Cinque geniali intuizioni de La Fenomenologia dello Spirito di Hegel

Cinque geniali intuizioni de La fenomenologia dello Spirito di Hegel

Credo di non aver mai nascosto di non amare particolarmente Georg Wilhelm Friedrich Hegel, né a chi legge quello che solitamente scrivo sulla filosofia, né ai miei studenti che ogni anno affrontano con me l’importante filosofo idealista.

Ciononostante, non apprezzare gli esiti della filosofia hegeliana – o accusarla, come faceva Schopenhauer, di essere opera di un “sicario della verità” – non significa necessariamente ritenere Hegel uno stupido o i suoi libri privi di interesse. Anzi, a volte proprio l’essere in disaccordo con le sue teorie ci porta a notare quanto potesse essere geniale il pensatore di Stoccarda, e quanto il suo sistema onnicomprensivo sia riuscito per decenni a risultare convincente solo sulla base della sua forza intrinseca.

Tra tutte le opere, forse la Fenomenologia dello Spirito è quella in cui si concentrano alcune delle più importanti intuizioni di Hegel: scopriamo quindi assieme le cinque più rilevanti.

 

La parola “fenomenologia”

Da Kant a Husserl

Immanuel KantPartiamo, com’è d’obbligo, dal titolo, che ha avuto un’influenza non indifferente su molta della filosofia successiva. La parola “fenomenologia”, infatti, era già stata usata in ambito filosofico ben prima di Hegel, ma fu solo col pensatore tedesco che entrò prepotentemente nel dibattito, finendo per essere poi ripresa anche da Edmund Husserl – con un significato non sovrapponibile a quello hegeliano – nella fondazione della sua fenomenologia.

La prima comparsa del termine viene normalmente fatta risalire al 1764, all’interno del Novum Organon del filosofo tedesco Johann Heinrich Lambert; Kant, poi, riutilizzò il concetto di fenomeno risalendo all’etimologia greca, e designando con questa parola la realtà mediata attraverso i sensi e le forme a priori di ogni essere umano. Quando, a inizio Ottocento, Hegel stese il testo di quella che sarebbe diventata la sua prima grande opera, scelse di riprendere in mano questo termine, spogliandolo però del significato che gli avevano dato i suoi predecessori: per lui, infatti, fenomenologia significa semplicemente scienza di ciò che appare, e all’interno del titolo della sua opera assume quindi il significato di scienza di come lo Spirito si manifesta.

Il percorso dialettico

Infatti è lo stesso Hegel a spiegare che la Fenomenologia dello Spirito non è altro che la storia romanzata della coscienza che via via, tramite un percorso dialettico, si riconosce come Spirito. Cioè, detta in altri termini, la storia di come la coscienza prima prende consapevolezza del mondo esterno, poi di sé e infine si rende conto che mondo esterno e mondo interiore non sono due entità separate, ma fanno parte di un’unità.

 

La dialettica

La legge logica e ontologica

La dialettica hegeliana secondo Homer SimpsonIl pensiero hegeliano, come tutti i grandi sistemi filosofici, ha avuto un suo periodo di grande successo, in cui sembrava non si potesse far filosofia senza confrontarsi, direttamente o indirettamente, con esso; dopodiché, attaccato da più parti, è entrato in crisi, è stato più volte ripreso e più volte abbandonato. Non c’è da rammaricarsene: è un destino comune a tutti i sistemi di pensiero, da Platone in poi.

C’è però un aspetto di questa filosofia che più degli altri ha resistito al passare del tempo, che ha continuato a esercitare un fascino potente su diverse generazioni di filosofi o di studiosi: la dialettica. La straordinaria rispondenza di questa legge alla realtà – o almeno alla realtà così come veniva presentata da Hegel –, la sua apparente semplicità di applicazione ma allo stesso tempo la capacità di spiegare tutto e, letteralmente, il contrario di tutto la resero infatti un modello per generazioni di filosofi.

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Cercando di spiegarla in una maniera semplice ma al tempo stesso precisa, la dialettica è la legge che regola il divenire dell’Assoluto, ovvero la legge che il divino segue per presentarsi nella realtà. È in questo senso una legge che ha valenza sia logica che ontologica, anche a causa del legame strettissimo che Hegel pone tra ragione e realtà.

I tre momenti

Essa si compone di tre momenti: in una prima fase, chiamata momento astratto o intellettuale (o, più semplicemente, tesi), l’esistente si concepisce come una serie di entità separate e autonome le une dalle altre; nel secondo, chiamato dialettico o negativo-razionale (o antitesi), questo primo livello va messo “in movimento” e l’esistente va confrontato con il suo opposto, anche perché affermare una cosa significa negare tutte le altre possibilità; nell’ultima fase, chiamata momento speculativo o positivo-razionale (o sintesi), avviene la presa di consapevolezza che le realtà non sono veramente separate e diverse, ma fanno parte di un’unica realtà più grande, l’Infinito o Assoluto.

