Cinque grandi cantanti francesi degli anni ’70

Johnny Hallyday e Sylvie Vartan negli anni '70

 
È fuor di dubbio che l’unico modo, al giorno d’oggi, per arrivare ad un vero successo internazionale nel campo della musica sia quello di scrivere le proprie canzoni in inglese. Questa è infatti la lingua veicolare del pop e del rock quanto l’italiano lo fu della lirica.

Certo, ci sono delle eccezioni. Lo spagnolo, ad esempio, permette ancora di conseguire ottime vendite in Sudamerica e nei paesi latini, mentre l’italiano sembra funzionare in est Europa. È però chiaro che per entrare nella leggenda ci si deve affidare alla lingua di Shakespeare, come ben sanno Shakira, Andrea Bocelli, Céline Dion e tanti altri.


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Altrimenti ci si può pur sempre “accontentare” del mercato interno, che in certi casi può comunque dare grandi soddisfazioni. Si pensi ad esempio, in Italia, alle carriere di artisti come Lucio Battisti, Adriano Celentano e Mina. O, per avvicinarci ai giorni nostri, Vasco Rossi e Ligabue.

E così sembrano aver fatto anche molti cantanti francesi a partire dagli anni ’70. In un periodo cioè in cui – mentre la Francia diventava forse il paese capofila dei movimenti giovanili e femminili – la canzone francese per come si era fatta conoscere tra gli anni ’40 e ’60 cominciava forse a tramontare.

Dopo i chansonnier

Di colpo, dopo il maggio parigino non fu più l’ora dei chansonnier, che pure avevano avuto un ruolo fondamentale nello stimolare i movimenti di ribellione. D’altronde, Brassens, Brel e Aznavour cominciavano ad avere una certa età e Gainsbourg si faceva prendere da altre cose. E i giovani, anche a causa dell’influenza britannica, si erano avvicinati a sonorità più moderne e rock.

Fu proprio dagli anni ’70 in poi, infatti, che i cantanti francesi iniziarono ad essere ascoltati solo all’interno del loro paese (o al limite in qualche ex colonia). Non riuscivano infatti più ad assumere quel ruolo di guida europea che forse avevano avuto fino a pochi anni prima.

Ciononostante, alcuni di loro in patria seppero comunque raggiungere un successo clamoroso. Tanto è vero che per Johnny Hallyday, il primo di cui parleremo, si coniò all’estero la definizione di «la più grande rockstar di cui non avete mai sentito parlare». Ma scopriamo quindi insieme cinque grandi cantanti francesi degli anni ’70, per chiarirci meglio le idee sull’argomento.

 

Johnny Hallyday

La più grande rockstar di cui non avete mai sentito parlare

Un giovanissimo Johnny HallydayIniziamo proprio da lui, dalla stella assoluta del panorama rock francese che però, in una carriera ormai cinquantennale, mai è riuscito ad imporsi al di fuori dei paesi francofoni. Nato a Parigi nel 1943 col nome di Jean-Philippe Smet, esordì giovanissimo tra il 1959 e il 1960. Affascinato dalle prime canzoni rock che arrivavano dagli Stati Uniti, assunse il cognome dei suoi cugini e “americanizzò” il suo nome di battesimo, dando alle stampe il suo album d’esordio, Hello Johnny.

Quei primi anni furono straordinari per il parigino. La sua cover di Let’s Twist Again gli permise di comparire all’Ed Sullivan Show, mentre Souvenirs, souvenirs sfondava in Francia e lui diventava l’idolo dei giovanissimi.

La love story con Sylvie Vartan

A metà decennio sposò Sylvie Vartan e per un certo periodo fece parlare di sé più per il gossip che per le canzoni. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, vistosi quasi superato dai tempi, seppe però dare una svolta alla propria carriera. Introdusse infatti suoni e testi più duri e al passo coi tempi, grazie alla collaborazione col paroliere Philippe Labro prima e col compositore Michel Mallory poi. Queste scelte gli diedero una seconda giovinezza, tanto che nel brano Jésus Christ cantava: «Se Cristo fosse vivo oggi, sarebbe un hippie».

Alternando influssi country, rock e soul, la sua produzione rimase ad alti livelli per tutti gli anni ’70. Un decennio coronato da decine di concerti in giro per il paese, a volte anche in coppia con la moglie Vartan, dalla quale avrebbe poi divorziato nel 1980. Concerti che facevano il tutto esaurito e che lo fecero entrare nell’Olimpo dei grandi, mantenendone viva la fama anche nonostante alcuni passi falsi negli anni ’80.

