Cinque grandi canzoni dei primi anni di David Bowie

David Bowie nei primi anni '70

Una delle cose che più sorprendono di David Bowie è la straordinaria longevità della sua carriera: esordì come solista dal punto di vista discografico nel 1967, appena ventenne, e già prima dei trenta aveva inciso alcuni capitoli fondamentali della storia del rock non solo britannico; eppure, a quasi cinquant’anni da quei suoi primi lavori, proprio l’anno scorso ha pubblicato un disco che noi come molti altri abbiamo incluso tra i migliori del 2013, segno che il talento non si è per nulla affievolito con l’età.

In una carriera così lunga, mutevole e fortunata è ovviamente ben difficile isolare solo cinque dischi, o addirittura cinque brani, che possano essere sufficientemente rappresentativi di un percorso così carico di successi.

Per questo, abbiamo deciso di dividere il lavoro del padre del glam rock in periodi, concentrandoci per il momento sul primo lustro della sua carriera: quali sono state quindi le migliori canzoni dei primi anni di David Bowie? Scopriamolo assieme.

 

1. Space Oddity

da Space Oddity, 1969

Nel 1967, dopo vari singoli lanciati con numerose diverse formazioni, Bowie riuscì finalmente a far uscire il suo primo disco da solista, intitolato semplicemente David Bowie, e però non baciato da particolare fortuna.

Era un periodo strano e disordinato della vita della futura star, in cui prendeva lezioni di mimo, recitava in cortometraggi sperimentali e d’avanguardia, fondava collettivi artistici di brevissima durata, cambiava casa discografica, frequentava uomini e donne spesso contemporaneamente.

Insomma più in generale non si capiva bene – e nemmeno lui probabilmente lo capiva – che direzione volesse dare alla sua vita e alla sua carriera.

Tutto cambiò nel 1969, quando quello che sarebbe diventato il primo singolo del suo nuovo album, Space Oddity, finalmente sfondò in classifica, trascinato anche dal fatto che la BBC lo proponesse come accompagnamento dei numerosi servizi che in quei mesi venivano dedicati allo sbarco degli americani sulla Luna.

La canzone si presentava come un semplice brano folk in cui si raccontava il dialogo tra un fantomatico “Major Tom” spedito nello spazio e la base di controllo sulla Terra, ma il singolo si prestava a più letture, sia musicali (era, in fondo, uno dei primi casi di space rock vero e proprio), sia testuali.

Poteva infatti essere interpretato come un racconto sull’alienazione e sulla solitudine moderne, ma anche sull’uso di droghe come l’eroina.

Comunque sia, il singolo è a tutt’oggi il più venduto di David Bowie in Gran Bretagna e uno dei brani più famosi dell’intera carriera dell’artista; inoltre è diventata la prima canzone ad essere suonata nello spazio quando, nel 2013, l’astronauta canadese Chris Hadfield l’ha eseguita all’interno della Stazione Spaziale Internazionale.

 

2. The Man Who Sold the World

da The Man Who Sold the World, 1970

Il successo di Space Oddity spinse presto i discografici e Bowie stesso a mettersi al lavoro per un nuovo disco, da lanciare sul mercato tra il 1970 e il 1971, prima negli Stati Uniti – dove l’interesse per il cantautore londinese era in forte crescita – e poi in Gran Bretagna.

Ne venne così fuori The Man Who Sold the World, che alla penultima traccia presentava il brano omonimo: scritta da Bowie e prodotta dal fido Tony Visconti, la canzone si ispirava almeno nel titolo al romanzo breve L’uomo che vendette la luna di Robert A. Heinlein.

Il testo della canzone però poi seguiva un percorso tutto suo, concentrandosi soprattutto sulla perdita di controllo della voce narrante, su possibili disturbi dissociativi, sull’incapacità di capire chi si è e quale faccia si abbia.

Lo stesso Bowie, anni dopo, spiegò di aver scritto quel brano perché «c’era una parte di me che stavo cercando. Quella canzone per me ha sempre esemplificato come ci si sente quando si è giovani, quando si sa che c’è una parte di sé che non si è ancora messa insieme. C’è questo gran cercare, questo grande bisogno di scoprire ciò che si è veramente».

Il brano è stato reinciso negli anni da molti interpreti, ma la versione alternativa a quella di Bowie più famosa rimane probabilmente quella dei Nirvana, registrata durante l’MTV Unplugged del 1993.

Bowie espresse grande apprezzamento per la versione cantata da Cobain e rimpianto per non aver avuto il tempo di lavorare assieme al cantante di Aberdeen.

In ogni caso quel singolo diede nuova notorietà al brano, tant’è vero che lo stesso autore ha dichiarato che in quegli anni alle sue esibizioni molti ragazzini si complimentavano con lui per aver eseguito “quella canzone dei Nirvana”.

 

3. Changes

da Hunky Dory, 1971

Se i primi dischi di Bowie si presentavano come interessanti raccolte di spunti che a volte trovavano la via del successo ma che globalmente rimanevano ancora in parte acerbi, a partire dal 1971 la vena compositiva del cantautore londinese decollò.

