«Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua sentenza». O almeno così diceva Alessandro Manzoni riguardo a Napoleone Bonaparte nella sua celeberrima Il cinque maggio. Ma così si potrebbe dire di qualsiasi grande uomo che, nel suo campo, cerchi di lasciare un segno nella storia dell’umanità. Solo chi viene dopo è in grado di giudicare con il dovuto distacco, di valutare, di ergere tra i grandi o abbassare tra quelli di poco conto.

E questo è tanto più vero nel campo artistico, nel quale le mode e le tendenze momentanee della cultura di massa possono portare a grandi riconoscimenti ad un pittore, un musicista, un cineasta mentre questi è in vita. Salvo poi farlo cadere nel dimenticatoio quando il tempo consente di valutarlo per ciò che realmente ha prodotto.

Renzo Piano e tutti gli altri

Anche per questo motivo è difficile valutare quali siano i più grandi architetti italiani contemporanei. Perché nell’ultimo cinquantennio in molti sono riusciti ad imporsi sia in Italia che all’estero. E se anche ce n’è uno che domina incontrastato dall’alto dei riconoscimenti e delle opere (e stiamo parlando ovviamente di Renzo Piano), alle sue spalle ce ne sono moltissimi che, chi per un motivo, chi per l’altro, avrebbero meritato di entrare nella nostra cinquina.

Alla fine, come al solito, ne abbiamo scelti cinque tra quelli viventi o comunque scomparsi nell’ultimo ventennio. Speriamo siate d’accordo con noi. Se non lo foste, c’è sempre lo spazio per i commenti in chiusura di articolo, per integrare ed aggiungere.

 

Renzo Piano

Dal Centro Pompidou ai grattacieli

Genovese, classe 1937 e da poco nominato senatore a vita dal presidente Giorgio Napolitano, Renzo Piano è indubbiamente il più grande architetto italiano vivente.

D’altronde, i suoi premi parlano per lui. Ha vinto, unico italiano assieme a Gae Aulenti, il prestigioso Premio Imperiale giapponese nella sezione dell’architettura nel 1995. Ha vinto il Premio Pritzker (una sorta di Nobel per l’architettura) nel 1998, unico italiano assieme ad Aldo Rossi. Ha vinto l’importante Premio Sonning per la cultura europea, unico architetto italiano a riuscirvi. E poi il Compasso d’oro, il Leone d’oro alla carriera e decine di altri riconoscimenti in giro per il mondo.


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All’università ha studiato a Firenze prima e Milano poi, frequentando lo studio di Franco Albini e iniziando subito a spostarsi tra Stati Uniti e Gran Bretagna, dove ha conosciuto il collega Richard Rogers. Ha iniziato in quella fase a sperimentare parecchio, soprattutto nelle direttrici di un’architettura anti-accademica e nelle tipologie strutturali, attirando l’attenzione di diversi addetti ai lavori e pubblicando su importanti riviste.

Il vero salto di qualità nella sua carriera è arrivato nel 1971, quando lui e Rogers hanno vinto il concorso per progettare il nuovo Centro Pompidou di Parigi, che è diventato subito il manifesto della cosiddetta architettura high-tech. Definizione che però lo stesso Piano ha sempre rifiutato, definendolo un palazzo più legato all’artigianato che alla tecnologia.

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Negli anni ’80 poi ha ridisegnato il Porto Antico di Genova in vista dell’Expo del 1992, aggiungendovi l’Acquario e il Bigo, ed ha edificato lo Stadio San Nicola di Bari in vista dei Mondiali.

Nel decennio successivo si è occupato di Potsdamer Platz a Berlino, del Kansai International Airport a Osaka e dell’Auditorium Parco della Musica di Roma. In tempi più recenti ha progettato il grattacielo londinese The Shard (il più alto d’Europa), la New York Times Tower a Manhattan, il nuovo Palazzo di Giustizia parigino e il Grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino.

 

Aldo Rossi

Premio Pritzker e teoria

Quando abbiamo elencato i premi e i riconoscimenti incassati da Renzo Piano abbiamo citato anche il nome di un architetto che prima del suo avvento era considerato il più importante d’Italia. Si tratta di un architetto scomparso nel 1997 a causa di un incidente automobilistico, e forse per questo in parte oggi ingiustamente dimenticato, cioè Aldo Rossi. Ovvero, l’unico altro italiano a vincere il Premio Pritzker, nel 1990.

Milanese, classe 1931, si è laureato al Politecnico di Milano sul finire degli anni ’50. Nel decennio successivo ha iniziato a produrre i primi lavori, affiancando l’attività di studio a quella di giornalista e di insegnante anche allo IUAV di Venezia, prima di tornare a Milano. Il primo lavoro importante è stato ospitato all’interno del complesso Monte Amiata a Milano, progettando poi l’ampliamento del cimitero San Cataldo di Modena.

Successivamente ha lavorato a Berlino (dove alternava progetti di urbanistica a palazzi come il Deutsches Historisches Museum), Genova (dove ha ristruttura il Teatro Carlo Felice) e Torino. Ha esposto ed insegnato in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, dove il suo lavoro è particolarmente apprezzato.

Dal neoliberty al post-modern

Partito da istanze neoliberty, come forma di reazione al razionalismo che imperversa in quegli periodo, nel corso del tempo si è avvicinato al post-modern. In questo stile ha realizzato opere anche controverse come il Monumento a Sandro Pertini a Milano e il Bonnefantenmuseum a Maastricht.