La canzone che abbiamo scelto per illustrarne lo stile è Requiem pour un fou, uno dei suoi pezzi più famosi. Si tratta di un brano contenuto nell’album Derrière l’amour, uscito nel 1976, e scritto da Gérard Layani e Gilles Thibaut. Una ballata d’amore blues che risente, però, della tradizione francese e che Hallyday interpreta da allora nei suoi concerti con grande vigore e partecipazione.

Johnny
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Mireille Mathieu

L’erede di Edith Piaf

Mireille Mathieu negli anni '70Altra cantante celeberrima in patria ma da noi quasi sconosciuta è Mireille Mathieu. Un’artista che in carriera vanta più di 120 milioni di dischi venduti e canzoni registrate in undici lingue. E tra queste c’è anche l’italiano, visto che negli anni ’70 duettò con Mia Martini e Renzo Arbore.

Ma se Johnny Hallyday è l’emblema del rock francese in tutte le sue sfaccettature, la Mathieu tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’80 è stata la paladina della canzone tradizionale transalpina. Si è proposta infatti come figlia ed erede di Edith Piaf (pur con una voce meno caratterizzata), della quale non a caso ha reinterpretato molte canzoni.

Nata ad Avignone nel 1946, ha esordito sulla scena discografica nel 1966 con Mon credo, ottenendo subito un grande successo. Ad aiutarla ci pensò il sapiente management di Johnny Stark, che proprio con la Piaf aveva lanciato a fine anni ’40 la sua carriera.

I concerti all’Olympia

Chiamata non a caso la Piaf d’Avignone, sfondò sul finire degli anni ’60 grazie ad alcuni concerti al prestigioso Olympia di Parigi. Divenne così nei primi anni ’70 l’artista più pagata di Francia, aprendosi verso la fine del decennio anche al mercato tedesco e a quello giapponese.

Un altro grande successo internazionale, forse l’ultimo di un certo peso, fu Une femme amoureuse, cover in francese di Woman in Love di Barbra Streisand. A questa seguirono, dopo la scomparsa del suo mentore Stark nel 1989, soprattutto concerti celebrativi in giro per il mondo (anche per primi ministri e, a volte, ambigui dittatori come Gheddafi).

Il brano che abbiamo scelto tra quelli che la Mathieu ha inciso negli anni ’70 è Mille colombes. Un pezzo pacifista scritto da Eddy Marnay (già autore anche per la Piaf e successivamente per Céline Dion) e Christian Bruhn e comparso per la prima volta nell’album Sentimentalement vôtre del 1977.

 

Georges Moustaki

Il cantautore ebreo e straniero

Georges Moustaki, celebre cantante francese degli anni '70Finora abbiamo visto due cantanti che rappresentano uno spaccato della scena musicale francese. Da un lato un rocker fortemente influenzato dalla musica americana, dall’altro una interprete della classica canzone sentimentale popolare. Manca, però, il terzo lato del triangolo, cioè il versante dei cantautori che tanto peso ha avuto nella storia discografica francese e poi, di riflesso e a tratti per imitazione, anche in quella italiana.

Come detto in apertura, i principali chansonnier e cantautori francesi vissero il loro periodo di gloria tra gli anni ’50 e ’60. Qualcuno, stante la diversa età anagrafica e altre vicissitudini personali, venne a galla però più tardi. E tra questi il più importante è stato Georges Moustaki, scomparso lo scorso anno a pochi mesi dall’ottantesimo compleanno.


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Nacque ad Alessandria d’Egitto da una famiglia ebrea greca ma di origini italiane, e non a caso il suo vero nome era Giuseppe Mustacchi. Arrivò a Parigi nei primi anni ’50, campando come cantante di pianobar e sognando di sfondare con le sue prime canzoni.

Grazie ad un incontro fortuito, riuscì a conoscere un’Edith Piaf allora all’apice della sua carriera e a diventarne per breve tempo il partner. Per lei scrisse il testo della canzone Milord, che divenne uno dei pezzi più famosi del repertorio della cantante e fu poi incisa in varie lingue anche da Dalida, Milva e Cher.

Autore per Serge Reggiani

Continuò a scrivere canzoni per tutti gli anni ’60, affidandole perlopiù ad altri interpreti e in particolare a Serge Reggiani. Quando nel 1969 il suo nuovo brano Le Métèque fu rifiutato da tutti per il suo contenuto controverso, decise di cantarlo in proprio, arrivando al successo anche come interprete. La canzone, fortemente autobiografica, raccontava la condizione del métèque, termine dispregiativo con cui i francesi indicano gli immigrati dal Mediterraneo, e ben si adattava allo spirito dei tempi.