Inanellò infatti una serie di album che sarebbero diventati epocali, entrando di diritto tra i migliori del decennio e forse dell’intera storia del rock.

Ad aprire le danze in questo senso fu Hunky Dory, album che segnava un netto cambiamento fin dalla copertina, in cui un Bowie dall’ambigua sessualità faceva il verso a Marlene Dietrich.

D’altro canto, da quell’album abbiamo scelto per forza di cose due brani, ma avremmo potuto includere benissimo in cinquina anche Oh! You Pretty Things, Quicksand o Queen Bitch, altre pietre miliari della carriera di Bowie.

Il brano che apriva il disco era, non a caso, Changes, che nonostante il fiasco commerciale come singolo divenne nel giro di pochi mesi il manifesto ideologico di Bowie, considerato il trasformista per eccellenza sia dal punto di vista musicale che da quello scenografico.

La canzone, in realtà, si soffermava più sui cambiamenti della vita – l’invecchiamento e il tempo che scorre e ci cambia – che non su quelli di scena, ma ciononostante da allora il brano è usato anche nella cultura popolare in un senso più ampio e spesso sessuale.

Per fare un esempio, due episodi di serie TV come CSI e Popular dedicati ai cambi di sesso sono stati intitolati in lingua originale proprio Ch-Ch-Changes, a imitare il balbettio con cui Bowie introduce il ritornello.

Tra i musicisti coinvolti nella registrazione originale figuravano il Rick Wakeman futuro componente degli Yes e lo stesso Bowie, impegnato al sassofono.

 

4. Life on Mars?

da Hunky Dory, 1971

Sempre in Hunky Dory era contenuto anche un altro singolo, che a differenza di Changes avrebbe invece avuto un grandissimo successo commerciale, anche se realizzato in buona parte a un anno dall’uscita nei negozi: Life on Mars?.

Trascinata da un arrangiamento che faceva largo uso delle tastiere di Wakeman e della ripresa della tematica spaziale, usata come spunto per parlare delle solitudini e delle alienazioni dell’uomo moderno1, la canzone salì al numero tre della classifica inglese, rimanendovi per tredici settimane.

Descritta dallo stesso cantautore come una sorta di risposta parodistica alla My Way di Frank Sinatra, racconta di una ragazza coi capelli grigio-topo che vive un’esistenza banale e infelice ma che non riesce a trovare speranza neppure al cinema e nel fantasioso mondo dei media.

Lì, si rende conto all’improvviso, tutto è cliché, ripetizione di show che vendono molto ma propinano la solita storia; e quindi, con Bowie, si chiede se ci sia vita su Marte, ovvero se ci sia da qualche altra parte nell’universo una vita degna di essere vissuta.

Amatissima dai fan e più in generale dagli inglesi, che l’hanno più volte proclamata la miglior canzone di David Bowie e uno tra i migliori brani di sempre, ha anche ispirato indirettamente una serie TV della BBC, intitolata non a caso Life on Mars2.

 

5. Ziggy Stardust

da The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, 1972

La definitiva consacrazione di David Bowie arrivò però nel 1972 con The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, album epocale soprattutto per l’idea di non lasciare più isolati gli spunti narrativi che Bowie aveva disseminato nei suoi precedenti lavori, ma di creare un concept album dal sapore apocalittico e fantascientifico.

In quel disco un mondo completamente allo sbando e sull’orlo della catastrofe vedeva emerge come suo nuovo eroe una giovane rockstar, Ziggy Stardust, che si comportava tra l’altro come un messaggero che agiva per conto degli extraterrestri.

Il disco – anche in questo caso colmo di pezzi memorabili come Five Years, Starman, Suffragette City e Rock ‘n’ Roll Suicide – ebbe un successo clamoroso, grazie anche alle esibizioni live di Bowie, che per la prima volta dava libero sfogo alla sua vena trasformista.

Si immedesimava così in Ziggy e si presentava sul palcoscenico con capelli tinti di rosso, un trucco pesantissimo e costumi colorati che inauguravano definitivamente la stagione del glam rock.

Tra tutti i brani, Ziggy Stardust è quello che più si concentra sull’ascesa e il declino della rockstar, con riferimenti che lo farebbero identificare con Jimi Hendrix, Marc Bolan, Jim Morrison, Lou Reed e, secondo alcuni, addirittura con Adolf Hitler.

Più in generale, quello di Ziggy è probabilmente l’archetipo del rocker maledetto, tanto veloce a raggiungere la vetta del mondo quanto rapido a bruciarsi.

Note e approfondimenti

  • 1 Una tematica a cui, come vedremo, Bowie sarebbe rimasto legato per tutti i primi anni della sua carriera.
  • 2 E pure il suo spin-off, Ashes to Ashes, ricalca il titolo di una celebre canzone del cantautore londinese, anche se più tarda.

 

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