 

La dialettica servo-padrone

La liberazione data dal lavoro

La dialettica servo-padronePerfetta applicazione pratica della legge che abbiamo appena finito di presentare si trova già nell’impostazione generale della Fenomenologia dello Spirito (la cui triade fondamentale è formata da Coscienza, Autocoscienza e Ragione), ma anche all’interno di quella che è probabilmente la figura più celebre di tutta l’opera, la dialettica servo-padrone (chiamata a volte anche “rapporto signoria-servitù”).

Questa figura, assieme ad altre che in parte vedremo più avanti in questo articolo, viene presentata da Hegel all’interno della sezione sull’Autocoscienza, dedicata al momento in cui ogni coscienza, incapace di conoscere con certezza il mondo esterno, prova a rivolgersi su di sé.

Per Hegel infatti ogni autocoscienza, per riconoscersi come tale, ha bisogno di un’altra autocoscienza; tra le due, però, assume il dominio quella che è disposta a mettere a repentaglio la propria vita pur di assoggettare l’altra, mentre si sottomette quella che ha avuto paura di morire.

Il rovesciamento

Dopo un certo tempo, però, si assiste a una paradossale inversione di ruoli: il padrone, infatti, scopre di dipendere dal servo, perché si è abituato a non fare più nulla senza di lui, mentre il servo si scopre libero, perché tramite la paura della morte, il servizio e il lavoro ha compreso di non aver bisogno del suo padrone e ha imparato a ritrovare la sua autocoscienza riflessa nelle cose che fa.

 

La coscienza infelice

Il cammino della separazione da Dio

La prima crociataRimaniamo sempre nell’ambito dell’autocoscienza con un’altra figura forse meno famosa, ma di sicuro fondamentale per comprendere il pensiero complessivo del filosofo tedesco: quella della coscienza infelice.

Questa figura, che abbozza un percorso di storia delle religioni nell’ottica della triade dialettica hegeliana, è infatti rappresentativa non solo del cammino compiuto dalla coscienza per riconoscersi parte del Tutto, ma anche della filosofia hegeliana nel suo complesso, che può essere letta come un percorso di progressivo avvicinamento a Dio, ove con Dio si intenda l’Assoluto panteistico e in perenne divenire dell’idealismo.

Dall’ebraismo al Rinascimento

Secondo questa figura la coscienza è storicamente infelice perché soffre per la separazione che ha sempre subito da Dio. La prima tappa del percorso parte infatti dall’ebraismo, la religione in cui il distacco tra uomo e Dio è massimo: Dio non può neppure essere rappresentato, il suo nome non può essere pronunciato, la sua volontà è spesso imperscrutabile e le sue decisioni sono tremende e incutono timore. Il secondo momento arriva poi con il cristianesimo medievale, in cui Dio si incarna sì in un uomo in carne ed ossa e scende in mezzo a noi, ma la cui presenza rimane comunque difficile da percepire ora, al giorno d’oggi, dopo la resurrezione, come provano i crociati medievali, che cercavano Dio in Terra Santa ma trovavano il sepolcro vuoto.

Infine la sintesi, la tappa conclusiva di questo percorso, si ha nel Rinascimento, quando secondo Hegel finalmente si è iniziato a scorgere che Dio non è un’entità staccata dal mondo e dalla storia, ma è immerso nella Natura e quindi è quell’Infinito, quel Tutto, quella Realtà stessa che anche Hegel riteneva divina.

 

Virtù e corso del mondo

L’esempio di Robespierre

Robespierre, l'emblema del cavaliere della virtù hegelianoFacciamo, per concludere, un balzo in avanti e addentriamoci nell’ultima parte del libro, quella dedicata alla Ragione, sintesi di Coscienza e Autocoscienza; essa a sua volta si divide in Ragione osservativa, Ragione attiva e Individualità in sé e per sé, ma noi ci soffermeremo solo sulla seconda, la Ragione Attiva. Qui infatti Hegel introduce un’altra figura particolarmente significativa, quella che va sotto il nome di Virtù e corso del mondo o addirittura Cavaliere della virtù.

Lo scopo di Hegel è quello di dimostrare – come ribadirà in tutte le opere successive – che il bene non è raggiungibile dall’uomo solo, dall’uomo che tenta autonomamente dagli altri di raggiungere la virtù. La morale, per sua stessa ammissione, è in questi termini un’avventura quasi donchisciottesca, destinata a finire in un fallimento (mentre l’unica forma di virtù veramente efficace sarà quella diretta dallo Stato). Prova di tutto ciò è l’esempio di Robespierre, il celebre leader della Rivoluzione francese che in gioventù Hegel aveva tanto ammirato.

La guida della virtù

In quel caso l’uomo prese infatti come guida per le proprie azioni la Virtù, cioè un agire che esulava dalle inclinazioni del momento e dal sentimento; questo tentativo, però, era già in partenza destinato a scontrarsi contro la realtà del mondo, come accaduto poi realmente a Robespierre, la cui ricerca di una morale integerrima si è scontrata duramente con la realtà del suo tempo, fino alla totale disfatta di quello che era apparso – e si era presentato – come il cavaliere della virtù.

 

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