Secondo gli antichi, l’anima si rivelava tramite lo sguardo di una persona. Secondo i filosofi moderni, invece, e in particolare Jean-Paul Sartre, negli occhi emerge la nostra solitudine, l’incomunicabilità e la cattiveria degli altri. Comunque la si voglia vedere, esistono centinaia, forse migliaia di frasi sugli occhi che cercano di descriverci il modo in cui questi nostri organi sensoriali ci permettono di relazionarci col mondo.

D’altra parte, non potrebbe certo essere altrimenti. Gli occhi sono l’appendice attraverso cui conosciamo quello che ci circonda, sono l’organo sensoriale che usiamo di più. E però, paradossalmente, sono anche le cose che guardiamo di meno negli altri.

Quando parliamo con una persona puntiamo lo sguardo su tutto tranne che sui suoi occhi. Mettiamo a fuoco le mani, la bocca, le guance; ma guardare dritto negli occhi è per noi un gesto troppo intimo, che riserviamo a persone con cui abbiamo un rapporto speciale.

Proprio per questo, quando si è innamorati, soprattutto agli inizi, ci si guarda spessissimo negli occhi. Ci si incanta e ci si perde nello sguardo altrui. Li si studia in base alla luce, al taglio, all’inclinazione. Si crede di vederli cangianti, si spera di vederli sorridenti. Li si ama, forse più di ogni altra parte del corpo.

E allora, scopriamole insieme, queste frasi sugli occhi. Abbiamo scelto infatti cinque citazioni bellissime – e a volte anche famosissime – che i poeti e gli scrittori hanno dedicato a questi nostri organi sensoriali. Le trovate qui di seguito, assieme a qualche breve nota biografica sui loro autori.

 

1. Gli occhi delle donne

William Shakespeare non ha certo bisogno di presentazioni. Il più grande drammaturgo della storia della letteratura inglese (e forse addirittura mondiale) ha dedicato pagine bellissime all’amore. Ne ha descritto, ad esempio, gli aspetti più drammatici in tragedie celeberrime come Romeo e Giulietta.

Ne ha descritto anche però il lato più comico, gioioso, leggero. La penna del poeta, infatti, era capace di toccare tutti i diversi toni dell’animo, e però di farlo rimanendo comprensibile anche agli umili. Le sue storie, d’altra parte, avevano un qualcosa di universale che le rendeva e le rende ancora adatte a qualsiasi pubblico.

Da Pene d’amor perduto di William Shakespeare

La frase che abbiamo scelto proviene da Pene d’amor perdute, una delle prime commedie composte dal Bardo. In quella storia, il re di Navarra e i suoi tre compagni si davano la regola di evitare le donne per tre anni, così da potersi dedicare allo studio.

William Shakespeare al suo tavolo di lavoro, mentre cerca l'ispirazione per una delle sue memorabili frasiOvviamente il progetto falliva miseramente, perché i protagonisti maschili non potevano evitare di innamorarsi della principessa di Francia e delle sue dame. Il tema quindi era quello amoroso, legato in particolare alla forza dei sentimenti.

Dagli occhi delle donne derivo la mia dottrina: essi brillano ancora del vero fuoco di Prometeo, sono i libri, le arti, le accademie, che mostrano, contengono e nutrono il mondo.
(William Shakespeare)

La frase che avete appena letto si focalizza appunto sulla forza e sul motore di quel sentimento. Negli occhi delle donne, infatti, secondo Shakespeare risiede il fuoco di tutto, il vero elemento che alimenta il mondo. La cultura e gli studi non sono nulla, senza l’amore.

D’altronde, a voler spulciare le opere di Shakespeare si trovano decine di citazioni simili, magari meno pregnanti di questa ma pur sempre significative. Perché da sempre lo sforzo dei poeti è stato anche quello di riuscire a rappresentare con le parole un sentimento tanto potente, un sentimento che negli occhi delle donne si riesce a intravedere.

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2. Gli occhi che parlano

Gli occhi non sono solo mezzi per l’amore. Servono anche, più semplicemente, per conoscere l’altra persona e per instaurare un rapporto. Non sono pochi, infatti, i poeti che sostengono che solo tramite gli occhi riusciamo a capire la persona che abbiamo di fronte, solo tramite lo sguardo riusciamo a penetrarla.

