Siddharta di Hermann Hesse è uno di quei libri che, ignorati (o quasi) all’uscita, vengono riscoperti a distanza di tempo, non tanto perché anticipassero temi e problemi, o perché scritti in un linguaggio troppo avanzato per l’epoca in cui furono stampati, ma perché poterono beneficiare solo a distanza di qualche tempo di un nuovo interesse verso certi temi.

Scritto nel 1922, infatti, il libro era fortemente legato a una sensibilità e a dei temi verso cui l’Europa aveva sì provato interesse, ma qualche decennio prima, e che sarebbero stati pienamente riscoperti solo nel secondo dopoguerra e, meglio ancora, negli anni ’60 e ’70, quando l’India e la sua spiritualità divennero centrali anche nella formazione dei giovani.

Curiosa, in questo senso, anche la sua storia editoriale, soprattutto in Italia. Il libro infatti non fu tradotto nella nostra lingua alla sua uscita, complice anche il fatto che Hesse1 era pressoché ignoto in Italia (a parte il Narciso e Boccadoro, tradotto nel 1933, niente più venne importato fino alla fine della guerra).

La traduzione di Massimo Mila

A tradurre il poema indiano si mise il musicologo torinese Massimo Mila, uno di quegli ex allievi del liceo D’Azeglio – tra cui anche Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Norberto Bobbio, Vittorio Foa, Giulio Carlo Argan, Ludovico Geymonat e altri – che durante il fascismo furono più volte imprigionati, potendo però così dedicarsi anche allo studio e alla scrittura.

Ne uscì un libro distante anni luce dall’esperienza della Seconda guerra mondiale, ma che proprio per questo costituiva in un certo senso la ricerca di qualcosa di alternativo all’Europa (capitalista e socialista) che si stava delineando, contraddistinta da un uso distruttivo della tecnica.

Abbiamo selezionato alcune tra le frasi più famose di quel libro, spiegandole punto per punto. Eccole.

      

 

1. Gli uomini sono come una foglia secca

Nel capitolo chiamato “Tra gli uomini-bambini”, uno dei primi della seconda parte del libro, Siddharta entra a servizio di un ricco mercante, che prima lo accoglie in casa sua e poi, capendone la bravura nella scrittura e nel comprendere gli uomini, gli affida molti suoi affari.

Siddharta si rivela molto abile sotto certi punti di vista, ma anche, sulle prime, totalmente disinteressato al proprio lavoro e al successo o all’insuccesso delle trattative che conduce.

Nel giardino di delizie

È in questo stesso periodo che conosce Kamala, la bella ed intelligente cortigiana di cui si innamora, che vive in un palazzo circondato da “un giardino di delizie”. Con lei discute a lungo, di varie questioni: è una donna dalla quale impara l’amore, ma è anche confidente, amica, consigliera.

Hesse spiega che con lei Siddharta si trovava perfino meglio di quanto non si fosse mai trovato con Govinda, che pure era stato il suo amico più fedele ed intimo.

L’esaltazione del maestro Gotama

È proprio discorrendo con la donna che emerge la frase che riportiamo qui di seguito, una frase in cui Siddharta contrappone la maggior parte degli uomini – non intelligenti – ad alcuni pochi saggi, come in questo caso il maestro Gotama, che è il nome con cui Hesse chiama il Buddha storico, Siddharta Gautama.

La maggior parte degli uomini sono come una foglia secca, che si libra nell’aria e scende ondeggiando al suolo. Ma altri, pochi, sono come le stelle fisse, che vanno per un loro corso preciso, e non c’è vento che li tocchi, hanno in se stessi la loro legge e il loro cammino.

      

 

2. Il tempo è la sostanza di ogni pena

Alla formazione – filosofica e spirituale – di Hermann Hesse avevano contribuito tanti autori, non solo orientali. Non bisogna infatti considerare il Siddharta come semplicemente un resoconto della spiritualità indiana, perché in esso si intravede molto di più.

Si percepisce, infatti, il cammino compiuto dallo scrittore tedesco attraverso varie forme sapienziali e anche varie filosofie che, nate in Occidente, avevano saputo almeno in parte legarsi ad un sentire che era stato proprio delle filosofie orientali.


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Per questo, oltre ovviamente al buddhismo nella forma classica (theravada) e così come veniva insegnato da altre scuole, un peso importante l’hanno anche le filosofie di Schopenhauer e Bergson.

Il primo era il filosofo che ben un secolo prima aveva saputo avvicinarsi ai concetti del velo di Maya, del Nirvana e del dolore; il secondo, il pensatore che proprio all’epoca di Hesse stava indagando i misteri del tempo e della memoria nel mondo post-einsteiniano.

Il dialogo col barcaiolo e l’influenza di Oriente e Occidente

E l’eco di queste riflessioni non si può non sentire anche nella citazione che riportiamo qui di seguito, tratta da una riflessione derivata da un dialogo tra Siddharta e Vasudeva, il barcaiolo presso il quale il protagonista visse a lungo: «Hai appreso anche tu quel segreto del fiume: che il tempo non esiste?», chiede infatti a un dato momento Siddharta.

