Cinque frasi tratte da Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez

Gabriel Garcia Marquez con un suo libro

Non vi ho mai spiegato il metodo di lavoro che utilizzo nello scrivere le mie cinquine: semplicemente, ho decine di appunti su possibili liste che, di tanto in tanto, aggiorno, amplio e sistemo fino alla preparazione definitiva per finire sul sito.

Alcune di queste riguardano i libri: quando mi capita sottomano un volume che tengo in libreria, lo apro, in cerca delle vecchie sottolineature o di qualche appunto (c’è stato un tempo, addirittura, in cui mi scrivevo delle vere e proprie schede di lettura), riportandoli poi nel taccuino delle idee per Cinque cose belle.

Cent'anni di solitudine
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L'amore ai tempi del colera
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Memoria delle mie puttane
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Dell'amore e di altri demoni
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Cronaca di una morte annunciata
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L'incredibile e triste storia
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Qualcosa del genere era già abbozzato anche per Gabriel García Márquez e per almeno un paio di suoi libri (Cent’anni di solitudine e L’amore ai tempi del colera), ma i fatti della vita a volte portano ad accelerare le cose: il grande scrittore colombiano, premio Nobel nel 1982 per la letteratura, è scomparso infatti ieri a Città del Messico, dopo una lunga (anche se a tratti smentita) malattia. Tra i suoi libri più celebri e importanti figurano, oltre a quelli già citati, anche il bellissimo Cronaca di una morte annunciata e Dell’amore e di altri demoni, ma è sicuramente il mastodontico Cent’anni di solitudine, uscito nel 1967, ad averlo fatto conoscere al mondo ed averlo reso il padre del cosiddetto realismo magico.

Per onorarne la memoria, più che lanciarci in lunghe narrazioni sulla sua vita, abbiamo quindi scelto di riportarvi cinque citazioni tratte da questo libro, in modo che, chissà, possano indurre qualcuno a riprenderlo in mano o a leggerlo per la prima volta.

 

Il migliore amico

L’angoscia del potere

Durante la guerra civile tra liberali e conservatori a cui prese parte, Aureliano Buendía, esponente della seconda generazione della famiglia così appassionatamente dipinta da Márquez, scalò rapidamente le posizioni nella gerarchia militare. Il passo avanti decisivo, però, il colonnello lo compì quando il generale Teòfilo Vargas fu assassinato in un’imboscata a colpi di machete e lui divenne il comandante in capo dell’esercito dei ribelli.

“Il migliore amico,” soleva dire allora, “è quello che è appena morto”.

Il potere non gli piaceva, né lo lasciava tranquillo: «La stessa notte – si legge nel romanzo – in cui la sua autorità fu riconosciuta da tutti i comandi ribelli, si destò di soprassalto, urlando che voleva una coperta. Un gelo interno che gli incrinava le ossa e lo mortificava perfino in pieno sole gli impedì di dormire bene per parecchi mesi, finché se ne fece un’abitudine. L’ebbrezza del potere cominciò a decomporsi in raffiche di disagio. Cercando un rimedio contro il freddo, fece fucilare il giovane ufficiale che aveva proposto l’assassinio del generale Teòfilo Vargas. I suoi ordini si realizzavano prima di essere impartiti, prima ancora che lui li concepisse, e giungevano sempre molto lontano della meta a cui egli avrebbe osato farli arrivare. Smarrito nella solitudine del suo immenso potere, cominciò a perdere la rotta».

La frase sull’amico morto è riferita al duca di Marlborough, il suo “maestro nelle arti della guerra”, col quale aveva finito per litigare: d’altro canto, il potere – come si accorse presto – incrinava tutti i rapporti personali.

 

Il segreto di una buona vecchiaia

Il veterano che amava realizzare pesciolini d’oro

Come abbiamo iniziato a vedere e come vedremo, il colonnello Aureliano Buendía è uno dei personaggi cardine di Cent’anni di solitudine, ispirato tra l’altro al vero nonno dello scrittore, Nicolas Márquez Mejia, veterano della guerra dei mille giorni. Il colonnello appartiene alla seconda generazione dei Buendía e nasce a Macondo, dotato anche di piccoli poteri di chiaroveggenza.