Robert Musil in divisa durante il suo periodo nell'esercitoD’altronde, il mondo borghese – che si è imposto, con le sue piccole ipocrisie, a partire dall’Ottocento – è un mondo in cui l’apparenza ha un peso molto importante. In pubblico bisogna mostrarsi sicuri di sé, forti, virtuosi. E nascondere le proprie debolezze, sia che ci si trovi a una riunione d’affari, sia che si chiacchieri con un amico in un caffè.

Gli uomini senza qualità di Robert Musil

Queste difficoltà emergono anche nella narrativa di inizio secolo, in particolare nei romanzi degli scrittori mitteleuropei. Gli autori tedeschi e austriaci hanno spesso prestato particolare attenzione ai problemi dell’uomo borghese e alle sue relazioni coi simili. Un’eco di quella tendenza, per fare un esempio, si sente anche nel nostro Svevo.

Robert Musil, scrittore austriaco morto nel 1942, è stato forse il massimo esponente di questa tendenza. Il suo capolavoro è L’uomo senza qualità, un romanzo monumentale ed incompiuto ambientato in una Vienna di inizio secolo.

È certo che un uomo lo si comprende assai meglio dagli occhi che non dalle parole…
(Robert Musil)

Il protagonista è Ulrich, un uomo che vive influenzato dalle varie filosofie del tempo, e in particolare da quella di Nietzsche [1]. Ma proprio per questo pare abitare in un mondo alienato, avulso dalla realtà; un mondo che non riesce a gestire e con cui non sa relazionarsi in maniera equilibrata.

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Ulrich rimane un mistero, in un certo senso, come tutti gli uomini del suo tempo. Ma la frase che abbiamo scelto di citare ci mostra come gli occhi possano essere un modo per superare questi ostacoli, e arrivare alla vera essenza dell’altro.

 

3. Gli occhi e il matrimonio

Dopo questa veloce capatina nel decadentismo, torniamo un po’ più indietro ai tempi in cui tutto sembrava più limpido e chiaro. Ovvero, ad esempio, al ‘700, quando il carattere borghese era ovviamente già delineato, ma, nella sua lotta contro l’ancien régime, se ne vedevano solo le virtù.

Ritratto di Benjamin Franklin ad opera di David Martin

E tra le virtù degli intellettuali del tempo c’era indubbiamente anche una buona dose d’ironia e di sarcasmo. Pensate, ad esempio, a Voltaire, uno dei più celebri illuministi francesi, che nei suoi scritti riusciva abilmente ad alternare la presa in giro e l’atto d’accusa [2].

Un altro grande esponente di quell’epoca fu Benjamin Franklin. Spirito poliedrico e dai molteplici interessi, Franklin fu scienziato e uomo politico, ma anche un abile scrittore e oratore. I suoi discorsi rendevano evidenti le sue virtù e lo hanno reso uno dei padri della patria in America.

Il pragmatismo di Benjamin Franklin

Sul versante scientifico, inventò il parafulmine e le lenti bifocali, oltre a una miriade di altre cose. Su quello politico, fu amico e ammiratore degli illuministi e uno dei padri della Rivoluzione americana, anche se in realtà quando si iniziò a combattere era già piuttosto vecchio.

Tieni gli occhi spalancati prima del matrimonio, semichiusi dopo.
(Benjamin Franklin)

Il suo era uno stile che avrebbe influenzato notevolmente le virtù civili degli americani. C’era poco di idealistico nei suoi discorsi: da buon scienziato, aveva un’idea pragmatica della condotta di vita, volta ad ottenere il meglio dalle condizioni iniziali.

In questo modo si spiega anche la frase che vi abbiamo appena riportato. Una frase che dà sostanzialmente un buon consiglio per la felicità matrimoniale, senza farsi illusioni e suggerendo di agire invece in maniera molto concreta. Perché l’occhio vede, ma a volte può (e deve) anche scegliere di non vedere.

 

4. L’essenziale…

La frase più celebre sugli occhi non l’avete sentita o letta, però, nelle pagine di Musil o di Shakespeare o di Franklin. L’avete trovata quando avete letto Il piccolo principe, capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry, aviatore e scrittore francese scomparso durante la Seconda guerra mondiale.

L’essenziale è invisibile agli occhi.
(Antoine de Saint-Exupéry)

La frase sugli occhi che trovate qui sopra, infatti, è probabilmente la citazione cardine di tutto il suo piccolo libro, e sicuramente una delle più famose del XX secolo. Anche perché sintetizza in maniera molto efficace il significato della favola.

