Cinque frasi sulla bellezza pronunciate dai filosofi

La nascita di Venere di Sandro Botticelli

Come festeggiare San Valentino? Qualche giorno fa vi abbiamo proposto alcune pietanze tradizionali da condividere con la vostra dolce metà o nelle quali cercare di affogare le vostre pene d’amore, ma non ci sembrava abbastanza. Ci pareva servisse qualcosa di un po’ più romantico, anche se non volevamo cadere nel patetico, errore in cui è facile incorrere in questi casi; e allora abbiamo pensato di presentarvi sì alcune celebri frasi sulla bellezza, ma non quelle pronunciate dai poeti o dagli scrittori, bensì dai filosofi, personaggi dei quali all’apparenza si può pensar tutto tranne che siano propensi a slanci melodrammatici. Ci sembrava, anzi, interessante provare a vedere come i più grandi promotori della ragione si siano rapportati con una delle cose che sottomette e sconfigge spesso proprio la ragione, cioè la bellezza. Ecco, quindi, cinque frasi sulla bellezza pronunciate da filosofi e commentate per voi.

 

C’è bellezza ovunque

Confucio, Cina, VI-V secolo a.C.

Abbiamo scelto di partire da Confucio, ma avremmo potuto optare per un altro dei molti sapienti e filosofi dell’antico Oriente il cui pensiero ci è stato tramandato nei secoli, perché il tema è piuttosto comune: la bellezza è attorno a noi, ma bisogna saperla cogliere. Anzi, una frase come questa permette di far emergere le differenze tra Oriente e Occidente non solo per quanto riguarda la bellezza, ma addirittura più in generale l’approccio alla filosofia; esiste infatti una frase molto simile pronunciata più di duemila anni dopo dall’illuminista David Hume che recita: «La bellezza non è una qualità delle cose stesse: essa esiste soltanto nella mente che le contempla ed ogni mente percepisce una diversa bellezza»; frase quasi identica ma che ha un significato profondamente differente da quella di Confucio.

C’è bellezza ovunque, ma non tutti riescono a vederla.

Mentre l’analisi del maestro cinese si riferisce infatti alla capacità dello spirito di guardare con purezza e integrità al mondo, quella di Hume è una riflessione prettamente gnoseologica, che tenta di approfondire le strutture mentali che ci permettono di conoscere il mondo esterno. L’approccio di Confucio è, insomma, in un certo senso esistenziale, mentre quello di Hume è quasi scientifico, e, al di là delle parole usate, il salto dall’uno all’altro è abissale. Come tra filosofia orientale e occidentale.

 

La bellezza platonica

Platone, Atene, IV secolo a.C.

Spostiamoci in Occidente, e precisamente ad Atene, la culla della filosofia europea. Tra i pensatori antichi, probabilmente quello che più si è occupato della bellezza è stato Platone, nei confronti della quale anzi emerge un pensiero ambivalente: da un lato, infatti, la bellezza è un mezzo per avvicinarci alla perfezione dell’Iperuranio; dall’altro è però un inganno, una pallida imitazione della perfezione.

Rinverdiamo, velocemente, i vostri ricordi liceali. Per Platone la realtà è divisa in due: da un lato c’è un mondo perfetto, immutabile ed eterno popolato dalle idee (tra cui l’idea di bello) che viene chiamato Iperuranio; dall’altro c’è il nostro mondo, imitazione imperfetta del primo, in cui dominano la caducità, il divenire, l’incompletezza.

La bellezza è mescolare in giuste proporzioni il finito e l’infinito.

Qui, su questa terra, noi siamo inevitabilmente destinati all’infelicità, a meno che non riusciamo in qualche modo ad avvicinarci al mondo superiore tramite un percorso di purificazione dell’anima: e uno dei modi è proprio la bellezza, anche se la bellezza esteriore è solo il primo gradino di una scala che, per essere completa, deve portare assolutamente al bello in sé, cioè all’idea di bello o al Bello con la “b” maiuscola. In questo modo si spiega anche la poetica frase dell’allievo di Socrate: la bellezza è infatti il veicolo che ci permette di passare dal finito all’infinito.