«Sì, – gli risponde Vasudeva – ma è questo ciò che tu vuoi dire: che il fiume si trova dovunque in ogni istante, alle sorgenti e alla foce, alla cascata, al traghetto, alle rapide, nel mare, in montagna, dovunque in ogni istante, e che per lui non vi è che presente, neanche l’ombra del passato, neanche l’ombra dell’avvenire?»

Non era il tempo la sostanza di ogni pena, non era forse il tempo la sostanza di ogni paura, e non sarebbe stato superato e soppresso tutto il male, tutto il dolore del mondo, appena si fosse superato il tempo, appena si fosse trovato il modo di annullare il pensiero del tempo?

   

 

3. La musica della vita

In Siddharta il fiume ha un ruolo fondamentale: è solo davanti ad esso che il protagonista, dopo aver perso la strada della ricerca ed aver passato vari anni della sua vita in preda alle debolezze umane, ritrova se stesso. In questo, gli è fedele compagno di maturazione il già citato Vasudeva, che gli parla raramente ma del quale ogni parola è decisiva e significativa.


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Il fiume è la pace, è la meditazione, ma è anche molte altre cose: è il simbolo dello scorrere del tempo e del divenire, come abbiamo appena visto nel paragrafo precedente, ma è anche il simbolo dell’apparenza, della realtà in cui tutto si discioglie.

Quel fiume è il simbolo del mondo, che il buddhismo intende rinnegare ma che Siddharta – come vedremo anche nella conclusione di questo nostro breve percorso – intende invece abbracciare.

E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.

 

4. La saggezza non è comunicabile

Govinda, che era stato compagno dell’infanzia e della giovinezza di Siddharta, decide ad un certo punto di entrare tra i discepoli di Gotama e diventare quindi monaco buddhista. La sua strada e quella del suo amico fraterno si separano, e i due non si vedono per molti anni.

Diventato vecchio, però, e dopo aver sentito a lungo parlare di un traghettatore che sembrava essere molto saggio, Govinda – la cui ansia di ricerca non si è placata – decide di fargli visita, imbattendosi così nel suo amico di un tempo, che sulle prime non riconosce.

Cercare e non vedere

I due discutono a lungo, confrontando le loro diverse scelte di vita. Govinda ha sempre cercato e in questo, afferma Siddharta, ha smesso di vedere le cose che gli erano intorno, perché chi ricerca si concentra solo sulla cosa che vuole trovare, tralasciando tutto il resto.

A questo punto Govinda vuole capire qual è la dottrina a cui Siddharta è pervenuto, ma lui non sa passargliela, perché ha appreso molto e da molti maestri diversi (la cortigiana Kamala, il mercante Kamaswami, i buddhisti, il barcaiolo Vasudeva, il fiume stesso) ma quello che ha appreso non può essere trasmesso con le parole.

Ho avuto pensieri e princìpi. Tante volte ho sentito in me il sapere, per un’ora o per un giorno così come si sente la vita nel proprio cuore. […] Ma questo è un pensiero che ho trovato io: la saggezza non è comunicabile. La saggezza che un dotto tenta di comunicare ad altri, ha sempre un suono di pazzia. […] La scienza si può comunicare, ma la saggezza no. Si può trovarla, viverla, si possono fare miracoli con essa, ma spiegarla e insegnarla non si può.

 

5. L’amore è la cosa più importante

Concludiamo con una delle frasi che Siddharta pronuncia nelle ultimissime pagine del libro, quando come detto ritrova dopo molto tempo l’amico Govinda e traccia la summa, in un certo senso, di quello che è stata la sua vita e di quello che quella vita l’ha portato a capire.

Govinda è stato per molto tempo un monaco buddhista, ed aderisce quindi agli insegnamenti di Siddharta Gotama, omonimo del suo amico; il protagonista, invece, è arrivato ad una propria forma di illuminazione, che certo trae ispirazione anche dall’esempio del Buddha, ma va oltre ad essa.


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In particolare, un punto chiave è il modo in cui si devono considerare le cose del mondo. Secondo la dottrina buddhista classica, sostenuta dallo stesso Govinda, le cose del mondo sono mera illusione, e non è un caso che il fratellastro ponga la domanda: «Ma ciò che tu chiami “cose” è forse qualcosa di reale, di essenziale? Non è soltanto illusione di Maja, soltanto immagine e apparenza? La tua pietra, il tuo albero, il tuo fiume, sono forse realtà?».

E Siddharta, subito prima di pronunciare la frase che riportiamo qui di seguito, dice: «Siano o non siano le cose soltanto apparenza, allora sono apparenza anch’io e quindi esse sono sempre miei simili. Questo è ciò che me le rende così care e rispettabili: sono miei simili. Per questo posso amarle».

L’amore mi sembra di tutte la cosa più importante. Penetrare il mondo, spiegarlo, disprezzarlo, può essere opera di filosofi. A me importa solo di poterlo amare; a me importa solo di poter considerare me, tutti gli esseri e il mondo con amore, ammirazione e rispetto.

      

 

Note e approfondimenti

  • 1 Per quanto avesse già pubblicato molto in tedesco e si fosse imposto come uno degli scrittori più interessanti della sua generazione.

 

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