Stavo cercando di ricordare quando i fumetti siano scomparsi dalla mia vita, ma non ci sono riuscita. C’è stato tutto un periodo, durante l’infanzia, nel quale i fumetti erano una lettura regolare: quelli per bambini, naturalmente, come Topolino e il Corriere dei Piccoli, ma anche quelli per adulti (non perché fossero pornografici, ma semplicemente perché non erano per bambini e nessuno aveva ancora inventato il termine graphic novel). Li trovavo in casa e li leggevo, anche se non erano pensati per me.

Dall’adolescenza all’età adulta con i fumetti

Erano i grandi autori nord e sudamericani, con nomi come Trillo, Gómez, Wood e Salinas e le saghe erano quasi sempre di avventura o fantascienza, con titoli come Dago, Cybersix e Martin Hell.

Più avanti arrivò Sclavi con il suo Dylan Dog e i vecchi classici come Mafalda e i Lupo Alberto e poi, a un certo punto, più niente.

Ho provato a darmi qualche spiegazione: la tendenza all’imbarazzo propria degli adolescenti, che porta a rifiutare tutto quello che potrebbe farci apparire troppo strani agli occhi dei coetanei, oppure il fatto che l’industria dei media a un certo punto si sia completamente dimenticata dell’esistenza dei fumetti.

Sta di fatto che, quando i reietti delle squadre di calcio e quelli che a scuola non erano popolari sono diventati i nuovi divi del mainstream, i fumetti sono tornati prepotentemente alla ribalta, anche grazie ad alcuni fortunati adattamenti filmici e anche io ho ricominciato a spendere molto più di quanto sia ragionevole in albi illustrati.

In questa piccola lista ho inserito cinque autori significativi, che hanno contribuito in modi diversi alla crescita del genere e che si sono distinti soprattutto per la capacità di imprimere un tocco personale e inconfondibile ai propri lavori.


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Un elenco di cinque nomi è per forza di cose incompleto e potevano esserci molti altri criteri validi per parlare di autori di fumetti. Per esempio, mancano del tutto gli autori italiani, come Pazienza, Crepax, Manara, Bonvi e il già citato Sclavi.

Non ci sono autori di storie sui supereroi (o almeno di supereroi tradizionali), per l’importantissimo motivo che a me non piacciono i supereroi, nonostante la splendida apologia di Superman in Kill Bill. Infine, non ci sono i grandi classici come Bonelli, le sorelle Giussani, Schulz e Hugo Pratt.

In compenso, ci sono cinque autori che hanno ridefinito i confini di quello che un fumetto può fare, anche se nessuno si prende la briga di chiamarlo “graphic novel”.

 

1. Alan Moore

Un eccentrico autore di capolavori

L'eccentrico Alan MooreAlan Moore è un’icona per chi ama un certo tipo di graphic novel, laddove per “un certo tipo di graphic novel” si intendono lavori che definire di intrattenimento sarebbe riduttivo. Sono in molti a concordare che proprio a Moore e a una ristretta cerchia di altri autori si debba lo sdoganamento del fumetto come genere “serio”. Probabilmente Moore sarebbe il primo a commentare il dibattito sui generi “alti” e “bassi”, “seri” e “commerciali” con un sonoro sbadiglio, ma sta di fatto che alcuni suoi titoli, come V for Vendetta, Watchmen e From Hell hanno convertito alla lettura di fumetti molti di coloro che inizialmente snobbavano il genere.

Alla base di tutta l’opera di Alan Moore c’è una costante e feroce critica sociale, che l’autore inglese ha sviluppato fin dall’infanzia, quando il rifiuto di adattarsi al sistema scolastico ha aperto la strada a un’intera vita di ribellione filosofica. A tutt’oggi Moore vive a Northampton, sua città natale, e si presenta come un Gandalf eccentrico, che non si taglia i capelli e la barba da decenni e che ha voltato le spalle a tutti i grandi successi che sono stati tratti dai suoi capolavori.