Il protagonista del racconto è infatti uno strano principe, in visita sulla Terra ma proveniente da un lontano asteroide. Il suo interlocutore – e narratore del romanzo – è invece un aviatore, precipitato disgraziatamente nel deserto. I due imparano a conoscersi, e il principe manifesta all’uomo la sua originale visione delle cose.

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In buona sostanza, il principe racconta di come ha imparato a non accontentarsi dell’apparenza delle cose, ma ad andare oltre. E lo racconta trovando terreno molto fertile nell’aviatore, che fin da bambino ha imparato ad usare gli occhi della fantasia più che quelli del corpo.

Dietro all’apparenza

Prova ne sono le pagine iniziali, in cui il narratore racconta di come, da bambino, provasse a disegnare un serpente, senza venir compreso dagli adulti. Il suo disegno dell’animale, infatti, assomigliava a quello di un cappello, e tutti lo prendevano appunto per un copricapo.

La copertina de Il piccolo principe di Antoine de Saint-ExupéryNon capivano, invece, che quella strana forma era dovuta al fatto che il serpente aveva mangiato un intero elefante, che ora si trovava dentro di lui. Solo chi riesce a guardare al di là dell’apparenza riesce a cogliere cose come questa. Ma anche molte altre questioni che riguardano l’amicizia, l’amore, il senso della vita.

La frase, in particolare, viene comunicata al principe da una saggia volpe: «Ecco il mio segreto – gli dice, dandogli l’addio –. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». E questo perché agli occhi molte cose sembrano belle, ma solo il cuore sa quali sono le cose “addomesticate”, con cui c’è un legame.

E i passi che espongono lo stesso concetto, nel libro, sono molti. «Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore», dice il principe verso la fine. O, poco prima, con l’aviatore che conferma: «Sì, […] che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile».

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5. Le malattie degli occhi

Concludiamo con un ritorno all’ironia, e soprattutto con l’ingresso in Italia. Tutte le citazioni e gli aforismi che abbiamo riportato finora sono stati scritti, infatti, da scrittori stranieri. Eppure anche la nostra letteratura, il nostro teatro e il nostro cinema hanno spesso affrontato l’argomento.

E proprio dal cinema e dal teatro andiamo a pescare la nostra ultima frase, una battuta di spirito di Gino Cervi, grande attore sia sul palcoscenico che sul grande e piccolo schermo. Una frase che gioca sui mille significati della vista, sui suoi problemi e sui suoi slanci.

La più diffusa malattia degli occhi è l’amore a prima vista.
(Gino Cervi)

D’altronde, Cervi era un attore che in vita aveva saputo toccare tutte le corde dell’animo, da quelle umoristiche a quelle drammatiche. E sapeva bene come proprio l’amore, o meglio il cuore, sia la sede di entrambi questi poli – il pianto e la risata – e come la vista sia capace di influenzarlo.

L’umorismo di Gino Cervi

Bolognese, formatosi nei teatri del capoluogo emiliano, Cervi esordì sui palcoscenici di tutta Italia già negli anni ’20, lavorando perfino con Pirandello, che lo volle nella sua compagnia. Ma la sua carriera, almeno fino agli anni ’50, è piena di parti di rilievo.

Si specializzò nel dramma shakespeariano, dando mirabili prove nell’Otello, ne Le allegri comari di Windsor e nell’Amleto. Ma recitò anche in opere di Sofocle, Tasso, Goldoni e Dostoevskij. Almeno fino a quando non divenne un divo del cinema.

Gino Cervi con Fernandel nei panni, rispettivamente, di Peppone e Don CamilloSul grande schermo aveva cominciato a comparire da tempo, ma la grande notorietà arrivo nel dopoguerra grazie al personaggio di Peppone, sindaco comunista nei racconti del Don Camillo di Guareschi. In coppia con Fernandel, che interpretava il parroco del paese, diede vita a un duo comico che fece la storia del cinema popolare di quegli anni [3].

Infine, dopo la morte dell’amico Fernandel decise di non recitare più in quella serie e optò invece per la TV. Memorabile, in questo senso, anche la sua caratterizzazione del commissario Maigret, il celebre detective francese creato da Georges Simenon.

 

 

Note e approfondimenti

[1] Sui debiti di Musil nei confronti di Nietzsche si legga ad esempio qui.
[2] Ad esempio nel Candido o in Micromega, solo per citare i casi più celebri.
[3] I due recitarono insieme anche in un famoso carosello della Vecchia Romagna che si può rivedere qui.

 

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