Quanti libri, quanti saggi, quante poesie, quante frasi sulla natura si potrebbero scrivere. E, anzi, quante ne sono state scritte! Cercate con la mente di ritornare indietro ai vostri studi liceali. Basta un po’ di memoria per ricordare che di questa grande forza hanno parlato filosofi come Aristotele, Spinoza e Rousseau, poeti come Leopardi e Goethe, artisti e musicisti.

La bellezza del creato, il silenzio della montagna, i paesaggi che ci rimandano a Dio o comunque a un qualcosa di più grande: tutta la storia della nostra cultura è in qualche modo influenzata dal rapporto con la natura, dal modo in cui noi ci poniamo di fronte ad essa.

Ed è quindi logico che tanti autori nel corso dei secoli abbiano cercato di sintetizzare questo rapporto tramite frasi e aforismi. Alcuni esaltano il ruolo di questa madre e donatrice di vita. Altri invece ne mostrano i lati oscuri, chiamandola “matrigna” più che “madre”. Altri ancora ci propongono riflessioni profonde sulle sue ambiguità.

Tra frasi ad effetto e brevi riflessioni sulla vita, abbiamo scelto cinque citazioni che secondo noi vale la pena di riscoprire. Le trovate qui di seguito, accompagnate come al solito da qualche riflessione e una breve biografia della persona che le ha pronunciate o scritte.

 

1. Gli scopi della natura

La natura ha sempre interessato i filosofi. Se avete studiato questa materia al liceo, anzi, vi ricorderete che la filosofia nasce proprio come una forma di studio della natura. I pensatori di Mileto – Talete, Anassimandro e Anassimene – ad esempio cercavano di capire da dove essa si fosse originata, quale fosse il suo elemento costitutivo.

Anche i pensatori successivi continuarono a porsi la medesima domanda, perché comprendere il mistero della natura equivaleva a comprendere il mistero della vita. E quindi a esporre il quesito più esistenziale di tutti: perché siamo qui? Di cosa siamo fatti? E che ne sarà di noi dopo la morte?

Aristotele e la sua concezione della naturaQuelle prime analisi, però, agli occhi dei moderni paiono abbastanza ingenue. Ci si affidava a scarsissime conoscenze fisiche e si interpretava il mondo in maniera a tratti magica, oppure fidandosi fin troppo della logica e della ragione.

Per la prima seria analisi della natura, e quindi per la costruzione di una filosofia della natura – o di una fisica, visto che all’epoca erano la stessa cosa – si dovette aspettare l’avvento di Aristotele.

Aristotele e la fisica

È stato infatti l’allievo di Platone il primo che ha cominciato a studiare la natura con uno sguardo nuovo. Uno sguardo che avrebbe destato l’ammirazione di molti, e che non a caso avrebbe influenzato la scienza per millenni, almeno fino all’avvento di Galileo e Newton. Uno sguardo però profondamente finalistico.

La natura […] non fa niente senza scopo.
(Aristotele)

Cosa vuol dire la bella frase che abbiamo appena riportato? Ne possiamo dare due letture, una adatta a chi ne vuol cogliere il senso più immediato, l’altra a chi invece ne cerca il significato profondo.

Nel primo caso, possiamo intenderla come una frase secondo cui nulla avviene per caso. Può piacere a chi, insomma, crede che ci sia – nella mente di Dio o da qualche altra parte – una sorta di destino, una storia già scritta per ognuno di noi, e questa storia si realizzi nella natura. Compito dell’uomo sarebbe quindi quello di scorgere i segni di questo disegno [1].

La seconda lettura, quella più propriamente filosofica e aristotelica, va però oltre questo concetto. Per Aristotele, la natura e l’universo avevano davvero uno scopo, una meta verso cui tendevano in maniera inconsapevole. Questo scopo non era altro che la perfezione: tutto tende verso di essa, e visto che Dio è perfezione, tutto di fatto tende verso Dio.

Non è un caso che il cristianesimo, secoli dopo, abbia fatto propria questa riflessione di Aristotele secondo cui tutto è attratto da Dio, quasi volesse avvicinarsi a lui. E poco importava che il Dio di Aristotele fosse completamente diverso, sotto vari punti di vista, da quello cristiano: “l’appropriazione indebita”, ormai, era compiuta.

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2. La natura basta a se stessa

Dopo una visione filosoficamente finalistica come quella di Aristotele, facciamo un triplo salto mortale e andiamo al suo esatto opposto.

In questa nostra lista, infatti, abbiamo deciso di presentarvi le cinque frasi sulla natura che abbiamo scelto seguendo un ordine cronologico, sulla base di quando furono scritte. Però in realtà da Aristotele a d’Holbach, di cui parliamo ora, c’è un salto di circa 2.100 anni. E anche, ovviamente, molte idee nuove.

Il barone d'HolbachPaul Henri Thiry d’Holbach fu infatti filosofo ateo e materialista, uno dei primi a esprimere in termini filosofici coerenti il suo punto di vista contro l’esistenza di Dio. E in un sistema del genere, senza Dio e senza forze ad esso paragonabili, non rimaneva che la natura, sola.