V for Vendetta e Watchmen

La sua opinione di tutto ciò che Hollywood ha fatto ai suoi lavori è talmente critica, soprattutto per quanto riguarda Watchmen, che Moore è arrivato alla rottura definitiva con il coautore Dave Gibbons, lasciandogli tutti i proventi degli adattamenti cinematografici. Più di qualsiasi articolo o biografia, per farsi un’idea della personalità di Alan Moore si dovrebbe leggere la sua introduzione all’edizione completa di V for Vendetta, che racconta la genesi dell’opera. L’idea della distopia contemporanea più celebre dopo Orwell è maturata nel contesto dell’Inghilterra degli anni ’80, quando il governo Thatcher si apprestava a demolire il welfare, in omaggio alla celebre affermazione del primo ministro: «La società non esiste».

Moore racconta di aver passato in rassegna titoli di giornali e informazione televisiva e di aver provato orrore nel constatare il dilagare di tendenze razziste, il costante incitamento alla paura del diverso e il ripiegamento verso un individualismo fatto per servire l’élite al potere. Moore, in quell’occasione, considerò seriamente di abbandonare per sempre l’Inghilterra, poiché era convinto che lo scenario rappresentato in V for Vendetta fosse davvero sul punto di diventare realtà.

 

2. Neil Gaiman

Sdoganare il fumetto con Sandman

Neil Gaiman nel 2007 (foto di pinguino k via Flickr)
Neil Gaiman nel 2007 (foto di pinguino k via Flickr)

Ho già parlato di Neil Gaiman, ma diciamo la verità: non è possibile parlare abbastanza di Neil Gaiman né tantomeno parlarne troppo. In questa occasione, avendo già esplorato il suo talento di scrittore, mi concentrerò sul suo lavoro come autore di fumetti. In primo luogo, si tratta proprio di fumetti: Gaiman non è un fan del termine graphic novel. La dignità del genere sta nel contenuto e nel valore che ogni lavoro ha per chi lo legge, non nel termine che si usa per descriverlo.

Il fumetto che ha consacrato Gaiman come un maestro del genere è indubbiamente Sandman, la serie pubblicata da DC Comics e Vertigo fra il 1989 e il 1996, scritta da Gaiman, disegnata da numerosi eccezionali artisti e corredata dalle celebri copertine di Dave McKean. Il successo di Sandman è un fenomeno complesso da analizzare: si tratta di un connubio perfetto di valore letterario ed estetico, unito alla caratteristica abilità di Neil Gaiman di tradurre archetipi universali in storie particolari. Il Sogno, la Morte, la Follia, il Desiderio, il Destino, la Disperazione e la Distruzione si incarnano in figure umane che agiscono in un mondo brutalmente reale.


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Il contributo di Neil Gaiman al genere, tuttavia, si estende ben oltre il meraviglioso universo di Sandman. Fra le altre collaborazioni con Dave McKean, per esempio, ci sono i capolavori visionari Signal to Noise e Black Orchid, nei quali il testo e le immagini si fondono in modo talmente perfetto da diventare un genere a parte: se il fumetto classico si può considerare prosa, un fumetto come Black Orchid ha tutte le caratteristiche della poesia.

Esattamente come Alan Moore, Neil Gaiman ha scortato intere generazioni di lettori scettici nel mondo dei fumetti, travolgendo le critiche con l’indiscutibile valore artistico del suo lavoro. Un’opera come Sandman è la prova del fatto che l’arte abbatte i confini dei generi e trova il canale più adatto per comunicare se stessa. Quale che sia il mezzo di questa comunicazione, il risultato non cambia: se il contenuto è in grado di emozionare, aprire universi, far riflettere, influenzare lo spirito e la mente, allora ci troviamo di fronte a un’opera d’arte e non importa che si tratti di un romanzo, di un dipinto o di un fumetto.

