Cinque frasi memorabili de I fratelli Karamazov di Dostoevskij

Cinque frasi memorabili de I fratelli Karamazov di Dostoevskij

 
Sulle nostre pagine ci siamo già occupati, in passato, dei grandi romanzieri russi: a quelli dell’Ottocento abbiamo dedicato un approfondimento apposito, mentre di Tolstoj abbiamo esaminato uno dei suoi più grandi capolavori, Anna Karenina; per completare il percorso ci sembrava d’obbligo parlare un po’ più diffusamente di Fëdor Dostoevskij, del quale abbiamo comunque già citato Memorie del sottosuolo, precursore letterario dell’esistenzialismo.

I fratelli Karamazov
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I fratelli Karamazov, ultimo e monumentale romanzo scritto dall’autore moscovita, riassume in fondo tutto il suo percorso di scrittore e porta a compimento la sua ricerca. Fu pubblicato a partire dal 1879 e terminato appena un mese prima della morte di Dostoevskij, tanto che costituisce ovviamente il suo testamento spirituale, soprattutto per il contenuto filosofico ed esistenziale di cui si fanno portatori i personaggi. I fratelli Karamazov sono quattro: Dmitrij, nato dal primo fallimentare matrimonio, un ragazzo che vive di emozioni forti passando costantemente da un estremo all’altro e che odia il padre, tanto è vero che verrà accusato del suo omicidio; Ivan, l’intellettuale nichilista che sembra almeno in parte figlio di Nietzsche e della sua filosofia; Alëša, il religioso, che mantiene l’impetuosità tipica della famiglia ma la convoglia verso la fede; infine Smerdjakov, il figlio illegittimo, che verrà indotto da Ivan ad uccidere il malvagio padre.


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Questi personaggi interagiscono tra loro in un lungo e inframmezzato racconto, il cui fine ultimo è interrogarsi sull’animo umano e sul suo cammino verso la virtù, sia che la fede esista, sia che non esista. Un libro in cui sono tante e tali le riflessioni che si potrebbero fare (e che molti insigni studiosi hanno fatto), che secondo noi vale la pena di riportare cinque frasi tra le più significative de I fratelli Karamazov e analizzarle una per una. Cominciamo.

 

La felicità nel dolore

La figura dello starec

Come detto, dei fratelli Karamazov, Alëša è quello più dedito all’impegno religioso: entra in convento, brama l’incontro con Dio e cerca avidamente nella fede il conforto per il dolore che la vita sembra provocare in tutte le persone che lo circondano.

Il passo che abbiamo citato proviene proprio da un momento particolarmente intenso di incontro tra Alëša e uno starec. Come lo definisce lo stesso Dostoevskij all’interno del libro, lo starec è un mistico, una guida spirituale, «colui che accoglie la vostra anima, la vostra volontà nella propria anima, nella propria volontà. Quando scegliete uno starec, voi rinunciate alla vostra volontà e gliela affidate in completa sottomissione, con assoluta abnegazione. Questo tirocinio, questa terribile scuola di vita viene accettata spontaneamente da colui che offre se stesso, nella speranza, al termine della lunga prova, di sconfiggere il proprio essere e di dominarsi fino al punto di conquistare infine, attraverso una vita di ubbidienza, la libertà assoluta, vale a dire la libertà da se stesso, per evitare il destino di coloro che hanno vissuto tutta una vita senza trovare dentro di sé se stessi».

E proprio lo starec dice ad Alëša che prima o poi dovrà lasciare il monastero, sposarsi ed affrontare il dolore della vita.

Vedrai un grave dolore e in quel dolore sarai felice. Ecco il mio insegnamento per te: cerca la felicità nel dolore.

 

La bellezza, spaventosa e misteriosa

Dmitrij e il suo cuore tormentato

Protagonista del nostro secondo passo è invece Dmitrij, il maggiore e il più tormentato dei fratelli, quello sostanzialmente abbandonato da entrambi i genitori: dalla madre, perché fuggì quando si rese conto che il suo ideale di amore romantico era completamente tradito dal marito, il bieco Fëdor; dal padre stesso, perché, alla fuga della sua prima moglie, lo fece crescere da altri, sballottandolo di qua e di là e non vedendolo mai.

Dmitrij è un animo inquieto, che non sembra sapere cosa vuole. Passa da un impeto di generosità ad uno di cattiveria nello spazio di poche pagine e non sa governare le proprie passioni. Per questo si rivolge al fratellastro Alëša, che chiama “angelo” tra i vari fratelli, spiegandogli come non riesca a governare la lussuria e a resistere ai richiami della bellezza: «La bellezza è una cosa spaventosa e terribile – gli confessa –, spaventosa perché non è definita, ma essa è indefinibile perché Dio ha posto solo enigmi. Qui gli opposti si congiungono e tutte le contraddizioni convivono».

Ma poi lo sa il diavolo che cosa sia l’uomo, ecco cosa vi dico! Ciò che alla mente sembra ignominia, al cuore può sembrare pura bellezza! In Sodoma c’è bellezza? Credi a me, per la stragrande maggioranza delle persone la bellezza è proprio in Sodoma, lo conoscevi questo segreto? Ciò che fa paura è che la bellezza non sia soltanto spaventosa ma anche misteriosa. Qui il diavolo combatte con Dio e il campo di battaglia è il cuore dell’uomo.