Più delle costruzioni effettivamente realizzate, quello che si ricorda di Rossi è però soprattutto il suo apporto teorico, focalizzato negli anni in articoli, saggi, mostre personali ospitate da tutti i più grandi musei mondiali. Inoltre ha lasciato una buona serie di disegni, sia preparatori che finali, particolarmente vividi ed efficaci.

 

Gae Aulenti

La più grande donna architetto italiana

Come purtroppo ci confermano decine e decine di statistiche e studi, per una donna non è mai facile sfondare in quei campi in cui maggiore è la responsabilità, in quei settori in cui si deve dirigere e governare il lavoro di altri. Perché, nonostante il passare del tempo, sembrano resistere antichi pregiudizi, forme più o meno subdole di maschilismo, impedimenti di vario tipo.

Questo è tanto più vero nel campo dell’architettura, dove la progettazione di un lavoro impegnativo dal punto di vista economico ed ancora di più la direzione di un cantiere continuano, volenti o nolenti, ad essere considerati spesso appannaggio dell’uomo. Con tutto l’impoverimento – in termini di varietà di soluzioni e innovazione – che questo comporta.


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Qualche tempo fa, non a caso, vi abbiamo raccontato le storie e la vita di cinque grandi donne architetto, da Zaha Hadid a Kazuyo Sejima. Senza trovare lo spazio per segnalare che una grande progettista l’abbiamo avuta anche noi qui in Italia nella figura di Gae Aulenti, recentemente scomparsa nella sua Milano.

Nata nel 1927 in Friuli da una famiglia di origini meridionali, Gaetana Aulenti si è laureata al Politecnico di Milano nei primi anni ’50. Aderì presto come Rossi al neoliberty e come lui iniziò a collaborare con varie riviste, come quella Casabella che in quegli anni stava lasciando il segno nel settore. I grandi successi li ottenne però soprattutto col design, prima lavorando per la Olivetti, poi anche per la famiglia Agnelli, che le affidò vari progetti di arredamento.

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Sempre più immersa nella Milano degli anni ’70 e ’80, allacciò una relazione con Carlo Ripa di Meana. Dal punto di vista architettonico lavorò alla ristrutturazione del Museo d’Orsay a Parigi, del Museo Nazionale d’Arte Catalana di Barcellona e di Piazzale Cadorna a Milano, oltre a realizzare l’Istituto Italiano di Cultura a Tokyo.

 

Ettore Sottsass

Il designer che fece grande la Olivetti

Di un’altra generazione rispetto agli architetti che abbiamo presentato finora, anche se scomparso pure lui meno di dieci anni fa, è invece Ettore Sottsass. L’architetto italoaustriaco è noto, oltre che per le sue realizzazioni architettoniche, anche per i suoi lavori di design industriale e per essere stato il marito di Fernanda Pivano.

Figlio di un architetto che portava il suo stesso nome (il suo, infatti, per esattezza è Ettore Sottsass junior), si è laureato al Politecnico di Torino, trasferendosi poi subito a Milano. Negli anni ’50 iniziò a collaborare con la Olivetti, disegnando tutta una serie di prodotti elettronici che trovano il loro apice nell’Elea 9003 del 1959, prodotto col quale la ditta di Ivrea cercava di insidiare il predominio statunitense nel campo degli elaboratori elettronici. Quel progetto valse a Sottsass il primo Compasso d’oro, importante premio per il design industriale che avrebbe poi conquistato altre due volte.

A partire dagli anni ’80 collaborò con la Alessi e fondò il gruppo Memphis. Con quest’ultimo realizzò tutta una serie di complementi d’arredo, sedie, librerie e decine di altri oggetti che vengono oggi ospitati nei migliori musei del mondo (alcuni suoi oggetti sono anche nella collezione permanente del MoMA di New York). Dal punto di vista prettamente architettonico realizzò vari condomini e case private sia in Italia (Marina di Massa) che all’estero (Zurigo, Tokyo, Londra, Singapore, Hawaii), oltre agli interni dell’aeroporto di Milano Malpensa.

 

Massimiliano Fuksas

L’architetto amato dai francesi

Abbiamo aperto con un architetto vivente e, dopo averne visti tre da poco scomparsi, chiudiamo con un altro vivente, Massimiliano Fuksas. Anch’egli molto famoso in Italia grazie alla recente attenzione dei mass media nei suoi confronti, è però noto in tutto il mondo per le sue realizzazioni, che hanno trovato fortuna soprattutto in Francia ed Austria, paesi a cui è particolarmente legato.

Nato a Roma nel 1944 da un medico lituano e da una donna appunto franco-austriaca, ha passato gli anni dell’infanzia a Graz, tornando a Roma per frequentare prima il liceo e poi l’università.

Laureatosi in pieno clima sessantottino, iniziò a lavorare in Italia assieme ad Anna Maria Sacconi, inaugurando un sodalizio che si interruppe solo una ventina d’anni dopo. In questo periodo vide crescere la sua fama in tutta Europa, fino ad arrivare alla realizzazione dell’Università di Brest e Limoges, della Vienna Twin Tower, della Fiera di Milano Rho-Pero, del Centro Peres per la Pace di Giaffa a Tel Aviv e di vari progetti ancora in fase di lavorazione. Tra questi meritano una segnalazione il nuovo Centro Congressi dell’EUR e il Grattacielo della Regione Piemonte di Torino, che dovrebbero essere inaugurati nel corso dell’anno prossimo.

Docente o visiting professor in numerose università europee e americane, è stato insignito di vari premi e onorificenze. Tra questi, il Grand Prix d’Architecture nel 1999 e la Legion d’Onore francese.

 

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