Ci sono filosofi che di solito – per quanto importanti – non vengono trattati nei programmi liceali. Uno di questi è Seneca, il celebre pensatore latino. I motivi della sua esclusione sono probabilmente due. Da un lato, lo si affronta già (e diffusamente) in latino, e quindi spesso gli insegnanti di filosofia si sentono dispensati dal dover introdurre un altro pensatore antico, che “ruba spazio e tempo” ai più recenti. Dall’altro, il pensiero di Seneca non è particolarmente originale, ma si richiama alla tradizione stoica e, in misura minore, ad altre filosofie.

Poco importa, quindi, che la prosa del nativo di Cordova sia molto più efficace di quella di molti stoici greci. O che le sue opere abbiano un’indubbia forza retorica ancora oggi. Spesso, di Seneca ci dimentichiamo. Eppure a scorrere i suoi testi ci si accorge che il suo messaggio è ancora oggi vivo e vegeto. E che merita di essere riscoperto pure dai contemporanei, che certo non possono dire di avere fatto molti passi avanti nel cammino verso la felicità.

La vita

Nato in Spagna da una famiglia di origini italiche, Seneca ebbe successo sia come politico che come intellettuale. Assunse infatti le cariche di senatore e questore, anche se visse pure diverse traversie. Fu infatti condannato a morte da Caligola (anche se poi graziato), fu esiliato da Claudio (anche se poi richiamato a Roma) e infine fu precettore di Nerone. Proprio quest’ultimo lo avrebbe costretto, anni dopo, al suicidio.

Ebbe molti importanti allievi e scrisse opere destinate a rimanere nella storia della letteratura romana. Tra le tante, meritano di essere ricordate il De ira, il De vita beata, il De brevitate vitae e Le epistole a Lucilio. Senza dimenticare le tragedie come l’Edipo o la Medea. Oggi scopriamo cinque frasi memorabili tratte da queste opere.


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Al saggio non può capitare nulla di male

L’imperturbabilità

Cos’è che ci allontana dalla felicità? È una domanda che, tutto sommato, molti di noi si pongono in vari momenti della vita. Ma è una domanda che si facevano anche gli antichi. Il primo a rispondere in maniera convincente fu forse Aristotele, ma dopo di lui vennero gli epicurei, gli stoici, gli scettici e gli altri esponenti dell’ellenismo.

Da lì in poi, il tema è stato al centro dell’etica di qualsiasi filosofo. Perché non si tratta solo di essere virtuosi, ma anche di essere felici. Per alcuni, virtù e felicità fanno fatica ad andare d’accordo, nel senso che si ritiene che la virtù comporti necessariamente dei sacrifici che ci allontanino dal piacere e dal godimento. Gli stoici, però, non sono di questo avviso. Per loro, la felicità deriva proprio dall’esercizio della virtù. E tra tutte le virtù un ruolo importante è riservato all’atarassia, la tranquillità che deriva dal dominio delle passioni.

Al saggio non può capitare nulla di male: non si mescolano i contrari. Come tutti i fiumi, tutte le piogge e le sorgenti curative non alterano il sapore del mare, né l’attenuano, così l’impeto delle avversità non fiacca l’animo dell’uomo forte: resta sul posto e qualsiasi cosa avvenga la piega a sé; è infatti più potente di tutto ciò che lo circonda.

Ecco come Seneca parla del saggio nel De providentia, il primo libro dei Dialoghi. Il tema di questo testo – che trovate in italiano sotto il titolo di La provvidenza – è infatti non tanto la questione della provvidenza in sé e per sé, quanto quello della sventura. Com’è possibile, si chiede il filosofo, che in un sistema regolato dalla provvidenza anche i buoni siano colpiti dalle tragedie?

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L’infelicità per colpa

Il saggio e l’ordine razionale del mondo

Come ricorderà ogni ex liceale che ha affrontato lo studio del latino, la prosa di Seneca è molto distante da quella dell’altro grande scrittore e filosofo latino, Cicerone. Nelle sue opere Seneca sceglie infatti un linguaggio colloquiale, che non indugia in parole ricercate, preferendo la potenza espressiva alla forma elaborata. Per questo a volte i suoi testi sembrano delle raccolte di epigrammi. Cosa che, tra l’altro, ci rende più facile estrarre delle citazioni per questo nostro articolo.

La seconda frase che abbiamo scelto è, non a caso, brevissima, ma ben riassume la filosofia morale di Seneca. Secondo lui, e più in generale per gli stoici, l’infelicità non dipende da qualcosa di esterno a noi. Non è la malattia, non è la sventura, non è il fallimento a renderci infelici: ciò che ci rattrista è il modo in cui noi reagiamo davanti a queste cose.

Nessuno è infelice se non per colpa sua.

L’abbiamo detto prima, non a caso: il saggio deve essere imperturbabile. Il dolore e la paura non devono albergare in lui, e gli eventi nefasti devono essere guardati in una prospettiva nuova. Dallo stoicismo, infatti, il pensatore romano desume l’idea che tutto il mondo sia regolato da un ordine razionale. Un ordine di cui l’uomo fa parta e a cui non ha senso ribellarsi. La realtà va accettata, e va compreso che la fonte del dolore sono più le nostre aspirazioni e paure che i fatti.

