dilungarsi in intricati ragionamenti facendo sfoggio nel modo più eccentrico possibile della propria grande cultura e della straordinaria padronanza dello strumento linguistico. Il ritmo e il lessico rendono questa frase lenta e pesante, ma nello stesso tempo anche molto preziosa, quasi luccicante.

La veste non esita tuttavia a contrastare con il contenuto della citazione, che appare decisamente brutale. Il significato espresso è risaputo, ma viene probabilmente rivestito da una certa eccezionalità proprio grazie alla forma con cui viene presentato al lettore.

Quel che in fondo a noi è rimasto della ferocia originale torna al sommo talvolta con una strana veemenza ed anche sotto la meschina gentilezza dell’abito moderno il nostro cuore talvolta si gonfia di non so che smania sanguinaria ed anela alla strage.

L’uomo non può sempre reprimere i propri istinti animaleschi e selvaggi, che, in un modo o in un altro, saltano sempre fuori, anche nell’individuo più composto. È sottinteso che l’uomo moderno, non potendo lasciarsi andare alla vocazione sanguinaria, sarò costretto a trovare altrove la propria valvola di sfogo, adattando la propria smania alla società moderna.


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L’amore e l’erudizione

Lo scontro dell’amore con l’ideale dell’amato, e un piccolo sfoggio da parte dell’autore

L’idea espressa in queste frasi è che l’amore non potrà mai essere del tutto soddisfacente, perché dovrà scontrarsi inevitabilmente con la perfezione di un ideale irrealizzabile. L’innamorato, infatti, è solito creare un’immagine dell’oggetto della propria devozione, fino a farlo diventare un ideale, appunto. L’amato o l’amata diventano qualcosa che non sono e che non potranno mai essere, trasfigurandosi.

Questo scontro fra la realtà della persona amata e l’immagine che l’amante ha faticosamente creato sarà la fonte di ogni disperazione e di ogni conflitto nato nella storia d’amore. Non potranno mai esserci completa felicità, serenità, soddisfazione. Ogni volta che l’amante guarderà negli occhi della sua amata, vedrà il contrasto tra ciò che si era immaginato e ciò che realmente è.

L’ideale avvelena ogni possesso imperfetto; e nell’amore ogni possesso è imperfetto e ingannevole, ogni piacere è misto di tristezza, ogni godimento è dimezzato, ogni gioia porta in sé un germe di sofferenza, ogni abbandono porta in sé un germe di dubbio; e i dubbi guastano, contaminano, corrompono tutti i diletti come le Arpie rendevano immangiabili tutti i cibi a Fineo.

Il riferimento alla mitologia classica ha il duplice scopo di dare maggiore forza al concetto che l’autore sta esprimendo e di mettere in mostra la propria erudizione. Qui D’Annunzio cita il celebre mito delle Arpie, che puniscono Fineo per aver rivelato agli uomini i progetti degli dei: queste mostruose creature dal volto di donna rubano ogni giorno il cibo dell’indovino, e quando non ci riescono lo insozzano rendendolo immangiabile.

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La sensualità come oggetto estetico

In una frase, la concezione di vita come arte che travalica ogni confine

Se è vero che la vita degna di essere vissuta è solo quella dedicata interamente all’arte, allora è inevitabile pensare che l’arte sia superiore anche al supremo sentimento dell’amore. In poche parole, se pure non limpide e immediatamente comprensibili, l’autore qui fa un ulteriore passo in avanti rispetto alla concezione di vita come arte.


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Egli, infatti, scorge nella sensualità qualcosa che il semplice sentimento amoroso non può cogliere. In essa sono vivi e pulsanti il senso estetico e la raffinatezza: Andrea Sperelli, e quindi lo stesso D’Annunzio, guardano a qualcosa di istintivo e di vitale come se si trovassero di fronte a un quadro o a una scultura.

E ancora una volta il senso estetico e la raffinatezza della sensualità soverchiarono e falsarono in lui il sentimento schietto e umano dell’amore.

Rendendosi conto di ciò, il sentimento amoroso, che fino a quel momento era preponderante, viene all’improvviso scalzato via da qualcosa che non può che essergli superiore, ossia il sentimento estetico che deriva dalla devozione totale all’arte. La sensualità non è più sentita, non è più vissuta dall’istinto, ma viene percepita sia dai sensi che dall’intelletto come puro oggetto d’arte.

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