Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa. Chiunque abbia fatto il liceo ricorda per tutta la vita queste sei parole, esattamente in quest’ordine. E, se è fortunato, ha in mente anche le altre sei (rosae, rosarum, rosis…) che compongono il plurale della prima declinazione in latino.

D’altronde, sembra impossibile ma quando parliamo di rose la prima cosa che ci viene in mente – a meno che non siamo dei fiorai – è proprio la scuola. Rosa fresca aulentissima s’intitolava, non per nulla, una celebre poesia di Cielo d’Alcamo. Il nome della rosa è il titolo del famoso libro di Umberto Eco, che in realtà riecheggia le dispute medievali sul nominalismo. «Cogli la rosa quando è il momento, ché il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà», recitavano invece i versi del britannico Robert Herrick, ampiamente citato all’interno del celebre film L’attimo fuggente.

La rosa, la più amata dai poeti

Tutto questo ha una causa. La rosa è infatti sempre stata amata dai poeti e dai letterati, ed è forse, anzi, la metafora a cui sono più affezionati. Ma perché proprio la rosa? Per una molteplicità di motivi. È un fiore bello, bellissimo, ma che appassisce in fretta, come la nostra vita. È un fiore soave, leggero, delicato, eppure è armato di spine, a ricordarci che ogni piacere si accompagna al dolore. Si presenta in vari colori, ognuno con un suo significato ben preciso, come le circostanze della vita. E poi è un fiore perfetto per rappresentare il femminino, da sempre il sogno e la tensione dei poeti maschi.

Insomma, di rose è piena la letteratura. Non sarebbe difficile, basandoci sulle poesie, costruire una cinquina apposita. Ma lo faremo in un altro momento. Oggi vogliamo concentrarci, invece, sulle frasi. Semplici e brevi citazioni che parlano di rose per parlare in realtà del mondo che ci circonda e in buona parte anche di noi. E che potete riutilizzare per una dedica, magari alla persona che vi sta accanto. Ecco quelle che secondo noi sono le più belle.


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Il nome e il profumo

Quando William Shakespeare anticipava Umberto Eco

Abbiamo citato, in apertura, il titolo del più famoso romanzo di Umberto Eco, Il nome della rosa. Un titolo che per la verità ha sempre lasciato perplessi molti lettori. La storia raccontata in quel libro è infatti legata a un oscuro giallo medievale, e fino alle ultime pagine non si comprende cosa c’entri il titolo scelto dallo scrittore piemontese.

In realtà un motivo c’è, ovviamente, e si lega alla filosofia, alla disputa sugli universali. Un tema che nel Medioevo era al centro della discussione. Un “eco” (giusto per rimanere in tema di parole e di loro significato) se ne sente anche, qualche secolo dopo, nel Romeo e Giulietta di William Shakespeare. In particolare al verso in cui il bardo inglese si interroga sul significato dei nomi.

Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.
(William Shakespeare)

In quel dramma d’amore il tema del nome ha un ruolo centrale. Come ricorderete, infatti, Romeo e Giulietta sono divisi proprio da un nome, o per essere più precisi da un cognome. Quello che porta lui, Montecchi, non può andar d’accordo con quello che porta lei, Capuleti. Eppure una rosa, se noi la chiamassimo con un nome diverso, non avrebbe forse lo stesso profumo?

 

Le spine e le rose

Il pessimismo estremo di Arthur Schopenhauer

Facciamo un balzo in avanti, ma rimaniamo sempre in un ambito in cui la poesia si confonde con la filosofia. È abbastanza raro, infatti, che queste due modalità dell’espressione umana vengano a incontrarsi – la poesia è il regno del sentimento, la filosofia della ragione –, eppure quando questo avviene i due elementi danno vita a frasi di grande spessore.


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Così è anche in questo breve verso di Schopenhauer, che riprende e modifica un detto popolare. Quante volte avrete sentito la frase «Non c’è rosa senza spine»! Un motto che serve a ricordarci che la felicità e ciò che c’è di bello non sono privi, di tanto in tanto, di qualche momento di dolore o difficoltà. Schopenhauer però rovescia la questione per farla sposare con la propria pessimistica concezione della vita.

Non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!
(Arthur Schopenhauer)

Non solo, secondo lui, non esiste rosa che sia priva di spine, ma la spine molto spesso si presentano anche senza rose. Una frase che pare tirata fuori di peso dal libro La legge di Murphy, ma che ha un significato molto più profondo di quanto non possa sembrare. Secondo il pensatore tedesco, infatti, la nostra vita è contrassegnata dal dolore. Anche quello che chiamiamo piacere in realtà, a ben guardare, non è altro che una pausa in questo dolore.

Questo fa sì che non possiamo provare nessun piacere se prima non abbiamo sofferto. Se ciò che ci dà piacere è, ad esempio, bere quando siamo assetati, allora non possiamo giungere a questo soddisfacimento se prima non soffriamo per la sete. Il discorso però non è reciproco: le sofferenze, infatti, non hanno bisogno di un piacere per generarsi. Molto spesso soffriamo la sete senza riuscire a soddisfarla. Pertanto, inutile illudersi con le rose: abituiamoci alle spine.