 

3. Kieron Gillen

L’autore emergente di The Wicked and the Divine

L'emergente Kieron Gillen, autore di The Wicked and the DivineKieron Gillen è una delle più brillanti promesse del fumetto moderno. Dopo alcuni anni passati ad affinare la penna come giornalista specializzato in videogiochi (lasciando intravedere una carriera da idolo dei nerd), Gillen ha iniziato a scrivere fumetti a metà degli anni 2000, collaborando anche a serie della Marvel di fama mondiale, come Captain America, X-Men e The Avengers, ma ha raggiunto la fama solo nel 2014, grazie a The Wicked and the Divine.

Questa saga tuttora in corso ha letteralmente travolto il mondo dei fumetti e non è ancora stata pubblicata in Italia, anche se il successo devastante ottenuto nel resto del mondo lascia ben sperare per una prossima acquisizione da parte degli editori più sensibili in questo senso (Bao potrebbe essere un’opzione ragionevole). Il concetto intorno al quale si sviluppa la saga è tanto semplice quanto geniale: ogni 90 anni un gruppo di divinità, noto come il Pantheon, si incarna in altrettanti giovani esseri umani.

Divinità che assomigliano a popstar

Il destino di queste divinità in carne e ossa è quello di essere venerate dalle masse per due anni per poi morire e reincarnarsi di nuovo nel ciclo successivo. La storia segue l’incarnazione contemporanea di divinità provenienti da culture diverse (da Lucifero a Baal, da Sakhmet alla giapponese Amaterasu) che prendono sembianze sfacciatamente simili a quelle di alcune celebri popstar contemporanee.

Una considerevole parte del merito per il successo di The Wicked and the Divine (noto anche come WickDiv) va senz’altro riconosciuta agli splendidi disegni dell’artista Jamie McKelvie, che ha dato corpo alle storie di Gillen, ambientate soprattutto nei quartieri a est di Londra, trasponendole in uno scenario realistico e dettagliato fino all’ossessione maniacale. Fra i tanti meriti di questo lavoro, che a volte pecca un po’ di ingenuità ma non manca mai di entusiasmo, c’è la rappresentazione naturale e armonica di una moltitudine di identità diverse. Etnie, generi, orientamenti sessuali, tipologie fisiche: il mondo di WickDiv rassomiglia alla nostra società più di molti altri prodotti mediatici.

Una tremenda coincidenza, quest’anno, ha gettato una luce sinistra sull’intera opera di Kieron Gillen (e presumibilmente ha causato all’autore qualche notte in bianco). Nel primo capitolo della saga, uscito nel 2014, il personaggio di Lucifero – un androgino perfetto di nome Luci, ricalcato in modo evidente su David Bowie – muore l’11 gennaio. David Bowie è mancato il 10 gennaio di quest’anno. Nel secondo capitolo della saga, uscito fra il 2014 e il 2015, a morire è il personaggio di Inanna, marcatamente ispirato a Prince. Volendo fare della facile ironia, si potrebbe dire che Kanye West e Rihanna, in questo momento, sono molto preoccupati.

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4. Art Spiegelman

Fumetti scomodi su guerra e terrorismo

Art SpiegelmanArt Spiegelman è un autore per i cui lavori si fa veramente fatica a utilizzare il termine fumetto. Tutto il dibattito sulla riappropriazione del termine, che viene privato del suo significato di “lettura leggera per ragazzi” e restituito alla dignità di arte, si perde nel fatto che il termine comunque suona buffo o almeno “innocuo”. L’opera di Spiegelman è tutto fuorché innocua. D’altra parte, però, anche la definizione di graphic novel sta un po’ stretta ai capolavori di Spiegelman, lodati da Umberto Eco e apprezzati da generazioni di intellettuali.

Le sue vignette sul New Yorker e sul New York Times si sono sempre distinte per il fortissimo impatto, crudo e immediato, privo della leggerezza che è comune nei cartoon satirici. L’opera che ha consacrato Art Spiegelman come artista a pieno titolo e commentatore della modernità è Maus, un vero e proprio romanzo autobiografico a fumetti nel quale Spiegelman racconta ciò che prima di lui pareva impensabile raccontare in questo formato: la Shoah.