La natura è sempre esistita

Ecco fornita la chiave di lettura della frase che vi proponiamo qui di seguito. Una frase che mette in chiaro che non è Dio il creatore del mondo («La natura non è una creazione»), che non è lui il principio primo («essa è sempre esistita»), che non esiste un altro piano oltre a quello naturale («tutto accade nel suo seno»).

La natura non è una creazione; essa è sempre esistita; tutto accade nel suo seno; essa è un immenso laboratorio fornito di materiali, e fabbrica gli strumenti dei quali essa si serve per agire.
(Paul Henri Thiry d’Holbach)

Insomma, una frase che sintetizza il pensiero di d’Holbach e di tutti i materialisti: la natura, per esistere, non ha bisogno di nient’altro che di se stessa, perché si fabbrica da sola ciò di cui ha bisogno.

E questo, se da un lato può intristire – perché l’assenza di Dio, come avrebbe insegnato di lì a poco Nietzsche, non è certo una passeggiata –, dall’altro però ci porta a notare la grandezza di questa natura, che da sempre si perpetua bastando a se stessa.

In fondo, in un sistema del genere il vero Dio è la natura stessa. Spinoza, un secolo primo e con un intento in parte diverso [2], l’aveva già detto: Deus sive Natura. Dio, ovvero la natura.

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3. La natura è carnefice

Ma davvero la natura è un regno dei fini, o quantomeno un organismo autosufficiente come ci hanno detto finora i filosofi che abbiamo visto? Fino al ‘700 molti pensavano di sì. Non era infatti solo d’Holbach a esaltare questo regno, a mostrarne i pregi. Tutta la filosofia fino ad allora aveva visto la natura come la più mirabile creazione di Dio.

Famoso ritratto di Giacomo Leopardi eseguito a 22 anni d'età

Certo, c’era stata qualche piccola o parziale obiezione a questo sentimento comune. Ad esempio, alcuni filosofi si erano resi conto che la natura non sempre regala gioie, ma spesso dispensa dolori.

Voltaire, contemporaneo e collega di d’Holbach, in seguito al celebre terremoto di Lisbona si affrettò a mostrare come il mondo, e quindi la natura, sia molto lontano dalla perfezione. Ma anche santi come Agostino avevano ammesso la presenza di mali naturali, imputandoli a una mancanza, a una lontananza da Dio.

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Prevaleva, però, in genere la visione ottimistica, che vedeva nella natura il segno più alto della perfezione divina. Tutto questo almeno fino a quando non era sorto lo spirito romantico, che con la sua attrazione e insieme repulsione nei confronti della natura avrebbe rimescolato, e di molto, le carte in tavola.

La Natura matrigna

L’uomo romantico, infatti, si trovò a guardare la natura come mai l’aveva guardata prima. Il creato non era più un luogo in cui cercare la pace, un bucolico equilibrio, ma il terreno di scontro di forze ingestibili. Pensate ai paesaggi di Cime tempestose o del Viandante sul mare di nebbia: la natura è uno spettacolo terribile e maestoso.

E infatti proprio ai romantici la natura sembrava mostrare una faccia nuova, quasi inedita. Quella non della madre, ma della matrigna. I più celebri pensatori che si sono rifatti a questa visione delle cose sono probabilmente Arthur Schopenhauer e Giacomo Leopardi. Ma proprio a quest’ultimo si devono le pagine più incisive.

La natura per costume e per istinto è carnefice impassibile e indifferente della sua propria famiglia, de’ suoi figlioli e, per così dire, del suo sangue.
(Giacomo Leopardi)

Quella che vedete qui sopra è solo una delle innumerevoli frasi che si potrebbero citare, scritte dal poeta di Recanati. Celeberrimo in questo senso anche il verso di A Silvia, in cui Leopardi si rivolge direttamente alla Natura:

O natura, o natura
perché non rendi poi
quel che prometti allor? Perché di tanto
inganni i figli tuoi?

La natura, a cui in gioventù Leopardi si era rivolto come una forza benigna, si è ormai qui trasformata in natura maligna. Il creato non permette agli uomini di alleviare il loro dolore, ma li illude, li inganna. E questa carneficina condotta ai nostri danni avviene nella più completa indifferenza della natura stessa.

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4. Un sentimento strano

La natura è quindi molte cose diverse tutte assieme. È madre e matrigna, è bellezza e stortura, è il regno dei fini ma anche il regno del caso, a seconda del lato che ci mostra. Questa ambivalenza di fondo non ha lasciato indifferenti i pensatori, che anzi hanno cercato di sintetizzarla a parole.

Lev TolstojQuello che ci è riuscito meglio è stato forse Lev Tolstoj, uno che con la natura ha fatto spesso i conti. In molti suoi racconti e romanzi essa rappresenta anzi l’aspirazione, il simbolo di una vita semplice a cui i personaggi vorrebbero ritornare, pur senza riuscirci.