 

Chi si prende gioco dell’uomo?

Fëdor ubriaco ma sincero

Vediamo ora di parlare proprio di Fëdor, il padre, il carnefice e la vittima dei fratelli Karamazov. Ha quattro figli: uno, il primo, quasi rinnegato; due, Ivan e Alëša, che si rendono ben conto delle sue debolezze e della sua scarsa virtù; l’ultimo, Smerdjakov, che lui neppure riconosce e che viene costantemente trattato male, perché «il contadino russo va fustigato».

Il vecchio, dopo un’accesa discussione con lo starec, si trova a prendere un cognac con attorno a sé i due figli Ivan e Alëša. Si rivolge inizialmente a quest’ultimo, riportandogli, complice l’alcool, i suoi dubbi sulla fede e sull’esistenza di Dio; dubbi che non riescono a conquistare minimamente il suo figlio buono, ma che invece sono già da tempo nella mente di Ivan.


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Anzi, quelli di Ivan non sono nemmeno dubbi, ma vere certezze. Per lui Dio non esiste, senza tentennamenti. In lui non c’è il tormento che invece emerge nel padre, che prova anzi rancore verso la religione per la pura possibilità che sia tutta un inganno e un’illusione. E per questo, infervorato dal cognac, comincia a sbraitare e a porre domande ai figli.

«Dio mio, pensa solo a quanta fede ha sprecato l’uomo, quante forze ha sciupato invano per questo sogno, e questo da migliaia di anni ormai! Chi è che si prende gioco a questo modo dell’uomo? Ivan! Per l’ultima volta, quella definitiva: Dio esiste o no? Te lo chiedo per l’ultima volta!»
«E per l’ultima volta vi dico di no».
«Chi si prende gioco degli uomini, Ivan?»
«Il diavolo, forse», rispose Ivan Fëdorovič sorridendo.
«E il diavolo esiste?»
«No, non esiste neanche il diavolo».
«Peccato».

 

Ognuno è colpevole di tutto

Dai monaci al Dmitrij condannato

Siamo a una delle frasi cardine di tutto il libro, che ritorna anche in diversi punti. La prima volta è messa in bocca proprio allo starec che, morente, vuole impartire ai monaci gli ultimi insegnamenti, quelli a cui è giunto dopo anni di meditazioni. Al suo fianco c’è Alëša, ed è proprio sulla base del suo ricordo che la pagina viene costruita da Dostoevskij, in un discorso che tra l’altro rivela il pensiero proprio dell’autore.

Il cristiano, e più in generale l’uomo che vive su questa terra, deve infatti per Dostoevskij farsi carico non solo delle sue responsabilità, ma di quelle che investono tutto il genere umano; deve portare sulle spalle il peso del peccato universale, deve sentirlo proprio perché in effetti è anche sua la colpa.

Una consapevolezza che cambia la vita e che verrà ripresa, ben più avanti nel romanzo, da Dmitrij: arrestato – e condannato – per l’omicidio del padre che nonostante tutto lui non ha commesso, riesce, grazie a un cammino di conversione interiore, ad accettare la pena, in quanto, anche se non ha materialmente commesso il parricidio, ne è comunque responsabile, come di tutti i mali della terra.

Giacché sappiate, cari, che ciascuno di noi è senza dubbio colpevole per tutti e per tutto ciò che accade sulla terra, non solo per la comune colpa del genere umano, ma ciascuno personalmente è colpevole per tutta l’umanità e per ogni altro singolo uomo sulla terra.

 

Sarebbe tutto permesso?

L’arrivismo di Rakitin

Avviciniamoci ora alla conclusione. Dmitrij è in attesa del processo il cui esito appare però quasi scontato. La sua mente però è altrove, comincia a tormentarsi, sta dando il via a quel cammino che lo porterà, come detto, ad accogliere perfino una condanna ingiusta come una cosa positiva. Riceve, in questo stato, la visita del fratellastro Alëša, a cui è molto legato e che stima, nonostante ancora non ne condivida le idee.

In questo frangente particolare, Dmitrij racconta al fratello di Rakitin, un giornalista da strapazzo che però ha dei progetti ben delineati per il proprio futuro: s’è perfino messo a scrivere versi per una donna quarantenne, la Chochlakova, che non ha né intelligenza né bellezza, ma una buonissima dote che gli potrebbe tornare utile per aprire un proprio giornale a Pietroburgo.

Senza Dio, senza vita futura? Dunque, sarebbe tutto permesso, allora adesso si potrebbe fare tutto?

La domanda che Dmitrij pone al conoscente, prima di scoprire i suoi progetti, è quella che riportiamo qui di seguito: in mancanza di Dio, sarebbe tutto permesso? La risposta di Rakitin è che sì, agli intelligenti (o sarebbe meglio dire: ai furbi) sarebbe tutto permesso; e Dmitrij è stato semplicemente sciocco a uccidere per una somma talmente misera, quando si può ottenere molto di più in altri modi.

 

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