Grazie a quel successo, negli anni ’70 divenne uno dei cantanti francesi più importanti anche ideologicamente, a causa delle sue posizioni di sinistra e di canzoni sempre esplicite. Tra queste bisogna ricordare la bella Déclaration del 1973, contenuta nell’album omonimo e che qui di seguito vi proponiamo. Una canzone che si apre coi versi: «Je déclare l’état de bonheur permanent, et le droit de chacun à tous les privilèges» («Dichiaro lo stato di felicità permanente, e il diritto di ciascuno a tutti i privilegi»).

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Joe Dassin

L’americano adottato dalla Francia

Joe Dassin negli anni '70Della sfortunata parabola artistica di Joe Dassin qualcosa abbiamo già scritto mesi fa, quando abbiamo incluso la sua Les Champs-Elysées nella lista delle migliori canzoni su Parigi. Forse vale però ora la pena di completare l’opera e inquadrarne completamente la carriera.

Nato negli Stati Uniti nel 1938, Joe era figlio di Jules Dassin, famoso regista hollywoodiano di origini ebraiche. Fu però costretto a trasferirsi in Europa con la famiglia ancora molto giovane a causa del maccartismo e dell’inclusione di suo padre nella famosa “lista nera” di Hollywood. Quel trasferimento però gli consentì di innamorarsi della Francia, della quale avrebbe più avanti preso la cittadinanza, e della sua lingua.

Una carriera partita a metà anni ’60

Proprio oltralpe decise infatti di stabilirsi dopo la laurea, iniziando ad incidere dischi a metà anni ’60 ma incontrando il successo soprattutto a cavallo tra i due decenni. I suoi brani più famosi furono Siffler sur la colline, la già citata Les Champs-Elysées, Et si tu n’existais pas, À toi e soprattutto L’été indien.

Questa canzone fu forse il suo più grande successo internazionale. Un successo firmato, tra l’altro, da Toto Cutugno – che più tardi avrebbe inciso la canzone in proprio col titolo di Africa – e Vito Pallavicini. Pubblicato come singolo nel 1975, il brano fu poi incluso in numerose raccolte.

Dopo varie vicissitudini personali, tra figli morti in fasce e matrimoni naufragati burrascosamente, Dassin si è spento nell’agosto del 1980 ad appena 41 anni. A portarlo via è stato un malore improvviso che arrivò però in seguito ad una serie di problemi di salute che l’avevano portato a subire due infarti e un intervento chirurgico al cuore nell’intervallo di pochi mesi.

 

Michel Sardou

Il cantante che fece infuriare De Gaulle

Un giovane Michel Sardou sulla copertina di un suo discoAltro francese che vanta una lunga collaborazione con Toto Cutugno è Michel Sardou, cantante molto popolare in patria quanto ignoto, per l’ennesima volta, dalle nostre parti.

Parigino, classe 1947, si è affacciato sulla scena sul finire degli anni ’60, soprattutto grazie a una censura subita. L’allora presidente francese Charles De Gaulle vietò infatti che la sua canzone Les ricains, dedicata agli americani e al debito di riconoscenza che i francesi dovevano avere verso di loro, venisse trasmessa dalla radio o in TV. In quel momento infatti i rapporti tra Francia e Stati Uniti erano molto freddi a causa della guerra del Vietnam, dandogli così notorietà.

D’altro canto, l’attrazione di Sardou per gli USA è un motivo ricorrente delle sue canzoni. Emerge, ad esempio, pure in Monsieur le Président de France, altra canzone dai risvolti politici. Ma il cantante si fece anche portavoce di posizioni politicamente controverse, visto che in Le temps des colonies sembrava addirittura esaltare il colonialismo.

La maladie d’amour

Ciononostante, in Francia è apprezzato in particolare come cantante di canzoni d’amore. Da ricordare il brano La maladie d’amour, inciso nel 1973 e contenuto nell’album omonimo. Scritta assieme a Pierre Delanoë (il paroliere soprannominato il “papa della canzone francese”) e Jacques Revaux, la canzone parla della malattia dell’amore, che coinvolge tutti, a tutte le età. «Corre, corre – canta infatti Sardou già nella prima strofa – la malattia dell’amore, nel cuore dei bambini dai 7 ai 77 anni».

Per quanto riguarda la collaborazione con Cutugno, essa ha dato origine anche alla canzone En chantant del 1978, contenuta nell’album Je vole.

 

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