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Vissuto in un’epoca di grandi cambiamenti, Tolstoj sognò sempre il ritorno a una vita più semplice, patriarcale e però pura, in cui le famiglie vivevano del duro lavoro della terra e i sentimenti erano puri. Il buon contadino russo pareva insomma essere, spesso, il suo modello. Un modello che viveva della e nella natura, e ne conosceva le caratteristiche.

La natura e Tolstoj

Proprio la saggezza contadina, legata a una vita a stretto contatto con la natura, emerge anche dalla citazione che abbiamo scelto e che potete leggere qui di seguito.

La bellezza della natura suscita in me questo sentimento; un sentimento non so se di gioia, di tristezza, di speranza, di disperazione, di dolore o di piacere. E quando arrivo a questo sentimento, mi fermo. Già lo conosco, non cerco di sciogliere il nodo, ma mi accontento di questa oscillazione.
(Lev Tolstoj)

La frase, inoltre, ha un significato anche più profondo del puro e semplice ritorno alla natura. È una frase infatti che accetta fatalisticamente il mistero, che accetta l’insondabile. Tolstoj stesso visse sempre una tensione forte tra l’intelletto e il sentimento, tra le riflessioni dei filosofi e il contatto puro e non mediato col mondo.

In questa frase c’è, cioè, l’accettazione matura di una realtà che non si può comprendere. La natura, o più in generale l’armonia del mondo, non sono il frutto delle elucubrazioni dei filosofi. La filosofia può certo riflettere sul mondo e sulla natura, ma ad un certo punto deve fermarsi.

E fermandosi deve lasciare spazio all’incomprensibile mistero della natura. Un mistero contraddittorio, un misto di gioia e tristezza allo stesso tempo, ma anche un nodo che non va sciolto, e di cui bisogna accontentarsi.

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5. La natura e l’uomo di oggi

I filosofi e gli scrittori a cui ci siamo appellati finora sono tutti vissuti in un’epoca premoderna, in cui l’industria non aveva ancora allungato le sue mani sulla natura. Negli ultimi decenni, però, lo sviluppo tecnologico ha portato l’uomo a relazionarsi in maniera nuova con questo importante regno.

A.J. Cronin

La natura non è più il luogo in cui possiamo ritrovare un contatto col mondo, non è più solo la fonte dei nostri piaceri e dei nostri dolori, non è più il segno della presenza divina. La natura, invece, è diventata una risorsa da sfruttare.

Le acque diventano non un luogo dove pescare e trovare quindi nutrimento, ma energia da utilizzare nelle centrali. Le montagne non sono più uno spettacolo per gli occhi, ma una risorsa turistica. L’ambiente viene letto e sfruttato in chiave economica, perdendo un po’ della sua poesia.

In questo modo, però, nel corso del Novecento la natura ha cominciato a soffrire. Per la prima volta nella storia si è parlato di inquinamento, di estinzione delle risorse, di problemi ambientali. E, soprattutto a partire dagli anni ’70, si è cominciato a ripensare al rapporto dell’uomo col creato.

L’invettiva di Cronin

I pericoli e le opportunità nuove offerte dalla natura nel corso del XX secolo sono ben focalizzate nella quinta frase che abbiamo scelto e che potete leggere qui di seguito. Una citazione che mostra come la natura non costituisca una forza passiva, che solamente subisce la mano dell’uomo, ma sappia rispondere.

Questa forza, si badi bene, non riguarda però solo la natura in senso stretto, cioè alberi, montagne o fiumi. Riguarda anche la natura dell’uomo, la sua essenza. L’uomo nel corso del ‘900 ha cercato di sottomettere anche i suoi sentimenti più profondi, eppure anche questi sono stati sempre pronti a ricomparire e prendersi una vendetta.

Dico che non potete sopprimere la natura. Se lo tentate, essa si rivolterà contro di voi, e farà strazio di voi.
(A.J. Cronin)

Purtroppo, di esempi di come la natura sappia restituire le ferite che le vengono inflitte ne abbiamo molti. I disastri naturali degli ultimi decenni sono spesso frutto delle sole forze del creato, ma in alcuni casi l’uomo ci ha messo indubbiamente del suo, peggiorando la situazione.

Non è un caso che la frase sia stata scritta da A.J. Cronin, celebre scrittore inglese attivo soprattutto nella prima metà del ‘900. Formatosi come medico, per un certo periodo della sua vita operò in Galles, vicino alle miniere che portavano lavoro ma anche rilevanti problemi sanitari ai minatori.

Quest’esperienza ispirò i suoi romanzi più famosi, in cui cercava di promuovere un diverso atteggiamento nei confronti sia della natura, sia degli uomini che con la natura – o contro di essa – erano costretti ad operare.

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Note e approfondimenti

[1] Nel 2012, la versione di greco assegnata all’Esame di Stato del Liceo Classico consisteva proprio in un passo della Fisica di Aristotele dedicata a spiegare il concetto di finalismo. La sua traduzione italiana può essere letta qui.
[2] Tradizionalmente, si è sempre ritenuto Spinoza non un materialista ma un immanentista. Studi recenti, però, sembrano interpretarlo in chiave più spiccatamente materialista. Si legga a tal proposito Spinoza e il problema dell’espressione di Gilles Deleuze.

 

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