 

L’amore come bellezza dell’anima

Sant’Agostino di Ippona, Impero romano, IV-V secolo

Se c’è un santo venerato dalla chiesa cattolica che la bellezza, nella sua vita, l’ha vista e amata in tutte le sue forme, quello è sicuramente Sant’Agostino, il vescovo di Ippona studiato come il principale filosofo della Patristica e oggi ricordato tra i principali padri della chiesa. La storia della sua vita è piuttosto nota e da lui stesso raccontata ne Le confessioni: ebbe una giovinezza dissoluta, in cui – per sua stessa ammissione – si fece guidare dall’ambizione e dai vizi anche carnali, fino anche ad avere un figlio (Adeodato) da una donna che non era sua moglie; poi, a Milano, si convertì al cristianesimo, affascinato dalla soluzione al problema del male che la nuova religione – mediata attraverso una lettura neoplatonica – sembrava dare.

Nella misura in cui l’amore cresce in te, cresce anche la tua bellezza, poiché l’amore è la bellezza dell’anima.

In questo senso conobbe ogni tipo di bellezza: perché dalla bellezza corporea così tanto inseguita in gioventù passò alla bellezza divina, che secondo la sua filosofia si può percepire in primo luogo nell’animo umano, dato che proprio l’anima è il modo attraverso cui Dio inserisce nell’uomo una scintilla di divinità. E un’anima che ama, cioè che fa ciò che le è proprio, è un’anima che ci permette di conoscere e incontrare Dio.

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Come una ricca gemma

Francesco Bacone, Inghilterra, XVI-XVII secolo

Come dicevamo in apertura, è difficile pensare che i filosofi possano concedersi slanci poetici volti ad esaltare la bellezza terrena, se non – come abbiamo visto finora – come riflesso di una bellezza divina o comunque superiore. Ancora più paradossale, però, è che alcune delle frasi più convincenti sulla bellezza nella storia della filosofia moderna derivino da un esaltatore della scienza e un tecnocrate come Francesco Bacone, antesignano dell’empirismo inglese e uno dei principali responsabili del trionfo della mentalità tecnico-scientifica di cui è permeata la nostra società ancora oggi.

Si può dire anzi che l’estetica – la parte della filosofia che studia proprio la bellezza – fosse l’ultimo dei suoi problemi, preso com’era a delineare le metodologie per effettuare esperimenti scientifici e trovare le cause prime dei fenomeni naturali, eppure qualche aforisma al bello l’ha dedicato, principalmente quando, nella Nuova Atlantide, ha provato a delineare le caratteristiche della società ideale secondo il suo punto di vista.

La bellezza è come una ricca gemma, per la quale la montatura migliore è la più semplice.

Rimane, e questo sì con una certa coerenza, l’esaltazione della semplicità, perché la bellezza non è qualcosa di artificiale ma un prodotto della natura, alla pari dei bei (almeno per Bacone) fenomeni come la caduta dei gravi, il moto della Terra o il calore. E dato che la bellezza degli avvenimenti della fisica non va indorata ma all’occhio dello scienziato risalta di per sé, lo stesso dev’essere anche sul piano estetico.

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Bambini per tutta la vita

Albert Einstein, Germania e Stati Uniti, XX secolo

Albert Einstein in una foto famosaRimaniamo e concludiamo con un’altra frase di uno scienziato, uno anzi che fu sicuramente più scienziato che filosofo – anche se, diciamolo chiaramente, quando si rivoluziona completamente una scienza bisogna essere sostanzialmente dei filosofi, perché più che le leggi cambia il modo di guardare al mondo. E se c’è stata una persona che ha rivoluzionato la filosofia del Novecento quella è stata probabilmente Albert Einstein, col quale tutti i filosofi, direttamente o indirettamente, hanno dovuto fare i conti.

Anche in questo caso, tornando alle nostre frasi sulla bellezza, ci troviamo davanti a un uomo di scienza che vuole parlare d’estetica, cosa non così comune; ma Einstein lo fa da par suo, suggerendo un parallelismo molto interessante tra ricerca della verità – propria della filosofia e della scienza – e ricerca della bellezza, sostenendo che in entrambi i casi è concesso rimanere bambini.

Lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso di rimanere bambini per tutta la vita.

La scienza e la bellezza, insomma, sono un gioco al quale bisogna accostarsi come degli infanti, facendosi prendere dal fascino della scoperta, lasciandosi stupire, ridendo e gioendo senza troppe sovrastrutture intellettuali; un’idea a cui Einstein ha tenuto fede fino alla fine, non perdendo quasi mai l’occasione per scherzare su di sé e sulle sue scoperte, facendosi immortalare in fotografie con la lingua di fuori o consegnandoci alcuni aforismi che ancora oggi sono vere perle di comicità.

 

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