Dopo un matrimonio con la piccola e bella Remedios, morta ad appena 14 anni, si arruola durante la guerra civile vivendo una vita piena di avventure, promuovendo insurrezioni, avendo diciassette figli da altrettante donne diverse e sopravvivendo a numerosi attentati. Finita la guerra, però, la sua vita da estremamente avventurosa si trasforma in estremamente monotona: passa il suo tempo chiuso in laboratorio a fabbricare piccoli pesciolini d’oro secondo una tecnica appresa dal padre, pesciolini che rivende in cambio d’oro che gli serve esclusivamente a fabbricare nuovi pesci.

Il colonnello Aureliano Buendía comprese a malapena che il segreto di una buona vecchiaia non è altro che un patto onesto con la solitudine.

«In verità – scriveva Márquez, poco prima della frase che abbiamo riportato sopra –, ciò che gli interessava non era il guadagno ma il lavoro. Aveva bisogno di tanta concentrazione per incastrare squame, incastonare minuscoli rubini negli occhi, laminare branchie e montare pinne, che non gli restava un solo vuoto da riempire con la delusione della guerra. Così assorbente era l’attenzione che gli richiedeva la raffinatezza del suo artigianato, che in poco tempo invecchiò più che in tutti gli anni di guerra, e la posizione gli piegò la spina dorsale e la millimetria gli sciupò la vista, ma la concentrazione implacabile lo premiò con la pace dello spirito». Per questo gli davano fastidio le visite dei veterani, rifiutava le onorificenze, viveva isolato aspettando la morte.

 

Un sentimento tanto primitivo e semplice come l’amore

Remedios la bella e il suo letale fascino

Remedios “la bella”, omonima della prima moglie del colonnello, è forse il personaggio più interessante della quarta generazione dei Buendía, figlia primogenita di Arcadio e Santa Sofia de la Piedad. Interessante perché è una ragazza dall’immensa bellezza, ma sostanzialmente segregata da Ursula, che la fa uscire solo per andare a messa completamente velata. Remedios quindi cresce un po’ a modo suo, rimanendo analfabeta e selvaggia, passando ore in bagno e vestendosi solo con una palandrana di canapa, sotto alla quale non indossa nulla.

Forse, non solo per farla capitolare ma altresì per scongiurarne i pericoli, sarebbe bastato un sentimento tanto primitivo e semplice come l’amore, ma quella fu l’unica cosa che non venne in mente a nessuno.

La sua bellezza, poi, è una maledizione, non tanto per lei quanto per chi si innamora di lei, che finisce sempre per morire: «Un giorno – racconta Gabriel García Márquez nel romanzo, poco prima della citazione – quando cominciava a lavarsi un forestiero sollevò una tegola del tetto e rimase senza fiato davanti al tremendo spettacolo della sua nudità. Lei vide lo sguardo desolato attraverso le tegole rotte e non ebbe una reazione di vergogna, bensì di allarme. “Attento,” esclamò. “Potrebbe cadere giù.” […] Poi, mentre si asciugava, il forestiero la supplicò con gli occhi pieni di lacrime di sposarlo. Lei gli rispose sinceramente che non si sarebbe mai sposata con un uomo così sciocco da perdere quasi un’ora, e da restare perfino senza mangiare, solo per vedere una donna che faceva il bagno. […] Allora sollevò altre due tegole per potersi calare nell’interno del bagno. “È molto alto,” lo avverti lei, spaventata. “Si ammazzerà!” Le tegole marce si schiantarono in uno strepito di sciagura, e l’uomo riuscì appena a lanciare un urlo di terrore, si ruppe il cranio e restò morto sul colpo sull’impiantito di cemento. I forestieri che udirono il fracasso dalla sala da pranzo, e che si affrettarono a portar via il cadavere, percepirono sulla sua pelle lo stordente odore di Remedios la bella, un profumo così compenetrato nel corpo, che le crepe del cranio non trasudavano sangue ma un olio d’ambra impregnato di quel sentore segreto, e allora compresero che l’odore di Remedios la bella continuava a torturare gli uomini oltre la morte, fino all’impolverimento delle loro ossa».

Un giorno Remedios scomparve salita in cielo, anche se il popolo riteneva questa solo una frottola raccontata per nascondere la sua fuga d’amore con un ragazzo.

 

Non si muore quando si deve

La sete di vendetta del colonnello contro gli assassini dei figli

Il colonnello Aureliano non passò tutta la sua vita a preparare pesciolini d’oro, come abbiamo raccontato prima. Ad un certo punto, anzi, il suo torpore fu scosso da una serie di veloci e concatenati eventi luttuosi: i suoi figli, avuti tutti da donne diverse, furono assassinati in attentati condotti in varie parti del paese.