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Quanto tempo perdiamo

Il tema della brevità della vita

Uno dei testi più noti di Seneca è il De brevitate vitae, contenuto nel decimo libro dei Dialoghi. È un saggio che il filosofo probabilmente scrisse dopo il rientro a Roma in seguito a un lungo esilio in Corsica. Appena ritornato nella capitale, e poco prima di riassumere importanti cariche pubbliche, fu probabilmente disgustato dallo stile di vita dell’Urbe, vacuo e dispersivo.

A Roma la vita, infatti, scorreva in mille occupazioni che avevano però un’importanza molto relativa. E così era comune, allora come oggi, arrivare alla fine della vita chiedendosi dove si era perso tempo, scoprendo di non aver compiuto nulla di rilevante o duraturo in una vita pur lunga. La conclusione a cui giungeva Seneca, che ha un valore universale, è che in realtà sprechiamo gran parte della nostra vita, rincorrendo glorie e onori che però non ci lasciano in mano nulla.

Non è vero che abbiamo poco tempo: la verità è che ne perdiamo molto.

Celebre, in questo senso, anche un altro passo del libro: «È che vivete come se doveste vivere per sempre, non vi ricordate della vostra precarietà; non osservate quanto tempo è già trascorso, lo sciupate come se ne aveste in abbondanza, mentre invece proprio quella giornata, che state dedicando a qualcuno o a un affare qualsiasi, potrebbe essere l’ultima. Temete tutto come mortali, ma desiderate tutto come immortali».

 

La regola aurea

In pratica, la norma evangelica e kantiana

Concludiamo, per le ultime due frasi di Seneca, con l’opera che è probabilmente più famosa e letta del pensatore latino: le Epistole a Lucilio. Si tratta di 124 lettere di misura molto diversa tra loro, indirizzate tutte ad un amico. Secondo gli studiosi, molte di queste lettere facevano parte di un reale epistolario, anche perché contengono riferimenti a quelle che presumibilmente erano le risposte di Lucilio. Altre, invece, furono create ad arte dal filosofo per integrare la raccolta.


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Ispirandosi ad Epicuro, Seneca scelse la lettera come strumento di crescita morale dell’interlocutore. E infatti queste missive, che affrontano svariati argomenti, sono unite dal filo conduttore della pratica morale. Seneca, insomma, vuole dare consigli di vita, ispirandosi agli insegnamenti ricevuti e anche alle esperienze maturate. Non a caso questo testo fu probabilmente composto negli ultimi anni della vita, nel periodo del disimpegno politico che anticipò il suicidio.

Tuttavia, questa è in sostanza la mia regola: comportati con chi ti è inferiore come vorresti che si comportasse con te chi ti è superiore.

Lì troviamo anche la massima che avete letto qui sopra. Una frase che Seneca scrisse per affrontare un tema a lui molto caro, quello del rapporto coi subalterni. Ma che più in generale introduce un motivo ricorrente dell’etica occidentale: quello della reciprocità. Probabilmente la frase vi avrà infatti ricordato il precetto evangelico («fa’ agli altri quello che vorresti fosse fatto a te»), ma diverse formulazioni dello stesso concetto si ritrovano in varie filosofie o religioni, sia nella forma negativa («non fare…») che in quella positiva.

In Grecia avevano dato sentenze simili Pittaco, Talete, Epitteto. Frasi pressoché identiche, però, si trovano anche in Oriente, come nel confucianesimo, nel buddhismo, nell’ebraismo e nell’Islam. E, in secoli più recenti, si sono rifatti a principi simili anche Immanuel Kant, John Stuart Mill, Hans Jonas ed altri ancora. Non è un caso che questa citazione sia nota, nella tradizione, come “regola aurea”.

 

La povertà

Una condizione interiore più che materiale

Chi è il vero povero? Chi ha poco? Oppure chi desidera possedere di più? Secondo Seneca non è difficile rispondere a questa domanda: per lui il povero è chi non si accontenta di quel che ha. Chi, quindi, è turbato da quella che ritiene essere la sua povertà, la sua mancanza.

La povertà, insomma, per il filosofo non è tanto una condizione materiale, quanto una condizione interiore, dell’anima. D’altronde, anche questo concetto si ricollega a quelli che abbiamo espresso all’inizio: la felicità del saggio dipende esclusivamente da lui. Gli eventi esterni sono insignificanti, almeno se paragonati al modo – molto più rilevante – in cui noi li interpretiamo.

È povero non chi possiede poco, ma chi brama avere di più.

Questa frase ed altri passaggi delle Epistole a Lucilio mostrano, come dicevamo, un Seneca distaccato dalle ricchezze, dagli onori, dalla gloria. Un atteggiamento che verrà ripreso, filtrato attraverso la riflessione spirituale, dal cristianesimo delle origini. Anche nella nostra citazione, non per niente, sembra quasi di scorgere un legame col Discorso della Montagna del Vangelo. Ma, nonostante questi slanci, l’etica di Seneca rimane profondamente aristocratica: chi cede alle passioni è infatti spesso il popolo, il gregge, che il filosofo descrive sempre con un certo disprezzo.

 

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