 

Il coraggio di prendere tutto

La fermezza di Anne, la terza sorella Brontë

Anne Brontë è la meno famosa delle tre sorelle Brontë. Di sicuro conoscerete Charlotte, la più vecchia (almeno tra quelle che raggiunsero la maggiore età), che scrisse Jane Eyre ma morì poco prima di compiere 39 anni. E ricorderete Emily, autrice di Cime tempestose e scomparsa ancora più giovane, a 30 anni. Anne è la terza, la più piccola, sempre citata nel trio ma di cui non si ricordano grandi opere.

In realtà anche la piccola – che morì pure lei giovanissima, ad appena 29 anni – si dilettava con la narrativa, oltre che con la poesia. Scrisse un paio di romanzi, tra i quali il più famoso è La signora di Wildfell Hall, che comunque non ebbe un successo neppure comparabile a quello delle opere delle sorelle. Non ebbe il tempo di rattristarsene, comunque, visto che la tubercolosi se la portò via troppo presto.

Chi non osa afferrare le spine
non dovrebbe mai desiderare la rosa.
(Anne Brontë)

È però nelle sue poesie che si scorge maggiormente il suo talento. Assieme alle sorelle, ed utilizzando lo pseudonimo di Acton Bell, ne scrisse parecchie. I temi erano quelli tipici dell’epoca romantica e vittoriana: l’amore, spesso infelice; la dannazione; il dolore. Come si vede bene anche da questi due semplici versi, che però mostrano chiaramente la dignità anche davanti alla sofferenza della giovane Brontë.

 

Le rose non colte

La poesia di Guido Gozzano dedicata a una prostituta

Abbiamo parlato, in apertura, dei poeti, ma in realtà finora di scrittori di versi propriamente detti ne abbiamo visti pochi. Ci siamo fermati più che altro su drammaturghi, romanzieri e filosofi prestati in un certo senso alla poesia. Guido Gozzano, invece, fu poeta nel vero senso della parola. Torinese, classe 1883, dopo un iniziale periodo di influenza dannunziana si avvicinò alla poetica dei crepuscolari, pur mantenendo uno stile proprio.

Malinconiche, pessimiste, eppure attraversate da una profonda ironia, le poesie di Gozzano non sono per la verità molte, perché anche in questo caso la morte arrivò troppo presto. Scomparve a soli 32 anni per tubercolosi, ma riuscì a pubblicare alcune raccolte, tra cui I colloqui è forse la migliore.

Non amo che le rose
che non colsi.
(Guido Gozzano)


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A chiudere la seconda sezione di quel libro troviamo Cocotte, una malinconica poesia su una prostituta (cocotte era uno dei tanti termini eufemistici con cui venivano chiamate all’epoca). Vi si racconta di come, da bambino, Gozzano fosse stato avvicinato da una di queste signorine, e di come ora, cresciuto, rimpianga quel momento. «Il mio sogno è nutrito d’abbandono, / di rimpianto – scriveva il poeta –. Non amo che le rose / che non colsi. Non amo che le cose / che potevano essere e non sono / state…»).

 

Il piccolo principe e la sua rosa

La saggezza di Antoine de Saint-Exupéry

Uno dei più celebri capitoli della letteratura contemporanea che ha per protagonista una rosa è quello de Il piccolo principe in cui l’eroe di quella storia si trova, appunto, ad accudire una rosa. Il principe proviene infatti da un piccolo asteroide, sul quale, oltre a lui, ci sono solo tre vulcani e una rosa vanitosa. Un fiore scorbutico, difficile da accudire, con il quale non mancavano le incomprensioni, ma che ora manca al piccolo protagonista.

Tra l’altro, nel corso del breve romanzo il principe si imbatte anche in un giardino pieno di rose. La sua, quella del suo asteroide, gli aveva detto di essere l’unica della sua specie e questo finisce per deludere molto il personaggio. Ciononostante, quando nel finale il principe viene morso dal serpente e il suo corpo scompare, il pilota che fa da coprotagonista alla storia non può far altro che pensare che il piccolo amico sia riuscito a ritornare sul suo pianeta, dalla sua rosa.

Il tempo che hai perso per la tua rosa è ciò che fa la tua rosa tanto importante.
(Antoine de Saint-Exupéry)

Il piccolo principe fu pubblicato in contemporanea in inglese e in francese nel 1943. Pensato dal suo autore – il pilota Antoine de Saint-Exupéry – come un racconto per ragazzi, ha affascinato fin da subito grandi e piccini, diventando un classico della letteratura del ‘900. Ristampato più volte, adattato in opere teatrali e cinematografiche, il libro ha venduto più di 130 milioni di copie in tutto il mondo.

 

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