Tutti avevano sulla fronte una croce di cenere derivante da una vecchia cerimonia religiosa, una croce che non si cancellava e che in un certo senso li marchiava; e proprio a quella croce erano mirati i colpi di pistola che erano stati usati per farli fuori, in agguati che ovviamente avevano come vero obiettivo il vecchio colonnello.

Non si muore quando si deve, ma quando si può.

La citazione riguarda un momento in cui Aureliano si rivolge a sua madre Ursula, chiedendole di poter dissotterrare un vecchio tesoro, dato che il denaro gli serve per ottenere vendetta, ma Ursula gli riferisce la preoccupazione di vederlo morto: «Nessuno sapeva perché mai un uomo che era sempre stato così disinteressato avesse cominciato a bramare il denaro con tale ansietà, e non le modeste quantità che gli sarebbero bastate per risolvere un caso d’emergenza, bensì una fortuna di proporzioni dissennate la cui sola menzione lasciò Aureliano Secondo in un mare di sgomento. I vecchi compagni di partito, ai quali si rivolse chiedendo aiuto, si nascosero per non riceverlo. Fu in quell’epoca che lo si sentì dire: “L’unica differenza attuale tra liberali e conservatori è che i liberali vanno alla messa delle cinque e i conservatori alla messa delle otto.” Tuttavia, insistette con tanta ostinazione, supplicò così a lungo, infranse a tal punto i suoi principi di dignità, che un poco di qui e un altro poco di là, scivolando da ogni parte con una sollecitudine misteriosa e una perseveranza spietata, riuscì a raccogliere in otto mesi più denaro di quanto Ursula avesse sotterrato. Allora andò a far visita all’infermo colonnello Gerineldo Màrquez per chiedergli di aiutarlo a promuovere la guerra totale».

 

Le porte erano state inventate per chiuderle

La donna rifugiata nelle convenzioni sociali

All’interno di Cent’anni di solitudine, Fernanda è la bellissima moglie di Aureliano Secondo: proveniente da una nobile famiglia dell’entroterra, viene notata dall’esponente dei Buendía durante un carnevale e questi decide di sposarla nonostante abbia già un’amante, Petra Cotes, alla quale rimane comunque legato per tutta la vita. Quello di Fernanda non è un personaggio positivo: infelice per i tradimenti del marito, si rifugerà da un lato nella religione e dall’altro nelle convenzioni sociali, manifestando un carattere bizzarro e autoritario.

Era convinta che le porte erano state inventate per chiuderle, e che la curiosità per quello che succedeva nella strada era cosa da donnacce.

È lei che decide di chiudere tutte le porte e le finestre, vietando anche alla figlia Meme Remedios di frequentare l’innamorato Mauricio: «Fernanda credeva davvero che suo marito aspettasse la fine della pioggia per tornare con la concubina. […] Quella era la causa della sua ansiosa corrispondenza coi medici invisibili, interrotta dalle frequenti lacune della posta. […] Una delle tante persone che passavano spesso dalla casa portando le notizie ingrate del diluvio le aveva detto che la compagnia stava smantellando i suoi dispensari per traslocarli in terre asciutte. Allora perse la speranza. Si rassegnò ad aspettare che finisse la pioggia e che si normalizzasse la posta e, nel frattempo, calmava le sue sofferenze segrete con espedienti di ispirazione, perché avrebbe preferito morire che mettersi nelle mani dell’unico medico che era rimasto a Macondo, il francese stravagante che si alimentava con erba per gli asini. […] Se non fosse stato per quella sofferenza che non avrebbe avuto nulla di pudibondo per chi non fosse stata ammalata anche di pudibondia, e se non fosse stato per la perdita delle lettere, a Fernanda non sarebbe importata la pioggia, perché in fin dei conti tutta la vita era stata per lei come se stesse piovendo. Non modificò gli orari né rilassò i rituali. Quando ancora il tavolo era sollevato sui mattoni e le sedie collocate sulle assi perché i commensali non si bagnassero i piedi, lei continuava ad apparecchiare con tovaglie di lino e vasellame cinese, e ad accendere i candelabri durante la cena, perché riteneva che le calamità non potevano essere prese come pretesto per il rilassamento dei costumi».

 

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