Raccontare l’Olocausto con gli animali

La narrazione prende le mosse dai racconti del padre di Art, Vladek, sopravvissuto al campo di concentramento di Auschwitz. Maus (in tedesco “topo”) è sia disegnato che scritto da Spiegelman e ritrae tutte le nazionalità coinvolte nella guerra sotto forma animali. Gli ebrei sono rappresentati come topi, i nazisti come gatti, i francesi come rane e i polacchi come maiali. Proprio come nella realtà, il topo Art ambisce a raccontare la storia di suo padre, dal progressivo deteriorarsi delle condizioni di vita degli ebrei polacchi prima della guerra, fino agli orrori dei campi di sterminio.

La potenza narrativa e visiva di Maus ha reso possibile l’impossibile: un’opera che si colloca in un genere considerato non “elevato” è oggi universalmente considerata una rappresentazione degna, legittima, rispettosa e autentica di uno dei più grandi orrori della storia recente dell’umanità. D’altra parte le scelte difficili sono nel DNA di Art Spiegelman, che si è trovato più volte in difficoltà nella pubblicazione dei suoi lavori.

Il suo fumetto All’ombra delle Torri (altra traduzione grossolana e discutibile dal titolo originale inglese In the Shadow of No Towers, che vuol dire l’esatto contrario), non ha trovato un editore negli Stati Uniti ed è stato inizialmente pubblicato solo in Germania, a puntate, dal quotidiano Die Zeit. Più di recente, nel 2015, una sua copertina per il periodico inglese New Statesmen, sul tema “dire l’indicibile”, è stata rifiutata, perché l’autore richiedeva che all’interno del giornale fosse pubblicata anche una sua vignetta che faceva riferimento al terrorismo e alla tragedia di Charlie Hebdo.

 

5. James O’Barr

Un autore eccessivo ma che colpisce

James O'Barr incontra i fanI fumetti di James O’Barr sono stati il mio primo incontro consapevole con i fumetti “seri”, ovvero i primi fumetti non per bambini che ho scelto autonomamente di acquistare. Erano gli anni ’90, Il corvo era il film del momento, e in una fumetteria di New York erano esposti alcuni volumi che avevano in copertina un personaggio molto somigliante a Brandon Lee.

La vera sorpresa, una volta acquistati i fumetti, fu scoprire che dentro non c’era, se non in minima parte, una storia attinente al film, ma una serie di storie disturbanti, malate e storte, rappresentate in stili grafici diversi, ma accomunati da un senso di angoscia delirante. Scoprii in seguito che si trattava delle miniserie pubblicate dopo il lavoro principale. Il corvo, a rileggerlo oggi, probabilmente manca di eleganza e non si può dire che sia un prodotto sofisticato né nella storia né nei disegni. È adolescenziale, a volte perfino pacchiano, la sua estetica è discutibile, eppure è un lavoro che rimane impresso, nella sua ingenuità.

La rabbia nelle pagine de Il corvo

A dare un senso a tutto il lavoro e a tenere incollato il lettore è la rabbia feroce che gronda da ogni pagina. L’idea di O’Barr, all’inizio del progetto, era di utilizzare il disegno e la scrittura come terapia, per elaborare la sofferenza dovuta alla morte della sua fidanzata, che era stata investita da un automobilista ubriaco. Il tentativo di aiutarsi con l’arte a gestire il dolore, tuttavia, fallì miseramente: a detta dello stesso O’Barr, con ogni tavola la rabbia e la disperazione non facevano che crescere.

Man mano che scrivere diventava quasi un esercizio di masochismo dell’autore, anche il personaggio cominciò a esibire gli stessi tratti. Eric Draven, come James O’Barr, non riesce a venire a patti con la morte della propria fidanzata (e, a dirla tutta, nemmeno con la propria) e si fa del male, ferendosi e tagliandosi di proposito, creando un esempio immortale per migliaia di ragazzini. Questa è la chiave del successo di un prodotto come Il corvo: tutto è retorico e forzato, meno che il dolore e la rabbia.

 

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